
| Gentile tra i fascisti |
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| Scritto da Redazione | |
| domenica 24 gennaio 2010 | |
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Alessandro Melazzini, Intellettuali tra le due guerre. Gentile tra i fascisti. Alessandra Tarquini racconta la progressiva marginalizzazione del filosofo idealista. Voleva tenere separate politica e cultura - Svillaneggiato come nessun altro dal regime, alla fine fu abbandonato persino dai suoi più fedeli ex-allievi, in «Il Sole 24 Ore», 28 giugno 2009, p. 36.
«Si proclamavano tutti fascisti. Professavano tutti illimitata fede nel duce. Dichiaravano tutti di essere militi disciplinati agli ordini del partito. Filosofi e giuristi, letterati e giornalisti, accademici e gerarchi, docenti e studenti, anziani e giovani, laici e religiosi, ciascuno proponeva una propria interpretazione del fascismo. C'era chi voleva un fascismo cattolico e chi lo voleva pagano, chi lo voleva moderno e chi lo voleva antimoderno, chi lo voleva industriale e chi lo voleva artigiano o rurale. Ma tutti partecipavano con entusiasmo alla realizzazione dell'esperimento totalitario, che aveva affossato la democrazia per costruire uno Stato nuovo fondato sul partito unico». E tutti nutrivano un odio comune: erano antigentiliani, cioè nemici di Giovanni Gentile, perché erano convinti che il filosofo «non fosse fascista, pensavano che la sua influenza sulla cultura italiana rappresentasse un pericolo per il fascismo e cercarono di impedire che egli esercitasse un proprio potere al l'interno del regime».Così sintetizza Alessandra Tarquini, studiosa della cultura politica italiana, l'atteggiamento di una numerosa e variegata schiera di intellettuali e di politici fascisti antigentiliani, che sono fra i protagonisti del suo libro sul Gentile dei fascisti. Con molti documenti inediti, provenienti da archivi pubblici e privati, Tarquini ha ricostruito per la prima volta una vicenda importante del regime fascista, quale è stata l'animosa battaglia culturale e politica che si svolse per quasi tutto il ventennio attorno alla figura di Gentile. E accanto all'esposizione delle enunciazioni teoriche degli antigentiliani contro le idee filosofiche e politiche di Gentile, Tarquini ha rievocato, sobriamente, anche il brulichio delle umane passioni, gelosie e invidie, risentimenti e vendette, ambizioni e interessi, che circondarono il filosofo siciliano, accusato di essere un prepotente barone universitario e un cumulatore di alte cariche di regime. Nessun altro protagonista del regime fu pubblicamente osteggiato e spesso svillaneggiato come lo fu il filosofo idealista, che pure vantava indiscutibili credenziali fasciste. Nel 1925 Gentile era stato l'estensore del Manifesto degli intellettuali fascisti, rivisto e approvato da Mussolini. Ancora per volontà del duce, il filosofo era diventato direttore scientifico della Enciclopedia italiana, monumentale vanto della politica culturale del regime, ed era stato l'autore della sezione filosofica del testo ufficiale di dottrina fascista, firmato da Mussolini.Contro gli antigentiliani polemizzarono, per qualche tempo, gli allievi fascisti di Gentile, esaltandolo come il principale teorico del fascismo. Poi, nel corso degli anni Trenta, come mostra con importanti esempi Tarquini, anche gli allievi si allontanarono dal maestro. Alcuni di essi si unirono al coro degli antigentiliani per accusare Gentile di non essere un vero fascista totalitario. «All'inizio degli anni Quaranta – scrive Tarquini – Gentile svolgeva un ruolo marginale nel regime fascista», pur conservando ancora cariche prestigiose. A confinarlo ai margini del regime, non fu la vittoria degli intellettuali antigentiliani. E non fu neppure, come hanno sostenuto alcuni studiosi, l'intesa del regime con la Chiesa, che mise all'indice l'opera del filosofo definendola anticristiana. Gentile fu emarginato per volontà del partito fascista, sempre sospettoso verso il filosofo che aveva auspicato il dissolvimento del partito nello Stato in nome del primato della nazione.Pur essendo stato il primo teorico del totalitarismo fascista e critico di una concezione della cultura separata dalla politica, Gentile si era illuso di poter preservare l'autonomia della cultura, come ricerca della conoscenza fine a se stessa, opponendosi alla sua trasformazione in uno strumento del regime totalitario, come voleva invece il partito fascista. Che alla fine l'ebbe vinta. Infatti, nel 1937, il segretario del Pnf Achille Starace trasformò l'Istituto nazionale fascista di cultura, fondato e presieduto da Gentile fin dal 1925, in Istituto nazionale di cultura fascista, e lo sottopose al partito, costringendo così il filosofo a rassegnare le dismissioni. L'aggiunta dell'aggettivo «fascista» alla parola «cultura» rappresentava simbolicamente la definitiva emarginazione di Gentile nel regime totalitario, che egli stesso aveva contribuito a creare. In effetti, Starace avrebbe potuto sostenere, non senza ragione, di essere anch'egli un discepolo del filosofo che per primo, nel 1927, aveva proclamato il «carattere totalitario della dottrina fascista» come concezione della «politica integrale, la quale non si distingue così dalla morale, dalla religione e da ogni concezione della vita» perché «non concerne soltanto l'ordinamento e l'indirizzo politico della nazione, ma tutta la sua volontà, il suo pensiero e il suo sentimento». E dunque, avrebbe potuto aggiungere il segretario del partito nel 1937, concerneva anche la sua cultura, come avevano sostenuto i fascisti antigentiliani, fautori di una cultura integralmente asservita al regime fascista.Per ironia della storia o per umana fragilità, molti fascisti totalitari, che fino al 1943 avevano accusato Gentile di non essere fascista, dopo la fine del fascismo rivendicarono la polemica antigentiliana come prova del loro antifascismo. E con una nuova identità antifascista, conclude Tarquini, «si accinsero a offrire il proprio contributo alla nascente repubblica». Nel frattempo, il filosofo emarginato era stato assassinato perché aveva voluto seguire il duce della Repubblica sociale nell'ultima avventura del fascismo agonizzante. Alessandra Tarquini, «Il Gentile dei fascisti. Gentiliani e antigentiliani nel regime fascista», il Mulino, Bologna, pagg. 382. |
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| Ultimo aggiornamento ( mercoledì 17 febbraio 2010 ) |
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