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Gioacchino volpe. Il fascista critico PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 14 aprile 2008

Giuseppe Tedeschi, Gioacchino volpe. Il fascista critico. Vedeva il regime agli sgoccioli anche se non avessimo perso la guerra, in «Il Sole-24 Ore», 13 aprile 2008, p. 44.

 

 

Dedicare uri grosso volume alla «vita politica di Gioacchino Volpe» può, apparire un'impre­sa singolare. Storico insigne sia del Medioevo sia dell’età moderna (Salvemini lo definì, pur nel corso di una polemica assai aspra con lui, «il migliore storico della sua e mia generazio­ne»), autore di grandi capolavo­ri come Il Medioevo e Italia mo­derna, Volpe (1876-1971) è sem­pre stato studiato per la sua ope­ra storiografica, al fine di inten­derne ispirazioni, metodi, carat­teri. Ma lo storico abruzzese è stato anche (insieme a Giovanni Gentile) la personalità di mag­giore spicco fra quanti, nel mon­do della cultura, aderirono al fascismo: di qui il grande interesse che la sua figura riveste anche sotto il profilo civile e politico.

A questo aspetto della personalità di Volpe è dedicato l'ulti­mo libro di Eugenio Di Rienzo, Lo storia e l'azione. Vita politi­ca di Gioacchino Volpe: una va­sta e densa ricostruzione, con la quale l'autore si conferma uno dei nostri storici più ag­guerriti e più ricchi di spunti e di proposte per intendere l'Ita­lia del Novecento.

In Italia moderna Volpe scris­se che, fatto il Risorgimento e realizzata l'unità politica del Paese, erano ancora «da suscitare o quanto meno educare le forze profonde, creare lo Stato mo­derno che è lo Stato di tutti e in cui tutti abbiano un loro posto e una funzione attiva». Il Risorgimento italiano era stato fatto da élites, le quali non avevano potuto integrare nel nuovo Stato le grandi masse popolari. Questa debolezza e fragilità del nuovo Stato era emersa in modo particolarmente drammatico nella crisi del primo dopoguerra, nel 1919-20, quando sembrò che l'ubriacatura rivoluzionaria del massimalismo socialista stesse per travolgere le istruzioni liberali. Volpe aderì al fascismo per­ché vide in esso il movimento che respingeva l'assalto sociali­sta e restaurava i valori nazionali; al tempo stesso pensò che il regime fascista fosse capace di integrare nella vita politica del­la nazione le masse che ne era­no state fin allora escluse. Tutte le illusioni che stavano dietro a questa scelta sbagliata si infransero di fronte alla tragedia della guerra. A questa fase della vita di Volpe, Di Rienzo dedica pagine appassionanti. Lo storico abruzzese non aderì alla Repub­blica di Salò. E non solo. Il primo volume di Italia moderna, distri­buito all'inizio del 1944, venne se­questrato su tutto il territorio della Rsi, su ordine del Ministe­ro della Cultura popolare, per la prefazione (che mandò su tutte le furie Mussolini) in cui era con­tenuto l'invito a trovare nella mo­narchia l'unico presidio di quel­la unità nazionale che stava ca­dendo a pezzi. E nel maggio 1945 Volpe scrisse al suo ex-allievo Walter Maturi: «Non che non apprezzi la caduta di un regime dal quale, come esso era venuto degenerando, io mi ero via via di­staccato e col quale avevo rotto del tutto dopo il luglio '43». Ma poi Volpe seguitava: «ma io, don Benedetto [Croce] me lo permet­terà, non son di quelli che, pur di sbarazzarsi del regime, han invo­cato la sconfitta.  Ho ferma fidu­cia che dal regime, da quel certo modo di governare, ci saremmo liberati lo stesso. La vittoria ne avrebbe non prolungata ma ab­breviata la vita. Mentre la sconfitta è irrimediabile e assoluto male». Inoltre Volpe dava un feroce giudizio sulla «fellonia» del go­verno Badoglio, «piegatosi vergognosamente alla resa senza condizioni, col risultato di age­volare la marcia degli angloamericani verso Roma e il Nord». Tra i due eserciti stranieri, che si contendevano la terra italiana, lo storico abruzzese non faceva nessuna distinzione, augurandosi piuttosto l'inter­vento del gladio vendicatore di «un Dio d'Israele che li sommer­ga sotto le onde del mare, tutti quanti sono» (come scriveva al­la moglie nel settembre 1944).

Tutta la posizione di Volpe in questo periodo era nella morsa di una contraddizione formida­bile. Perché - a parte la tesi, as­sai singolare, secondo la quale la vittoria dell'Italia fascista nella guerra avrebbe non prolunga­to ma abbreviato la vita del fascismo - egli, mentre vedeva nel Re l'unico presidio dell'unità na­zionale, ne condannava poi l'in­tera azione politica svolta con Badoglio. Dietro questa con­traddizione formidabile c'era lo stato d'animo angosciato dell'anziano storico, convinto che «per un pezzo e forse per sem­pre saremo ridotti a uno statarello, una specie di pianeta spen­to come la luna, un grosso Porto­gallo, una grossa Grecia». Paro­le amare, nelle quali si rispec­chiava bene il fallimento di una generazione. Lavorare per il fu­turo, di un'Italia democratica era compito di altri uomini, for­mati da esperienze diverse. Eugenio Di Rienzo, La storia e L'azione. Vita politica di Gioacchino Volpe, Le Lettere, Firenze, pagg. 752, 38,00.
Ultimo aggiornamento ( venerdì 18 aprile 2008 )
 
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