Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Gli smemorati del ventennio PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 24 gennaio 2010

Raffaele Liucci, Gli smemorati del ventennio. Manca, nell'Italia del dopoguerra, una seria analisi della natura liberticida del regime mussoliniano: i moderati rimossero il ricordo dei suoi crimini peggiori, gli antifascisti addossarono tutta la responsabilità ai repubblichini - La visione «edulcorata» del fascismo trovò sostegno nelle penne agguerrite di Longanesi, Ansaldo e Montanelli, in «Il Sole 24 Ore», 20 luglio 2008, p. 34.

 

 

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Il grande antropologo Carlo Tullio-Altan diceva che l'autorappresentazione del nostro Paese è sempre stata modellata dalla «rimozione nevrotica» delle sue tare più virulente. Escono ora due solidi libri che indagano sull'incapacità degli italiani, a ogni latitudine, di fare i conti con il passato fascista, la stagione che meglio ha rivelato il loro carattere.Il primo di questi, pubblicato da Cristina Baldassini, giovane ricercatrice, è una mappa quasi antropologica dell'Italia moderata, che nel Ventennio aderì al regime, durante la Resistenza stette alla finestra e infine, nel dopoguerra, pur senza nutrire sentimenti nostalgici, coltiverà una «memoria indulgente» del duce. Una memoria sommersa, selettiva e politicamente scorretta, che può contare sulle "penne" agguerrite di Renato Angiolillo, Giovanni Ansaldo, Leo Longanesi, Curzio Malaparte e Indro Montanelli, e su rotocalchi popolarissimi come «Oggi» e «Gente», entrambi ideati da Edilio Rusconi. Nelle loro pagine (qui esplorate per la prima volta con piglio storiografico) si specchia il cuore pulsante del Paese reale, che non sopporta la mistica antifascista, giudica lo scontro fratricida del '43-45 «il periodo più cupo della storia italiana dall'indipendenza in poi» (Rusconi) e ritiene che, in fondo, l'unica colpa di Mussolini sia stata quella di aver perso la guerra. Onde una rimozione degli aspetti più cruenti del regime littorio. La violenza squadristica, i tribunali speciali, i gas in Etiopia, le leggi "razziali", l'alleanza con Hitler, le atrocità commesse durante l'occupazione della Jugoslavia, i campi di concentramento.

Tutto cancellato con un colpo di spugna, in favore di un'immagine zuccherosa e famigliare del duce, a tratti farsesca, comunque inoffensiva. Il dramma del fascismo – scrisse Montanelli sul «Borghese» nel '54 – fu non di aver instaurato il terrore, ma di non averlo fatto. Mussolini, infatti, «lasciò tutto a mezzo in un compromesso che non si è mai saputo cosa diavolo fosse, mandando in vacanza balneare poche persone, non uccidendone nessuna, e tirando avanti, a furia di mezze misure, alcune imprese più appariscenti che di sostanza».
L'adulterazione del passato non fu però esclusivo patrimonio dei moderati. Anche gli antifascisti ebbero le loro colpe. Mitizzando oltre ogni misura la Resistenza, caricarono sulle spalle dei "repubblichini" sconfitti l'intera responsabilità del Ventennio. Con il risultato di oscurare la «scadente fibra morale degli italiani» all'origine del vasto e duraturo consenso tributato al regime di Mussolini. Salò, infatti, fu un'altra cosa: «non l'epitome, ma l'epifenomeno del fascismo». È questa, ridotta all'osso, la tesi centrale attorno a cui ruotano i vari saggi riuniti nel nuovo libro di Roberto Vivarelli. Vi risuona ancora l'eco dei contrasti che accolsero le sue memorie di gioventù (La fine di una stagione, il Mulino, 2000), quando, all'età di quattordici anni, il futuro storico s'era arruolato volontario nelle Brigate Nere di Salò, per vendicare il padre ucciso dai partigiani di Tito. Ma poi, negli anni successivi, Vivarelli seguirà la lezione di Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi, padri di un precoce antifascismo liberal-democratico «egualmente avverso tanto agli hegeliani di destra quanto a quelli di sinistra». Proprio per questo, nel dopoguerra, entrambi uscirono di scena «sostanzialmente sconfitti, e tali sono rimasti».
Al loro posto trionfò il modello dell'intellettuale militante: «Un ruolo che nelle file comuniste era stato spesso assunto da quegli stessi che avevano imparato a militare sotto le insegne del fascio». E così, alla fine, ben pochi seppero o vollero fare i conti con la natura anti-liberale del fascismo e con il suo radicamento sociale: «una pagina triste ma vera della storia nazionale, una pagina che riguarda l'Italia tutta».
Ultimo aggiornamento ( martedì 02 febbraio 2010 )
 
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