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Il fascismo visto da lontano PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedý 16 febbraio 2015

Gli stranieri hanno sempre ragione? Ce lo siamo spesso domandati, durante la seconda Repubblica, quando il nostro paese ha attratto come un magnete la morbosa curiosità del resto del mondo. Ora un libro di Emilio Gentile (illustre collaboratore di questo supplemento) esplora l'altro ventennio, quello mussoliniano, colto attraverso l'occhio dei viaggiatori giunti da oltre confine. La sapienza di questo lavoro sta nel suo montaggio: l'autore è riuscito a incastonare centinaia di testimonianze in un racconto fluido e diacronico, che si legge tutto d'un fiato, dal caos del primo dopoguerra sino allo sbarco degli Alleati in Sicilia, nel luglio del '43. Gentile vi indossa i panni del narratore, astenendosi da ogni commento esornativo. Spetta ai lettori cogliere i frutti della sua ricerca.

Innanzitutto, quale valore euristico attribuire al “verbo” dei nostri ospiti? Sono giornalisti, scrittori, studiosi, diplomatici, uomini politici, che in verità non paiono discostarsi troppo dalla media dei nostri connazionali. C'è chi avverte precocemente le radici dello squadrismo o le peculiarità del l'esperimento littorio, e c'è chi ragiona per luoghi comuni. Senza dimenticare i frequenti abbagli, come quello preso dal giornalista (e sociologo) peruviano José Carlos Mariàtegui, che nell'aprile 1924 pronostica un rapido declino del nascente regime. Un vaticinio replicato da diversi suoi colleghi all'indomani del delitto Matteotti (10 giugno 1924), quando Mussolini sembrava un colosso dai piedi d'argilla. Insomma, è sempre faticoso azzeccare in tempo reale la giusta direttrice della Storia (ammesso che esista davvero), e un passaporto straniero non agevola di per sé il compito. Assai più lungimirante era stato l'«italiano inutile» Prezzolini, che dopo la Marcia su Roma aveva scritto a Piero Gobetti: «Sento che per venti, venticinque anni la politica è finita e che non c'è nulla da fare, altro che ritirarsi a guardare».

Veniamo così al secondo punto: lo sguardo non sempre distaccato dell'osservatore allotrio, egli stesso talvolta vittima dei propri pregiudizi. Così, nel 1931 il comunista tedesco Alfred Kurella riferisce d'essersi imbattuto in fantomatiche masse operaie ribollenti di odio verso la dittatura, mentre dieci anni prima lo storico francese Paul Hazard non riusciva a dissimulare la schietta simpatia per il fascismo delle origini. Tanto da discolpare lo squadrismo, adducendo come attenuante l'ancestrale “abitudine alla violenza” degli italiani, trogloditi per natura. Il terzo nodo del libro di Gentile richiama appunto la nostra acclarata minorità. Tutti i “forestieri” sono concordi nel reputare l'Italia non assimilabile agli altri paesi-guida dell'Occidente. Per questo molti di loro si spingono ad accettare obtorto collo il fascio littorio, che avrebbero invece reputato una soluzione indegna per Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti. Ma cosa aspettarsi da un popolo levantino e anarcoide come il nostro? In fondo, di fronte all'inerzia dei liberali e al massimalismo dei socialisti, il manganello, il revolver e l'olio di ricino hanno restaurato l'ordine perduto. Tanto più che, scrive il reporter francese Henri Béraud nel 1929, «il fascismo non si trasmette ai vicini più della camorra o della mafia». Una previsione sballata!

Quarto punto: il passato che non passa. Diverse pagine riesumate da Gentile suonano oggi sinistramente attuali, spalancando uno scenario arcaico eppure famigliare. Il sudiciume delle grandi città del Sud. La verbosità dei discorsi politici. Una concezione elastica della legge. Il moloch burocratico. La propensione a seguire il pifferaio di turno, dalla parlantina frizzante. Nonostante diversi ospiti registrassero gli sforzi di Mussolini per fare dell'Italia «un paese fresco e primaverile», più disciplinato e moderno, il nostro carattere è rimasto quasi intonso, anche dopo l'avvento della Repubblica. Onde i costi esagerati sopportati dall'Italia per diventare, semplicemente, “un paese normale”. Un obbiettivo peraltro mai raggiunto, come confermano alcune recenti riflessioni dello stesso Gentile, piuttosto pessimista sul futuro del nostro popolo, «né Stato né Nazione».

Quinto punto: la falce dell'oblio. In questo volume non brillano soltanto scrittori del calibro di Joseph Roth, Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir (in veste di turisti indispettiti dall'occhiuto controllo poliziesco), o del croato Ivo Andric (futuro premio Nobel jugoslavo, autore del romanzo Il ponte sulla Drina, nel 1920-22 diplomatico di carriera in Italia), ma anche molti altri personaggi ormai dimenticati. È una dura legge della Storia, valida soprattutto per i giornalisti, la cui effimera notorietà svapora allo scomparire della firma. Ma ora, grazie a Google e Wikipedia, possiamo dipanare il gomitolo delle loro vite. Per esempio, Edgar Ansel Mowrer, corrispondente del «Chicago Daily News», il quale aveva conosciuto Mussolini durante il “maggio radioso” del '15 e la sera successiva alla Marcia su Roma viaggiò con lui sul treno che da Milano lo portava nella capitale, dove lo attendeva il Re per conferirgli l'incarico di Presidente del Consiglio. Oppure George Seldes, il reporter americano già espulso dal duce e autore nel 1935 di una biografia molto critica su di lui (Sawdust Caesar), frutto di un viaggio in incognito nel nostro paese. O ancora, Cicely Hamilton, femminista inglese che, pur riconoscendo la modernità fascista, ne denuncia la concezione regressiva della famiglia: «La vita domestica, un marito e una casa: e figli, i futuri cittadini italiani, e tanto meglio se numerosi».

 

di Raffaele Liucci, Il Sole 24 Ore, 9 novembre 2014, p. 27.

 

Ultimo aggiornamento ( giovedý 07 gennaio 2016 )
 
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