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Il nuovo libro di Pansa: "I gendarmi della memoria" PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 30 settembre 2007

Giampaolo Pansa,

I gendarmi della memoria,

Sperling & Kupfer, pp. 504.

 

Giampaolo Pansa: «La verità sulla guerra civile

negata per un pugno di voti»

La tragedia del 1945-46 è tuttora oscurata

dalla sinistra per motivi elettorali.

«Il Pd non può essere riformista

senza essere revisionista» 

In «Libero», 28 settembre 2007, pp. 28-29. 

Di Alessandro Gnocchi 

Il nuovo libro di Giampaolo Pansa è un cazzotto nello stomaco per tutti. Innanzi tutto per i protagonisti quei «Gendarmi della memoria» (Sperling & Kupfer, pp. 504, euro 19, in libreria il 2 ottobre) che vogliono nascondere e imprigionare la verità sulla guerra civile italiana. Poi per il mondo spocchioso, invidioso e auto-referenziale della carta stampata: Pansa racconta, con nomi e cognomi, i tranelli poco eleganti che gli sono stati tesi dai colleghi giornalisti nell’ultimo anno (ne escono maluccio molte redazioni). Ma le pagine di Pansa sono un cazzotto nello stomaco anche per i lettori. Un cazzotto salutare, in quest’ultimo caso, perché costringe ad aprire gli occhi su una realtà poco lusinghiera per il nostro Paese. In Italia, la battaglia politica e culturale si combatte ancora sui cadaveri delle vittime del 1945-46. Per un pugno di voti, fra l’altro sempre più esiguo, molti, a sinistra, sono ancora disposti a censurare la violenza che si è abbattuta sui fascisti dopo la Liberazione. Per un pugno di voti, alcuni partiti tengono artificialmente in vita un antifascismo duro e puro che produce i suoi frutti bacati nel presente: dalle squadracce rosse che attaccarono le presentazioni de “La Grande Bugia”, alla rinascita delle Brigate Rosse. “Ricorda solo ciò che ti fa comodo” e “Tappa la bocca a chi non la pensa come te” sono i comandamenti dei “Gendarmi della memoria”.

Pansa, questa volta Lei se la prende anche con la Casta dei giornalisti che le hanno teso qualche brutta “imboscata”.

«In Italia c’è troppa cortesia fra i giornali e le posizioni finiscono con l’essere poco chiare. Non credo di aver riferito cose private. Nel nostro lavoro nulla è privato. Meglio mettere in piazza tutto. Ce la prendiamo con la Casta dei politici e poi facciamo noi stessi i bramini?».

Chi sono i gendarmi della memoria?

«Ci sono gendarmi, gendarmini e gendarmucci. Innanzitutto c’è un tris di partiti: Rifondazione, Comunisti italiani e purtroppo una gran parte dei Ds. Poi c’è l’Associazione nazionale partigiani italiani, una vera e propria frazione politica, una lobby che controlla parecchi voti. A questi dobbiamo aggiungere molti Istituti storici sulla Resistenza, non tutti. Infine ci sono gli storici che hanno intinto la penna nella cattiva ideologia. Senza dimenticare pezzi della tivù di Stato: luoghi dove è impossibile presentare “libracci” come i miei. Penso, ad esempio, alla trasmissione “Che tempo che fa”».

Perché i gendarmi vogliono“imprigionare” la verità sulla guerra civile?

«La Resistenza ha un grande protagonista: il Pci. Questo partito si è battuto con coraggio contro il fascismo e il nazismo. Senza il suo contributo la guerra partigiana sarebbe poca cosa. Ma questo, per così dire, era solo il primo tempo del film. Il secondo prevedeva la nascita in Italia di una democrazia popolare all’interno del sistema sovietico. Questa parte non si può raccontare ed è stata nascosta, perfino con esecuzione interne al Pci nell’immediato dopoguerra. In particolare va coperto tutto ciò che accade in regioni come l’Emilia Romagna».

È una posizione che paga in termini elettorali? O, nel caso di forze che si presentano riformiste, come i Ds, è un clamoroso autogol?

«La Quercia è un partito morto. Fassino dovrà trovarsi un altro mestiere. Anche chi, come lui, aveva fatto qualche passo nella direzione giusta, ha smesso di parlare. Si dichiarano riformisti ma non possono esserlo senza essere prima revisionisti. Non si può chiedere fiducia per il futuro agli elettori, quando non si è in grado di guardare con onestà al proprio passato».

E il partito democratico che posizione assumerà su questi temi?

«È tutto da vedere. Molto dipende da Veltroni. Il vero problema è questo: se le dieci sinistre italiane fossero in un periodo di grande consenso elettorale, forse sarebbero più disposte ad aprire gli armadi. Ma per paura di perdere voti diventeranno ancora più rigide. I giochi sono aperti, e anche Veltroni ha qualche serio grattacapo. Se il governo Prodi cadesse l’anno prossimo, Walter verrebbe annichilito di Berlusconi».

Le reazioni ai suoi libri, dai “Figli dell’Aquila” a “Sconosciuto 1945”, sono diventate sempre più rabbiose. Come mai?

«Nel 2002, dopo i “Figli dell’Aquila”, i gendarmi si limitarono a ringhiare: era la storia di un repubblichino. Nel 2003, “Il sangue dei vinti”, dove raccontavo la giustizia sommaria e le vendette partigiane dopo la Liberazione, fece scoppiare un pandemonio. Mi accusarono di aver profanato il 25 aprile».

Con “Sconosciuto 1945” e “La grande bugia” si arrivò alla scomunica, perché?

«Da quella raccolta di testimonianze vennero fuori due fatti: molti militanti della sinistra avevano il padre nella Rsi; molti comunisti, considerati dissidenti, fecero una brutta fine per mano dei propri compagni. Avevo toccato il partitone rosso e infranto una norma ferrea in vigore dal 1945: la storia sgradita al Pci non si racconta; la storia del Pci è esente da zone d’ombra. Eppure proprio Napolitano di recente ha evocato tali “zone d’ombra”…».

“La grande bugia” Le è costato la contestazione nei luoghi in cui Lei è andato a presentare il libro.

«Quando ho iniziato a scrivere i “Gendarmi della memoria” volevo affrontare due temi: la guerra comunista alla Resistenza non allineata con il partito e il massacro degli sconfitti. Poi arrivarono le contestazioni di Reggio Emilia e Bassano del Grappa. Decisi quindi di inserirle nel volume anche perché nel frattempo assistevo a un fatto strano ma prevedibile».

Quale?

«Quelli che volevano pestare me, hanno iniziato a pestarsi fra loro».

Si riferisce alle continue polmiche fra Comunisti italiani e Rifondazione, ai fischi a Bertinotti all’università, alla contestazione del ministro Damiano?

«L’antifascismo duro e puro che avevano invocato e risvegliato contro di me, gli si è rivoltato contro. Io fascista? È comico. Il mio pedigree è impeccabile. Già negli anni Cinquanta mi occupavo della Resistenza con maestri come Alessandro Galante Garrone e Guido Quazza. Già all’epoca in un convegno, dissi che non si poteva raccontare la storia a metà. Comunque sia, gli attacchi per impedire al pubblico di presenziare ai miei dibattiti non ebbero alcun risultato. A Reggio Emilia nessuno dei presenti se ne andò dalla sala. E il libro fu un successo enorme».

Un ampio capitolo dei “Gendarmi della memoria” è dedicato alle cifre dei fascisti assassinati nel dopoguerra.

«Sono le cifre offerte da uno studioso di nome Michele Tosca, il quale sta censendo tutti i caduti della Rsi durante la guerra civile. A mio avviso sono le più attendibili: dietro ogni numero fornito da Tosca ci sono un nome e una data. I morti accertati sono più di 19 mila».

Di recente Guido Crainz, in “L’ombra della guerra” contesta i suoi dati e abbassa (si fa per dire) la cifra: da ventimila circa a circa diecimila.

«Sì, Crainz mi rimprovera di non aver menzionato un’indagine della Pubblica sicurezza che reca quella cifra. Ma Crainz crede davvero ai rapporti della Polizia? Mi sembra ingenuo. Ci sono vicende, anche anteriori al 2 aprile, ancora da scoprire. Prendiamo il caso delle donne assassinate come collaborazioniste. In Piemonte, le vittime accertate dal gruppo di Tosca sono 776. Beh, sono senz’altro di più. Lo capisco dalle lettere che ricevo. Lettere che contengono storie che nessuno mai ha raccontato. I numeri mancano: ancora non ci rendiamo conto che la guerra civile è piena di sangue, e le persone ancora la ricordano con paura, tanto è difficile ammettere con serenità che il proprio padre era fascista».

Cosa pensa di una formula storiografica che va per la maggiore quella della “memoria condivisa”?

«È l’araba fenice. Non è possibile una memoria condivisa in un Paese in cui c’è stata una guerra civile. Al momento non c’è neppure una “memoria accettata”: manca il riconoscimento, il rispetto della parte sconfitta. Per questo non ha molto senso la proposta del sacrario “bipartisan” proposto a Milano dalla Moratti. La “memoria condivisa” è un totem da venerare. Ma nasconde una versione incompleta e di comodo della storia”. 

L’estratto

La violenza dell’antifascismo

ha ridato fiato alle Brigate Rosse

Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo uno stralcio del libro di Giampaolo Pansa “I gendarmi della memoria” tratto dal capitolo “Quattro imbecilli”. La sinistra, o meglio le dieci sinistre italiane, per conservare un pungo di voti soffia sul fuoco dell’antifascismo. Con risultati pessimi. 

Di Giampaolo Pansa

(…) tragedia con equità, e senza soffocare le voci dei vinti, le avrebbe dato un’immagine più liberale. E soprattutto meno arrogante, meno proterva, meno ringhiosa.Mi sono sbagliato. La sinistra italiana non esiste più. Le tante sinistre che hanno preso il suo posto, a tutt’oggi sono dieci, hanno smentito la mia speranza. Il partito più forte, o meno debole, i Ds, mi ha osteggiato o ignorato. Rifondazione Comunista mi ha combattuto. I Comunisti italiani mi hanno disprezzato, sia pure senza avere il coraggio di dichiararlo in modo aperto. Dei Verdi non so dire, perché non li ho mai sentiti. Ma immagino che anche loro, come le altre sinistre, siano inchiodati al rifiuto di qualunque revisionismo. E sempre, come accade in tutte le sinistre, per due ragioni poco onorevoli: l’ottusità culturale e il terrore di perdere qualche elettore.(…) Via via, ho cercato di raccontare la scomposta attività dei Gendarmi della Memoria. E di descrivere le figure di molti dei politici, degli storici, degli intellettuali e dei giornalisti che hanno scelto di vestire quella divisa grottesca. Ma adesso è arrivato il momento di rendere conto della loro fase sfortunata.(…) Quando venni aggredito a Reggio Emilia, un paio di big della cosiddetta sinistra riformista, Walter Veltroni e dopo di lui Piero Fassino, spinti dal comunicato di Napolitano, mi telefonarono per rammaricarsi e offrirmi solidarietà. In privato, ovviamente. E senza poi azzardarsi a buttar giù una riga di dichiarazione pubblica. Fra i tanti che fecero scena muta c’era un membro del governo Prodi: il diessino Cesare Damiano, ministro del Lavoro. Perchè cito proprio lui, una persona civile che non mi ha mai osteggiato, almeno in pubblico? Perchè, in quello stesso autunno, a Damiano capitò il medesimo guaio che era successo a me.

(…) Era venerdì 3 novembre 2006. A Venezia, nel Palazzo Ducale, si era appena conclusa la prima mattinata di un convegno organizzato dall’Eli, l’associazione Europa Impresa Lavoro, fondata da Damiano e da Tiziano Treu, deputato della Margherita. L’incontro doveva servire a presentare il nuovo Manifesto riformista del lavoro. Mentre i convegnisti si avviavano al buffet, Damiano, ancora al tavolo del dibattito, ebbe una visione da incubo: trenta disobbedienti urlanti irrompevano nella sala, armati di slogan e di striscioni. Li guidava Luca Casarini, il capo dei no-global del Nord-est. Casarini gridò a Damiano: “Ministro, si vergogni!”. La stessa ingiunzione appariva sugli striscioni, dipinta a grandi caratteri: “Ministro Damiano vergognati!”. Sui cartelli campeggiavano ingiurie alla legge finanziaria del governo Prodi e contro i Centri di permanenza temporanea per gli immigrati clandestini.

(…) Di corteo in corteo, si arrivò a quello per la Palestina. Si svolse a Roma, il 18 novembre 2006. E si conquistò le prime pagine dei giornali perché un gruppo di dimostranti seguitò a scandire uno slogan barbaro: “Dieci, cento, mille Nassiriya”. Subito affiancato da una variante mortuaria: “L’unico tricolore che ci piace è quello sulle vostre bare”.Per chi non lo ricordi, a Nassirya, una città dell’Iraq meridionale, il 12 novembre 2003 un attentato terroristico aveva distrutto la base militare italiana. Provocando la morte di dodici carabinieri, di altri 5 militari e di due civili. (…)I due slogan indecenti avevano un significato solo: speriamo che ce ne siano molti di attentati come quello di Nassirya, più militari italiani crepano, meglio è. Quando i giornali lo raccontarono, lo scandalo fu doppio. Per lo slogan e per la presenza nel corteo di uno squadrone di sottosegretari della sinistra radicale e di qualche leader politico governativo. Il più visibile di questi era Oliviero Di Liberto, il segretario dei Comunisti Italiani. E fu proprio lui ad alzare le spalle, dicendo, con noncuranza; “A gridare quelle parole sono stati soltanto quattro imbecilli”. Sulla stessa linea si sdraiarono altri big del centrosinistra, pur lontani dal furbo Oliviero e dal corteo romano (…).

Ma era davvero sicuro che si trattasse soltanto di squinternati, per di più appena quattro? Era una domanda inevitabile per chi, come me, si stava rendendo conto che la Ditta degli Imbecilli aveva filiali in mezza Italia. Una domanda che diventava obbligata dopo aver visto le fotografie dei pupazzi bruciati in quel corteo.I fantocci di stoffa raffiguravano soldati americani israeliani e italiani. E fin qui era tutto chiaro. Ma un esame più accurato faceva emergere qualche dettaglio non da poco, utile a riflettere sui “quattro imbecilli”. Il soldato americano era truccato da nazista, e del resto la svastica hitleriana campeggiava sulle bandiere Usa portate nel corteo per dileggio. Il soldato israeliano aveva sull’elmetto la stella di David incrociata con la svastica. Infine sul fantoccio italiano c’era il Tricolore che nel bianco centrale recava uno stemma fuori servizio da sessant’anni: l’aquila sul fascio littorio. Era l’emblema dei reparti militari della Repubblica Sociale, durante la guerra civile. Ecco allora dei fantocci pensati da qualcuno che non era per niente un imbecille. E che dichiarava un principio da non discutere: chi dissentiva da quanti gridavano “Dieci, cento, mille Nassirya” era un nazifascista da mettere al bando. Chi invece urlava quelle quattro parole nefande era un antifascista senza se e senza ma, che aveva ragione sempre e comunque. Già ma un antifascista di quale tipo? Nel novembre 2006, anche per le esperienze che andavo facendo nel presentare in pubblico La Grande Bugia, mi tornò alla memoria quello che aveva detto un grande storico: Renzo De Felice. Nella sua intervista sul fascismo, De Felice aveva spiegato: “Il Fascismo ha fatto infiniti danni, ma uno dei danni più grossi è stato lasciare in eredità una mentalità fascista ai non fascisti, agli antifascisti, alle generazioni successive anche più decisamente antifasciste. Una mentalità pericolosissima, che va combattuta in tutti i modi. Una mentalità di intolleranza, di sopraffazione ideologica, di qualificazione dell’avversario per distruggerlo”. Attenzione alla data di uscita dell’intervista: giugno 1975. Le Brigate rosse avevano già cominciato ad uccidere in nome dell’antifascismo e della Resistenza tradita (…). In uno dei miei Bestiari su L’Espresso mi chiesi se, in Italia, poteva riemergere un mostro simile al terrorismo di quel tempo. Era che la politica, di governo di opposizione, mostrasse la mano ferma per stroncare sul nascere ogni sintomo della mentalità arrogante, gonfia di violenza ideologica, che De Felice aveva così ben descritto.Siamo a quel novembre, la mano ferma non s’era vista. Né quella delle tante sinistre né quella del governo Prodi. (…)

Per dirla chiara, ecco un governo balbettante di fronte a sintomi pericolosi che al diessino Damiano ricordavano il clima degli anni Settanta. Prodi sbagliava a mostrarsi esitante o muto. E sbagliava anche il ministro Massimo d’Alema a mettere queste tensioni, ormai continue, sul conto della concorrenza fra Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani per acchiappare i voti degli ultrà più violenti. Se si fosse trattato soltanto di una lite tra le tante famiglie rosse, la faccenda non avrebbe avuto importanza. Invece, a parer mio, stavamo assistendo a qualcosa di assai più grave. Poi, il 12 febbraio 2007, la Procura della Repubblica di Milano ci rivelò che le Brigate Rosse erano tornate. Mentre noi dormivamo il sonno dei pigri, i nuovi brigatisti non avevano dormito per niente. E si erano ricostituiti lungo un asse che attraversava l’Italia del nord: da Torino a Milano, a Padova, a Trieste.  

Ultimo aggiornamento ( domenica 30 settembre 2007 )
 
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