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Il riduzionismo di Pirjevec. Foibe, l’orrore non può essere giustificato PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 14 febbraio 2010

Sessi Frediano, Il riduzionismo di Pirjevec. Foibe, l’orrore non può essere giustificato, in « Corriere della Sera», 9 febbraio 2010, p. 39.

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C’è una contraddizione stridente che balza agli occhi del lettore, già nelle prime pagine del saggio di Joze Pirjevec Foibe. Una storia d’Italia (Einaudi, pagine XVIII-376, Euro 32). Da una parte c’è il suo ribadire la validità di un giudizio espresso nel lontano maggio del 1984, sul quotidiano di Trieste «Il Piccolo»; dall’altra l’esigenza di storico, ferito nella sua dignità dal rumore mediatico sulle foibe, di consultare e leggere archivi ancora inesplorati. «Gli orrori del ‘45 - scriveva all’epoca lo studioso sloveno - possono essere, forse, se non scusati, almeno collocati nella loro dimensione storica: esecrandi atti di vendetta provocati da altrettanto esecrandi odi e pregiudizi razziali». A distanza di più di vent’anni e alla luce di una nuova ricerca, la verità sulle foibe di Pirjevec, espressa in questa citazione, non muta. Viene da chiedersi, al termine della lettura del suo lungo saggio (due terzi del libro che raccoglie anche i contributi di Darko Dukovski, Nevenka Troha, Gorazd Bajc e Guido Franzinetti), perché così tanta fatica, se gran parte del suo lavoro ribadisce in sostanza tesi riduzioniste già note che, pur non negando il fenomeno delle violenze dei partigiani comunisti in Istria (non solo dunque gli infoibamenti, ma le uccisioni sommarie, le deportazioni eccetera), lo riconduce (e riduce) al motivo della vendetta delle popolazioni jugoslave contro la barbarie del regime fascista e la sua politica violentemente antislava. Un passo indietro nella riflessione storica sulle foibe e sull’esodo, due tragedie in memoria delle quali si celebra domani in Italia il Giorno del Ricordo. Secondo Pirjevec, gli innocenti morti in questo uragano di violenze che si scatenò in Istria dopo l’8 settembre del 1943 e in tutta la Venezia Giulia nella primavera del 1945, per mano delle milizie partigiane di Tito, altro non sarebbero che vittime collaterali di una guerra comunque giusta, perché si opponeva alla dittatura nazista e fascista.

Certo, il suo saggio è assai più articolato e comporta passi di indubbio interesse, soprattutto quando ci segnala come non sia sempre facile distinguere, in quei contesti, chi siano coloro che praticavano azioni di colonizzazione e snazionalizzazione (se gli italiani o i titini). L’Istria della Seconda guerra mondiale, come del resto l’intera Venezia Giulia e i territori della ex Jugoslavia, fu un vero e proprio mattatoio della storia. Ciò tuttavia non può attenuare le colpe e i crimini del comunismo titino e del suo progetto di slavizzazione delle terre di confine. Parlare di comunismo di guerra o di atti frutto di una vendetta, significa oggi non solo offendere una seconda volta le vittime, ma dare credito ancora a una dittatura che fu efferata quanto nazismo e fascismo.
Ultimo aggiornamento ( domenica 14 febbraio 2010 )
 
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