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In fondo a destra PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedý 25 febbraio 2013

In qualunque modo si risolva la partita elettorale, è chiaro che per la destra si chiude comunque il ciclo apertosi nel 1994 con la famosa discesa in campo di Berlusconi. Se al Cavaliere riuscirà l’impresa della rimonta, cambierà solo che potrà avviarsi ad uscire di scena con  intatto quell’onore di strenuo combattente che si è guadagnato in questi anni. Se viceversa le urne gli riserveranno un verdetto pesante, gli resterà l’amaro in bocca di non aver lasciato la scena quando ancora il successo gli arrideva.

A decretare la chiusura della sua ventennale carriera politica e, a seguire, del ciclo della destra che da lui prende il nome di berlusconismo, militano vari fattori. A parte il dato anagrafico (e cioè la sua non più verdissima età), pesa anzitutto la compromissione – che in politica non è emendabile – della sua credibilità per i molteplici incidenti giudiziari nonché per gli scandali rosa che lo hanno visto protagonista, e questo vale sia all’interno del paese che in campo internazionale. Viene poi un dato eminentemente politico, questo davvero tranchant: ossia la perdita, altrettanto irrimediabile, della sua capacità di leadership sull’intera area di destra. Al suo apparire, il Cavaliere era riuscito a unire anche quello che associabile non sembrava possibile: i nemici di “Roma ladrona” (Lega) con i nostalgici, se non più della “Roma imperiale”, almeno della Roma simbolo dell’unità d’Italia (An). Oggigiorno, dopo aver perso per strada, in ordine di tempo, Follini (2006), Casini (2008) e Fini (2009), non è più sicuro di poter contare nemmeno sull’alleato storico del Carroccio. Di più: da quando ha lasciato Palazzo Chigi, anche tra le sue file si è sviluppato un fuggi fuggi generale, alla fine frenato solo dal calcolo di molti di rimediare un posto in lista che nessun altro assicurava loro.

Berlusconi paga i suoi errori (non pochi e non lievi) ma si peccherebbe di ingenerosità se non si ammettesse che dotare la destra, mai esistita in Italia, di fondamenta solide era, all’alba del 1994, un’impresa non solo a tal punto temeraria da farla apparire un’avventura persa in partenza, ma anche minata da tare storiche mai superate.

La destra cui Berlusconi si accingeva a dare i natali non aveva una storia alle spalle e una forza politica che non ha storia è come un albero che non ha radici. Può anche germogliare, ma è destinato ad avere una vita stentata. Nei quasi centotrenta anni che la dividevano dall’unità d’Italia, la destra berlusconiana non poteva invocare un antenato cui richiamarsi né un’eredità da mettere a frutto. Destra da noi è stata sin dalle origini una causa compromessa. In primo luogo e in modo duraturo perché la formazione dello stato e della nazione è avvenuta per mano di un’élite che si è auto-attribuita la missione storica di modernizzare un paese arretrato e retrogrado: missione tipica di una minoranza rivoluzionaria e giacobina. Si realizza in tal modo il paradosso che la Destra liberale, alla guida del Paese per tre lustri (1861-1876) – e che lustri, sono gli anni di costruzione dello stato unitario – si connoti per una funzione che altrove era propria della sinistra: parliamo della lotta contro le forze che in tutta l’Europa ottocentesca difendevano lo status quo delle monarchie assolute al grido di “trono e altare”. Il resto del danno lo ha fatto il fascismo bruciando in prospettiva ogni chance della destra per averla contaminata con la vergogna della dittatura.

Non è un caso che al momento della rinascita democratica e per tutta la cosiddetta Prima repubblica nessun partito, salvo il Msi che non faceva mistero della sua nostalgia per il regime abbattuto, abbia accettato l’etichetta di destra. Impediva alle forze moderate di qualificarsi “di destra” il timore di essere confinate nel ghetto che la Repubblica antifascista riservava al neofascismo. Il rigetto della qualifica non significa che sia mancata una tutela politica degli interessi materiali e morali della destra. Significa solo – e il dato ha avuto un impatto decisivo sulla vita politica nazionale – che si crea un’asimmetria tra – chiamiamoli – “paese legale” e “paese reale”, tra un sistema politico in cui la destra ha una presenza marginale e ghettizzata (prima i qualunquisti, poi i monarchici e i missini) mentre nella società civile esiste una destra sommersa, quasi occulta, ma condizionante a tal punto da esercitare una sorta di contrappeso che blocca qualsiasi evoluzione verso sinistra da sempre all’ordine del giorno in forza degli equilibri parlamentari esistenti. A fronte, infatti, di un arco di forze progressiste (il Psi e il Pci) assai consistenti (40% circa) si segnala una destra che conta su un misero 3-4% (il Msi), mentre lo stesso centro (la Dc) si qualifica come un “centro che guarda a sinistra”.

C’è voluto il terremoto di Tangentopoli perché crollasse l’architettura politica costruita nell’immediato dopoguerra e emergesse dalle viscere della società civile una destra che tutti sapevano fosse viva e vitale ma che fino allora non aveva avuto rappresentanza politica. Cinquant’anni di latitanza non passano indarno e in effetti la destra che si presenta all’alba degli anni Novanta è priva di una cultura politica, di una classe dirigente, di un’organizzazione e di una rete di presenze sul territorio. Sopperisce a tutte queste mancanze l’unto del Signore Silvio Berlusconi che dota la destra di una leadership, di un personale politico nonché delle risorse finanziarie e comunicative necessarie. Sdogana gli eredi della tradizione nostalgica e aggrega i lumbard. Riesce in altre parole a fare la frittata che non è riuscita a nessuno prima di lui, ma la può fare con le sole uova che ha a disposizione: ex missini e naufraghi dei partiti di centro, fautori della secessione e difensori strenui dell’unità, liberisti e strenui sostenitori di un assistenzialismo improduttivo. Puntualmente la maionese rischia poi, più volte, di impazzire fino ad accasciarsi con lo sfacelo finale del 2011.

Si discuterà a lungo sulle cause che hanno portato al tramonto della destra berlusconiana. Ha provato a enumerarle in un saggio brillante quanto acuto Antonio Polito, In fondo a destra. Cent’anni di fallimenti politici, Rizzoli, pp. 209, euro 14. Alcune tare sono dall’autore ricondotte al dna del suo fondatore. Berlusconi non poteva far sorgere una destra liberale essendo lui costituzionalmente tributario di concessioni statali. Non poteva dar vita ad un partito capace di muoversi con le proprie gambe perché fondato sul carisma del capo senza il necessario corredo di una democrazia interna: fatto insomma non di his own men, ma di his men. Parimenti, la sua esperienza di governo non poteva non risolversi in un insuccesso per un altro tratto congenito del Cavaliere: essere lui un “politico senza convinzioni”. Il paragone con la Thatcher è tutto a suo danno. La Signora di ferro sapeva di avere una potente opposizione da piegare e tutto ciò non la fece deflettere dai suoi propositi. Non altrettanto si può dire del Cavaliere.

Ci sono poi gli “errori” politici consumati. Il primo, e letale, di non aver investito in cultura. Avendo una deserto alle spalle in termini di risorse intellettuali nella scuola, nell’editoria, nella intellighenzia del paese, ha scommesso sulla sola televisione e alla distanza ne ha pagato lo scotto. Anche in questo caso fa scuola la destra di altri paesi. Anche i repubblicani americani erano in un angolo alla fine degli anni Sessanta, ma nel giro di un ventennio hanno saputo investire in ricerca, università, editoria e ora negli Usa il pensiero politico dominante è il loro. Da ultimo, la regressione del suo messaggio sociale: all’origine formulato in termini di promessa di liberazione da poteri e lobbies invalidanti per i comuni mortali tanto da configurarsi come sogno di arricchimento per tutti gli italiani, da ultimo degradatosi ad ostentazione, non più di un vitale self made man, ma di un “satrapo orientale” attorniato di arricchiti “cafoni”.

Attenzione, però, ci avverte Polito. Il tramonto della destra berlusconiana non deve far sperare alla sinistra di aver sgominato definitivamente l’odiato nemico. Il Cavaliere può essere stato piegato, ma l’Italia resta “un paese conservatore” e non può avere un futuro roseo una democrazia che riduca al silenzio una buona metà – forse la maggioranza – del paese.

 

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Roberto Chiarini, Perchè il ventennio di Berlusconi è rimasto in fondo a destra, in"Eco di Bergamo", 24 febbraio 2013. 

Ultimo aggiornamento ( lunedý 25 febbraio 2013 )
 
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