Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Marco Patricelli: "L’Italia sotto le bombe" PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 30 settembre 2007

Marco Patricelli,

L’Italia sotto le bombe.

Guerra aerea e guerra civile. 1940-1945,

Laterza, pp. 378. 

Aurelio Lepre,

Il libro di Marco Patricelli sollecita nuovi interrogativi

sui radi aerei che colpirono le città italiane.

Guerra ai civili, bombe alleate e stragi naziste

Le incursioni uccisero molti innocenti

ma spinsero la gente a rifiutare il fascismo  

In «Corriere della Sera», 28 settembre 2007, p. 53. 

Quando i civili sono stati colpiti da bombardamenti aerei nel corso delle ultime guerre del XX secolo e delle prime del XXI, i responsabili sono stati chiamati a giustificarsi davanti all’opinione pubblica mondiale. L’immagine di ogni casa distrutta, di ogni cadavere rimasto sulla strada, di ogni ferito curato in ospedale è vista e suscita indignazione in tutti gli angoli del mondo. Nessuno oserebbe più teorizzare la necessità dei bombardamenti sui civili per battere un pericoloso nemico.Se si studiano invece quelli effettuati durante la Seconda, si entra in un universo del tutto differente. Allora, infatti, furono giustificati non solo dagli Stati Maggiori come strumenti importanti e spesso indispensabili per ottenere la vittoria, ma anche dalle stesse vittime, almeno in Italia (per l’Inghilterra e la Germania il discorso può essere diverso). Non si tratta di una leggenda storiografica alimentata dai vincitori. Gli storici che hanno avuto modo di leggere le relazioni degli informatori della polizia segreta sullo stato dell’opinione pubblica sanno che realmente i bombardamenti resero più chiare agli italiani le responsabilità di chi aveva voluto la guerra e l’aveva affrontata senza esservi preparato. Suscitarono perciò maggiore avversione contro fascismi e nazisti che contro gli equipaggi delle “fortezze volanti”. Ma questa realtà viene di solito rimossa.Certo, in Italia non si arriva agli estremi del Giappone, dove non è consentito di riconoscere che le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki evitarono un sanguinoso prolungamento della guerra. Da noi, coerentemente con la nostra indole nazionale, ci sono la rimozione del problema e la prevalenza del politicamente corretto sullo storicamente corretto: di solito, parliamo solo delle stragi di civili commesse dalle truppe tedesche. A scanso di equivoci, dico che non ho nessuna intenzione di mettere sullo stesso piano Herbert Kappler, l’esecutore del massacro delle Fosse Ardeatine, Walter Reder, il massacratore di Marzabotto, e Arthur Harris, il pianificatore dei bombardamenti degli alleati, anche se questi erano rivolti a “distruggere i nervi e far crollare il morale del popolo italiano”, come fu scritto in un rapporto redatto dopo che Mussolini era già caduto, nell’agosto del 1943. Le differenze vanno sottolineate, in chiave però non moralistica né ideologica, ma puramente storica.Le responsabilità di chi volle la guerra, l’adozione di metodi che alla nostra sensibilità odierna appaiono disumani, le reazioni dei civili massacrati dalle bombe formano un intreccio molto stretto.La novità dell’opera di Marco Patricelli che appare ora nelle librerie (L’Italia sotto le bombe. Guerra aerea e vita civile. 1940-1945, Laterza, pagine 378, euro 20) è data proprio dal fatto che questo intreccio viene esaminato in tutti i suoi aspetti. La ricostruzione è più narrativa cha analitica, ma questo giova a renderla più viva e coinvolgente. Patricelli non nasconde la spietata freddezza con cui definito il progetto anglo-americano di una guerra aerea intesa a fiaccare il morale della popolazione, per indebolire il fronte interno nemico. Ma non fa della demagogia retrospettiva, che pure troverebbe certo molti lettori disposti ad accoglierla favorevolmente, additando quel progetto alla loro esecrazione. Già allora questa operazione propagandistica non ebbe successo: sapevamo che la velleitaria partecipazione italiana agli attacchi aerei sull’Inghilterra dell’estate del 1940 non solo si era conclusa in maniera disastrosa, ma ci aveva tolto ogni diritto di protestare quando, da artefici più o meno velleitari di stragi e di civili, ne eravamo diventati vittime.Lo studio della Seconda guerra mondiale, se fosse fatto nelle scuole senza rimozioni, travisamenti ideologici o consolatorie bugie, potrebbe essere molto utile alla formazione dei futuri cittadini, contribuendo, se non a eliminare, almeno ad attenuare una delle principali debolezze che ci vengono rimproverate all’estero: quella di ritenerci sempre vittime incolpevoli della storia. A questo riguardo, forse Patricelli avrebbe potuto fermarsi più a lungo sui sentimenti che nacquero in Italia nella primavera 1940, alle notizie delle folgoranti vittorie della Wehrmacht sul fronte occidentale. E non solo negli ambienti governativi e tra i dirigenti del partito fascista, ma nella maggioranza della popolazione, felice di vincere una guerra che sembrava annunziarsi facile e breve.Fu anche la cattiva coscienza a far riflettere gli italiani quando le nostre città vennero colpite dai bombardamenti. Tra gli episodi più tragici Patricelli ricorda la distruzione della scuola di Gorla a Milano, che provocò la morte di centinaia di bambini, nell’ottobre del 1944. Ma proprio all’autore di questa recensione fu dato ritrovare un rapporto di un informatore dei servizi segreti che lamentava l’assenza, da parte di milanesi, di reazioni verso i metodi di guerra anglo-americani: «Tutti o quasi continuano anche in questa occasione a ripetere il solito ritornello: “Se non fossimo entrati in guerra, questi fatti non si sarebbero verificati”». Ovviamente, bisogna anche evitare di credere che gli italiani fossero felici di morire sotto le macerie, in nome della lotta al nazifascismo.In quegli anni nacque il pacifismo di massa, vivo ancora oggi. Ma in forme che somigliano molto allo stato d’animo col quale era stato accolto favorevolmente l’intervento dell’Italia nel giugno 1940. Allora si credette alla guerra facile, da vincere con le parole; oggi si è convinti della pace facile, da mantenere con la sola ragione. Una convinzione che spinge molti a credere che, se prendesse forma nel mondo un periodo equivalente a quello del nazismo, potrebbe essere fermato agitando un ramoscello d’ulivo. 

 

Antonio Carioti, Gli storici. Come distinguere

gli orrori delle SS dalle violenze degli angloamericani  

L’interrogativo è stato posto da Ernesto Galli della Loggia, nel “Calendario” di lunedì 24: si parla di “guerra ai civili” per le stragi compiute dai nazisti in Italia, ma perché non adottare lo stesso termine in riferimento ai bombardamenti alleati, che causarono molte più vittime innocenti?Lo storico tedesco Lutz Klinkhammer, autore del saggio Stragi naziste in Italia (Donzelli), ritiene discutibile questo approccio: «Da qualche tempo negli studi c’è una maggiore attenzione alle sofferenze dei singoli, che vengono isolate dal resto del conflitto. Ogni morto per cause violente è ovviamente di troppo e il dolore dei suoi cari va rispettato. Ma non bisogna perdere di vista la specificità del nazismo e della guerra scatenata da Hitler, che non solo persegue l’annientamento degli ebrei, ma nell’Est vuole ridurre gli slavi in schiavitù e anche in Occidente esprime una visione ideologica razzista. Il bombardamento anglo-americano segue un criterio militare, perché serve ad aprire la strada all’avanzata delle truppe e a infrangere lo spirito combattivo delle potenze dell’Asse: nel caso italiano funziona, perché i raid aerei minano la coesione del regime fascista e accelerano la resa. Si tratta di una strategia brutale, che contempla anche l’uccisione di molti civili, ma non ha il loro sterminio come obiettivo primario. Invece gli eccidi tedeschi spesso avvengono a freddo o per pura vendetta: vecchi, donne e bambini sono massacrati deliberatamente. Ciò si spiega con la violenza strutturale del regime d’occupazione nazista e l’imbarbarimento di alcune unità, specie le SS, abituate a trucidare in massa civili ebrei e slavi sul fronte dell’Est».Non è del tutto d’accordo la studiosa napoletana Gabriella Gribaudi, che a questi argomenti ha dedicato un volume edito da Bollati Boringhieri: «Il mio libro s’intitola Guerra totale, perché ritengo che da entrambe le parti non ci sia stata pietà per i civili. Varie famiglie ebbero morti sia sotto le bombe alleate sia nelle stragi tedesche. Per quanto riguarda gli attacchi aerei anglo-americani, bisogna distinguere: le incursioni che preparano offensive o sbarchi non vanno per il sottile e colpiscono anche molti innocenti, ma in modo casuale; altri raid invece sono diretti specificamente sulle città e hanno una chiara natura terroristica, vogliono ridurre alla disperazione la popolazione nemica.Nel secondo caso ritengo appropriato parlare di “guerra ai civili”: ci sono documenti in cui i militari alleati affermano apertamente che bisogna infliggere alla popolazione lutti tali da costringerla ad abbandonare la lotta. Detto questo, Klinkhammer ha ragione nel ricordare che le stragi naziste vanno oltre la finalità bellica, esprimono una volontà di umiliazione e dominio razzista sui popoli occupati. Infatti le violenze tedesche restano più impresse nella memoria collettiva, rispetto ai bombardamenti, per la ferocia con cui i carnefici infieriscono sulle vittime. Ma tali distinzioni non autorizzano a giustificare sotto il profilo morale le incursioni aeree alleate, che furono una guerra ai civili in piena regola».    

 

Ultimo aggiornamento ( domenica 30 settembre 2007 )
 
< Prec.   Pros. >