
| Mussolini, amori brevi e disordinati di un dittatore |
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| Scritto da Redazione | |
| lunedì 06 luglio 2009 | |
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Mussolini, amori brevi e disordinati di un dittatore, in «Bresciaoggi», 6 luglio 2009, p. 40.
Il giornalista Gustavo Bocchini Padiglione si è ormai specializzato in personaggi del Ventennio, da Arturo Bocchini a Ettore Muti, con libri che abbinano la seria ricerca documentaria alla piacevolezze della scrittura. Ed ecco, dopo il successo di «Camerati, in camera!» (rivisitazione dei bordelli al tempo del fascismo), un’altra esplorazione nel mondo femminile dell’epoca, questa volta non le povere mercenarie dell’amore, bensì le donne che ebbero il «previlegio» di entrare nell’alcova di Benito Mussolini, dai tempi delle prime lotte politiche, senza quattrini e con un futuro molto incerto, fino all’epoca della dittatura, quando le fan esibivano a Rimini il costume da bagno con sopra il suo faccione (come mostra la foto di copertina). «L’harem del Duce» (Mursia, 265 pagine, 17 euro) racconta le avventure sentimentali di Mussolini, e non soltanto quelle relative alle amanti più o meno occasionali.
La parola harem non è intesa come un luogo o una condizione delle interessate, bensì l’abitudine del protagonista di conservare e coltivare in una sorta di serraglio della memoria il ricordo delle donne che gli sono care o che lo sono state, senza mai piantarle del tutto. Non a caso in questo repertorio appaiono la madre Rosa Maltoni, l’adorata figlia Edda, la fedele moglie Rachele insieme a Claretta, l’amante che volle seguirlo nell’ultimo viaggio, a Elena Curti, la figlia naturale, pure lei tra i protagonisti a Dongo e dintorni, e alle altre amanti, dalla scrittrice ebrea Margherita Sarfatti alla giornalista francese Magda Fontanges. Repertorio assolutamente incompleto perché le avventure occasionali di Benito furono tantissime, e spesso il suo ufficio privato a Palazzo Venezia si trasformava in alcova per un mordi e fuggi senza strascichi. Pur approfittando delle sue donne (Ida Dalser che gli ! presta soldi per fondare il suo giornale dopo l’uscita dall’«Avanti!», Margherita Sarfatti che scrive per lui...) e scaricandole con disinvoltura e senza rimorsi, Mussolini le conservò con cura nell’harem della memoria. Con una sola, tragica, eccezione: Ida Dalser , colei che lo aveva aiutato negli anni più difficile e gli aveva dato un figlio, Benito Albino, da lui riconosciuto e poi cancellato. Ida finì i suoi giorni in un manicomio, e la stessa fine fece il ragazzo, rinchiuso nell’Ospedale Psichiatrico di Mombello, dalle parti di Milano, uno di quei luoghi dove si diventa matti per forza. Su questa vicenda sono stati scritti molti articoli e molti libri, e Marco Bellocchio ci ha ricavato il film «Vincere». Perché soltanto a Ida Dalser e a suo figlio fu riservato un trattamento così atroce? La risposta è abbastanza semplice: contrariamente alle altre amanti del Duce (contente così, più furbe o soltanto rassegnate), Ida, da subito, rivendicò il ruolo di «vera moglie» di Benito Mussolini, pronta a prendere il posto di Rachele e a mostrare al mondo che suo figlio era il figlio del Duce, come si vedeva anche dalla faccia e dai modi. Una donna indubbiamente coraggiosa, incapace di rassegnarsi. |
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| Ultimo aggiornamento ( martedì 07 luglio 2009 ) |
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