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Il nuovo libro di Pansa: "I gendarmi della memoria" PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 30 settembre 2007

Giampaolo Pansa,

I gendarmi della memoria,

Sperling & Kupfer, pp. 504.

 

Giampaolo Pansa: «La verità sulla guerra civile

negata per un pugno di voti»

La tragedia del 1945-46 è tuttora oscurata

dalla sinistra per motivi elettorali.

«Il Pd non può essere riformista

senza essere revisionista» 

In «Libero», 28 settembre 2007, pp. 28-29. 

Di Alessandro Gnocchi 

Il nuovo libro di Giampaolo Pansa è un cazzotto nello stomaco per tutti. Innanzi tutto per i protagonisti quei «Gendarmi della memoria» (Sperling & Kupfer, pp. 504, euro 19, in libreria il 2 ottobre) che vogliono nascondere e imprigionare la verità sulla guerra civile italiana. Poi per il mondo spocchioso, invidioso e auto-referenziale della carta stampata: Pansa racconta, con nomi e cognomi, i tranelli poco eleganti che gli sono stati tesi dai colleghi giornalisti nell’ultimo anno (ne escono maluccio molte redazioni). Ma le pagine di Pansa sono un cazzotto nello stomaco anche per i lettori. Un cazzotto salutare, in quest’ultimo caso, perché costringe ad aprire gli occhi su una realtà poco lusinghiera per il nostro Paese. In Italia, la battaglia politica e culturale si combatte ancora sui cadaveri delle vittime del 1945-46. Per un pugno di voti, fra l’altro sempre più esiguo, molti, a sinistra, sono ancora disposti a censurare la violenza che si è abbattuta sui fascisti dopo la Liberazione. Per un pugno di voti, alcuni partiti tengono artificialmente in vita un antifascismo duro e puro che produce i suoi frutti bacati nel presente: dalle squadracce rosse che attaccarono le presentazioni de “La Grande Bugia”, alla rinascita delle Brigate Rosse. “Ricorda solo ciò che ti fa comodo” e “Tappa la bocca a chi non la pensa come te” sono i comandamenti dei “Gendarmi della memoria”.

Pansa, questa volta Lei se la prende anche con la Casta dei giornalisti che le hanno teso qualche brutta “imboscata”.

«In Italia c’è troppa cortesia fra i giornali e le posizioni finiscono con l’essere poco chiare. Non credo di aver riferito cose private. Nel nostro lavoro nulla è privato. Meglio mettere in piazza tutto. Ce la prendiamo con la Casta dei politici e poi facciamo noi stessi i bramini?».

Chi sono i gendarmi della memoria?

«Ci sono gendarmi, gendarmini e gendarmucci. Innanzitutto c’è un tris di partiti: Rifondazione, Comunisti italiani e purtroppo una gran parte dei Ds. Poi c’è l’Associazione nazionale partigiani italiani, una vera e propria frazione politica, una lobby che controlla parecchi voti. A questi dobbiamo aggiungere molti Istituti storici sulla Resistenza, non tutti. Infine ci sono gli storici che hanno intinto la penna nella cattiva ideologia. Senza dimenticare pezzi della tivù di Stato: luoghi dove è impossibile presentare “libracci” come i miei. Penso, ad esempio, alla trasmissione “Che tempo che fa”».

Perché i gendarmi vogliono“imprigionare” la verità sulla guerra civile?

«La Resistenza ha un grande protagonista: il Pci. Questo partito si è battuto con coraggio contro il fascismo e il nazismo. Senza il suo contributo la guerra partigiana sarebbe poca cosa. Ma questo, per così dire, era solo il primo tempo del film. Il secondo prevedeva la nascita in Italia di una democrazia popolare all’interno del sistema sovietico. Questa parte non si può raccontare ed è stata nascosta, perfino con esecuzione interne al Pci nell’immediato dopoguerra. In particolare va coperto tutto ciò che accade in regioni come l’Emilia Romagna».

È una posizione che paga in termini elettorali? O, nel caso di forze che si presentano riformiste, come i Ds, è un clamoroso autogol?

«La Quercia è un partito morto. Fassino dovrà trovarsi un altro mestiere. Anche chi, come lui, aveva fatto qualche passo nella direzione giusta, ha smesso di parlare. Si dichiarano riformisti ma non possono esserlo senza essere prima revisionisti. Non si può chiedere fiducia per il futuro agli elettori, quando non si è in grado di guardare con onestà al proprio passato».

E il partito democratico che posizione assumerà su questi temi?

«È tutto da vedere. Molto dipende da Veltroni. Il vero problema è questo: se le dieci sinistre italiane fossero in un periodo di grande consenso elettorale, forse sarebbero più disposte ad aprire gli armadi. Ma per paura di perdere voti diventeranno ancora più rigide. I giochi sono aperti, e anche Veltroni ha qualche serio grattacapo. Se il governo Prodi cadesse l’anno prossimo, Walter verrebbe annichilito di Berlusconi».

Le reazioni ai suoi libri, dai “Figli dell’Aquila” a “Sconosciuto 1945”, sono diventate sempre più rabbiose. Come mai?

«Nel 2002, dopo i “Figli dell’Aquila”, i gendarmi si limitarono a ringhiare: era la storia di un repubblichino. Nel 2003, “Il sangue dei vinti”, dove raccontavo la giustizia sommaria e le vendette partigiane dopo la Liberazione, fece scoppiare un pandemonio. Mi accusarono di aver profanato il 25 aprile».

Con “Sconosciuto 1945” e “La grande bugia” si arrivò alla scomunica, perché?

«Da quella raccolta di testimonianze vennero fuori due fatti: molti militanti della sinistra avevano il padre nella Rsi; molti comunisti, considerati dissidenti, fecero una brutta fine per mano dei propri compagni. Avevo toccato il partitone rosso e infranto una norma ferrea in vigore dal 1945: la storia sgradita al Pci non si racconta; la storia del Pci è esente da zone d’ombra. Eppure proprio Napolitano di recente ha evocato tali “zone d’ombra”…».

“La grande bugia” Le è costato la contestazione nei luoghi in cui Lei è andato a presentare il libro.

«Quando ho iniziato a scrivere i “Gendarmi della memoria” volevo affrontare due temi: la guerra comunista alla Resistenza non allineata con il partito e il massacro degli sconfitti. Poi arrivarono le contestazioni di Reggio Emilia e Bassano del Grappa. Decisi quindi di inserirle nel volume anche perché nel frattempo assistevo a un fatto strano ma prevedibile».

Quale?

«Quelli che volevano pestare me, hanno iniziato a pestarsi fra loro».

Si riferisce alle continue polmiche fra Comunisti italiani e Rifondazione, ai fischi a Bertinotti all’università, alla contestazione del ministro Damiano?

«L’antifascismo duro e puro che avevano invocato e risvegliato contro di me, gli si è rivoltato contro. Io fascista? È comico. Il mio pedigree è impeccabile. Già negli anni Cinquanta mi occupavo della Resistenza con maestri come Alessandro Galante Garrone e Guido Quazza. Già all’epoca in un convegno, dissi che non si poteva raccontare la storia a metà. Comunque sia, gli attacchi per impedire al pubblico di presenziare ai miei dibattiti non ebbero alcun risultato. A Reggio Emilia nessuno dei presenti se ne andò dalla sala. E il libro fu un successo enorme».

Un ampio capitolo dei “Gendarmi della memoria” è dedicato alle cifre dei fascisti assassinati nel dopoguerra.

«Sono le cifre offerte da uno studioso di nome Michele Tosca, il quale sta censendo tutti i caduti della Rsi durante la guerra civile. A mio avviso sono le più attendibili: dietro ogni numero fornito da Tosca ci sono un nome e una data. I morti accertati sono più di 19 mila».

Di recente Guido Crainz, in “L’ombra della guerra” contesta i suoi dati e abbassa (si fa per dire) la cifra: da ventimila circa a circa diecimila.

«Sì, Crainz mi rimprovera di non aver menzionato un’indagine della Pubblica sicurezza che reca quella cifra. Ma Crainz crede davvero ai rapporti della Polizia? Mi sembra ingenuo. Ci sono vicende, anche anteriori al 2 aprile, ancora da scoprire. Prendiamo il caso delle donne assassinate come collaborazioniste. In Piemonte, le vittime accertate dal gruppo di Tosca sono 776. Beh, sono senz’altro di più. Lo capisco dalle lettere che ricevo. Lettere che contengono storie che nessuno mai ha raccontato. I numeri mancano: ancora non ci rendiamo conto che la guerra civile è piena di sangue, e le persone ancora la ricordano con paura, tanto è difficile ammettere con serenità che il proprio padre era fascista».

Cosa pensa di una formula storiografica che va per la maggiore quella della “memoria condivisa”?

«È l’araba fenice. Non è possibile una memoria condivisa in un Paese in cui c’è stata una guerra civile. Al momento non c’è neppure una “memoria accettata”: manca il riconoscimento, il rispetto della parte sconfitta. Per questo non ha molto senso la proposta del sacrario “bipartisan” proposto a Milano dalla Moratti. La “memoria condivisa” è un totem da venerare. Ma nasconde una versione incompleta e di comodo della storia”. 

L’estratto

La violenza dell’antifascismo

ha ridato fiato alle Brigate Rosse

Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo uno stralcio del libro di Giampaolo Pansa “I gendarmi della memoria” tratto dal capitolo “Quattro imbecilli”. La sinistra, o meglio le dieci sinistre italiane, per conservare un pungo di voti soffia sul fuoco dell’antifascismo. Con risultati pessimi. 

Di Giampaolo Pansa

(…) tragedia con equità, e senza soffocare le voci dei vinti, le avrebbe dato un’immagine più liberale. E soprattutto meno arrogante, meno proterva, meno ringhiosa.Mi sono sbagliato. La sinistra italiana non esiste più. Le tante sinistre che hanno preso il suo posto, a tutt’oggi sono dieci, hanno smentito la mia speranza. Il partito più forte, o meno debole, i Ds, mi ha osteggiato o ignorato. Rifondazione Comunista mi ha combattuto. I Comunisti italiani mi hanno disprezzato, sia pure senza avere il coraggio di dichiararlo in modo aperto. Dei Verdi non so dire, perché non li ho mai sentiti. Ma immagino che anche loro, come le altre sinistre, siano inchiodati al rifiuto di qualunque revisionismo. E sempre, come accade in tutte le sinistre, per due ragioni poco onorevoli: l’ottusità culturale e il terrore di perdere qualche elettore.(…) Via via, ho cercato di raccontare la scomposta attività dei Gendarmi della Memoria. E di descrivere le figure di molti dei politici, degli storici, degli intellettuali e dei giornalisti che hanno scelto di vestire quella divisa grottesca. Ma adesso è arrivato il momento di rendere conto della loro fase sfortunata.(…) Quando venni aggredito a Reggio Emilia, un paio di big della cosiddetta sinistra riformista, Walter Veltroni e dopo di lui Piero Fassino, spinti dal comunicato di Napolitano, mi telefonarono per rammaricarsi e offrirmi solidarietà. In privato, ovviamente. E senza poi azzardarsi a buttar giù una riga di dichiarazione pubblica. Fra i tanti che fecero scena muta c’era un membro del governo Prodi: il diessino Cesare Damiano, ministro del Lavoro. Perchè cito proprio lui, una persona civile che non mi ha mai osteggiato, almeno in pubblico? Perchè, in quello stesso autunno, a Damiano capitò il medesimo guaio che era successo a me.

(…) Era venerdì 3 novembre 2006. A Venezia, nel Palazzo Ducale, si era appena conclusa la prima mattinata di un convegno organizzato dall’Eli, l’associazione Europa Impresa Lavoro, fondata da Damiano e da Tiziano Treu, deputato della Margherita. L’incontro doveva servire a presentare il nuovo Manifesto riformista del lavoro. Mentre i convegnisti si avviavano al buffet, Damiano, ancora al tavolo del dibattito, ebbe una visione da incubo: trenta disobbedienti urlanti irrompevano nella sala, armati di slogan e di striscioni. Li guidava Luca Casarini, il capo dei no-global del Nord-est. Casarini gridò a Damiano: “Ministro, si vergogni!”. La stessa ingiunzione appariva sugli striscioni, dipinta a grandi caratteri: “Ministro Damiano vergognati!”. Sui cartelli campeggiavano ingiurie alla legge finanziaria del governo Prodi e contro i Centri di permanenza temporanea per gli immigrati clandestini.

(…) Di corteo in corteo, si arrivò a quello per la Palestina. Si svolse a Roma, il 18 novembre 2006. E si conquistò le prime pagine dei giornali perché un gruppo di dimostranti seguitò a scandire uno slogan barbaro: “Dieci, cento, mille Nassiriya”. Subito affiancato da una variante mortuaria: “L’unico tricolore che ci piace è quello sulle vostre bare”.Per chi non lo ricordi, a Nassirya, una città dell’Iraq meridionale, il 12 novembre 2003 un attentato terroristico aveva distrutto la base militare italiana. Provocando la morte di dodici carabinieri, di altri 5 militari e di due civili. (…)I due slogan indecenti avevano un significato solo: speriamo che ce ne siano molti di attentati come quello di Nassirya, più militari italiani crepano, meglio è. Quando i giornali lo raccontarono, lo scandalo fu doppio. Per lo slogan e per la presenza nel corteo di uno squadrone di sottosegretari della sinistra radicale e di qualche leader politico governativo. Il più visibile di questi era Oliviero Di Liberto, il segretario dei Comunisti Italiani. E fu proprio lui ad alzare le spalle, dicendo, con noncuranza; “A gridare quelle parole sono stati soltanto quattro imbecilli”. Sulla stessa linea si sdraiarono altri big del centrosinistra, pur lontani dal furbo Oliviero e dal corteo romano (…).

Ma era davvero sicuro che si trattasse soltanto di squinternati, per di più appena quattro? Era una domanda inevitabile per chi, come me, si stava rendendo conto che la Ditta degli Imbecilli aveva filiali in mezza Italia. Una domanda che diventava obbligata dopo aver visto le fotografie dei pupazzi bruciati in quel corteo.I fantocci di stoffa raffiguravano soldati americani israeliani e italiani. E fin qui era tutto chiaro. Ma un esame più accurato faceva emergere qualche dettaglio non da poco, utile a riflettere sui “quattro imbecilli”. Il soldato americano era truccato da nazista, e del resto la svastica hitleriana campeggiava sulle bandiere Usa portate nel corteo per dileggio. Il soldato israeliano aveva sull’elmetto la stella di David incrociata con la svastica. Infine sul fantoccio italiano c’era il Tricolore che nel bianco centrale recava uno stemma fuori servizio da sessant’anni: l’aquila sul fascio littorio. Era l’emblema dei reparti militari della Repubblica Sociale, durante la guerra civile. Ecco allora dei fantocci pensati da qualcuno che non era per niente un imbecille. E che dichiarava un principio da non discutere: chi dissentiva da quanti gridavano “Dieci, cento, mille Nassirya” era un nazifascista da mettere al bando. Chi invece urlava quelle quattro parole nefande era un antifascista senza se e senza ma, che aveva ragione sempre e comunque. Già ma un antifascista di quale tipo? Nel novembre 2006, anche per le esperienze che andavo facendo nel presentare in pubblico La Grande Bugia, mi tornò alla memoria quello che aveva detto un grande storico: Renzo De Felice. Nella sua intervista sul fascismo, De Felice aveva spiegato: “Il Fascismo ha fatto infiniti danni, ma uno dei danni più grossi è stato lasciare in eredità una mentalità fascista ai non fascisti, agli antifascisti, alle generazioni successive anche più decisamente antifasciste. Una mentalità pericolosissima, che va combattuta in tutti i modi. Una mentalità di intolleranza, di sopraffazione ideologica, di qualificazione dell’avversario per distruggerlo”. Attenzione alla data di uscita dell’intervista: giugno 1975. Le Brigate rosse avevano già cominciato ad uccidere in nome dell’antifascismo e della Resistenza tradita (…). In uno dei miei Bestiari su L’Espresso mi chiesi se, in Italia, poteva riemergere un mostro simile al terrorismo di quel tempo. Era che la politica, di governo di opposizione, mostrasse la mano ferma per stroncare sul nascere ogni sintomo della mentalità arrogante, gonfia di violenza ideologica, che De Felice aveva così ben descritto.Siamo a quel novembre, la mano ferma non s’era vista. Né quella delle tante sinistre né quella del governo Prodi. (…)

Per dirla chiara, ecco un governo balbettante di fronte a sintomi pericolosi che al diessino Damiano ricordavano il clima degli anni Settanta. Prodi sbagliava a mostrarsi esitante o muto. E sbagliava anche il ministro Massimo d’Alema a mettere queste tensioni, ormai continue, sul conto della concorrenza fra Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani per acchiappare i voti degli ultrà più violenti. Se si fosse trattato soltanto di una lite tra le tante famiglie rosse, la faccenda non avrebbe avuto importanza. Invece, a parer mio, stavamo assistendo a qualcosa di assai più grave. Poi, il 12 febbraio 2007, la Procura della Repubblica di Milano ci rivelò che le Brigate Rosse erano tornate. Mentre noi dormivamo il sonno dei pigri, i nuovi brigatisti non avevano dormito per niente. E si erano ricostituiti lungo un asse che attraversava l’Italia del nord: da Torino a Milano, a Padova, a Trieste.  

Ultimo aggiornamento ( domenica 30 settembre 2007 )
 
Combattenti dell’Onore PDF Stampa E-mail
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sabato 29 settembre 2007

Paolo Teoni Minucci, Combattenti dell’Onore,

Grecoegrecoeditori, Milano 2007, pp. 280

in «Libero», 28 settembre 2007, p. 55. 

 

Il libro è una raccolta di vicende, quasi tutte inedite, di gente qualunque, giovani e giovanissimi appartenenti alla RSI che andarono coraggiosamente incontro al loro destino. Il testo trae spunto dall’iconografia, posta in loro memoria, sparsa per l’Italia. Dalla Lombardia alla Sicilia, dal Piemonte alla Venezia Giulia, in Francia e in Slovenia ed è completato con oltre 200 foto a colori, da 2.000 nomi di persona e dalla cronologia dei fatti più salienti che segnarono la nascita, la vita, il tramonto della RSI.

Ultimo aggiornamento ( sabato 29 settembre 2007 )
 
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venerdì 28 settembre 2007
Ultimo aggiornamento ( venerdì 28 settembre 2007 )
 
Il soggiorno elvetico di Montanelli (agosto '44-maggio '45) PDF Stampa E-mail
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lunedì 24 settembre 2007

Renata Broggini, Passaggio in Svizzera.

L’anno nascosto di Indro Montanelli 

Feltrinelli, Milano 2007, pp. 236 (in libreria da giovedì 27 settembre)

Indro, imprecisione svizzera 

Renata Broggini indaga sul soggiorno elvetico del giornalista (agosto '44 – maggio '45). Un periodo che l’interessato non mancò di mitizzare, abbellendo qualche dettaglio 

di Sandro Gerbi e Raffaele Liucci 

(in «Il Sole-24 Ore», 23 settembre 2007, p. 43)  

 

 

Non è facile studiare la vita e le opere di Indro Montanelli (1999-2001). Sempre pronto a parlare di sé, il principe dei giornalisti si è infatti fabbricato nel corso degli anni una propria biografia ufficiale, alimentandola con infinite rievocazioni. Questo materiale autoreferenziale, ogni volta arricchito di nuovi particolari, dopo la sua morte è stato canonizzato da alcuni pseudo-biografi, del tutto a digiuno delle più elementari nozioni di metodologia storiografica e allergici ai faticosi scavi d’archivio. Ora, la nota ricercatrice ticinese Renata Broggini – noncurante delle accuse di “lesa maestà” che immaginava le sarebbero piovute addosso – aggiunge un tassello ai pochi, seri lavori dedicati al giornalista di Fucecchio, concentrandosi sul suo soggiorno in Svizzera, dall’agosto ’44 al maggio ’45 (ma cominciando il 25 luglio del ’43). Per scriverlo, ha lavorato cinque anni con un accanimento straordinario, frequentando decine di archivi pubblici e privati, in Italia e all’estero, e scovando testimoni mai interpellati in precedenza. Le sue pagine hanno la struttura di una mappa satellitare, in grado di focalizzare, per successivi ingrandimenti, aree anche ridottissime. Qualche snodo rimane in parte ancora oscuro, però la Broggini è riuscita a seguire quasi giorno per giorno le vicende del Montanelli “elvetico”, con un’abbondanza incredibile di dettagli inediti (che solo qua e là inceppano la fluidità del racconto). Sullo sfondo, una suggestiva Svizzera, terra d’Asilo, ma anche crocevia dei servizi segreti di mezzo mondo.Montanelli approda nel Canton Ticino il 14 agosto ’44, varcando il confine nel Varesotto con altre quattro persone, in pieno giorno. Era convinto, in cuor suo, di riuscire a rifarsi una verginità antifascista. In effetti, qualche titolo poteva vantarlo: la frequentazione di un paio d’oppositori liberali e alcuni articoli irriverenti, pubblicati sul “Corriere della Sera” dopo il 25 luglio. L’8 settembre, ricercato, s’era dato alla macchia. In novembre, il suo nome era comparso in uno sfogo di Mussolini sul “Corriere” contro sei personaggi che s’erano impegnati “a far dimenticare il loro passato di scrittori e soprattutto di profittatori del fascismo”. A febbraio del ’44, era stato arrestato in una villa sul lago d’Orta, mentre cercava di prendere contatti con il comandante partigiano Filippo Beltrami. Quindi sei mesi di carcere, prima a Gallarate e poi a San Vittore, da cui era stato liberato il 1° agosto. Artefice dell’operazione, il “dottor Ugo”, alias Luca Ostèria, un funzionario dell’Ovra, doppiogiochista dell’ultima ora per crearsi qualche credenziale con gli angloamericani. Sollecitato da amici e parenti di Indro, aveva convinto Theodor Saewecke, capo della Gestapo a Milano e responsabile di San Vittore, a includere il giornalista in un gruppetto di detenuti da scarcerare. Giunto in Ticino, Montanelli prende contatti con vari fuoriusciti italiani, tra cui Filippo Sacchi, suo ex collega al “Corriere”. All’inizio non è accolto malevolmente, come sosterrà sempre. Tutt’altro. Però, il suo ostentato legame con l’ambiguo Ostèria susciterà le prime freddezze di quegli esuli che, diversamente da lui, avevano sulle spalle lustri di carcere e di confino. Indro ne rimarrà piccato e comincerà ad allargare il giro delle proprie frequentazioni. Assai variegate. Da Guglielmo Canevascini, leader storico del socialismo ticinese (che agevolerà il suo trasferimento a Davos, evitandogli il campo di lavoro) a Piero Scanziani, giornalista già direttore del «Fascista svizzero», che mesi dopo lo inviterà nella sua casa di Berna. Da Riccardo Montanelli, un suo cugino medico rifugiato a Davos, ad Aldo Patocchi, direttore del settimanale per famiglie «L’illustrazione Ticinese», che pubblicherà con lo pseudonimo di Calandrino una serie di articoli autobiografici, poi rifusi nel “romanzo” Qui non riposano (settembre 1945): una denuncia della retorica dell’antifascismo e quasi un manifesto ante litteram del qualunquismo. Onde feroci polemiche, che scaveranno un incolmabile fossato fra Montanelli e i fuoriusciti, contribuendo al suo-antifascismo negli anni a venire. Carte alla mano, la Broggini non si mostra tenera nei confronti del suo protagonista, individuando molti punti deboli nella “vulgata” che egli stesso ha contribuito a diffondere. Il suo tentativo di aggregarsi alla Resistenza è stato goffo. L’arresto sul lago d’Orta ha avuto origine da una sua leggerezza, che ha coinvolto la moglie Maggie e pure colui che lo ospitava, Mario Motta (poi ucciso dai fascisti).Nel carcere di Gallarate non è mai stato condannato a morte dai Tedeschi. Negli archivi fascisti non esiste alcun dossier a lui intestato. Essenziale è stato il ruolo del generale Graziani nell’alleggerire la sua situazione in prigione: anche senza Ostèria sarebbe stato liberato, per di più con la moglie. Scappando, viceversa, l’ha abbandonato alla sua morte. Molti fuoriusciti l’hanno aiutato in Svizzera. A Davos non se la passava tanto male. Il 29 aprile del ’45 era a Berna, non a Milano, clandestinamente, per vedere il duce e la Petacci appesi per i piedi a piazzale Loreto. E via dicendo. Per tutta la vita, insomma, conclude la Broggini, Montanelli ha raccontato a modo suo il periodo svizzero, facendo sì che l’arresto, il carcere e l’esilio acquistassero rispettivamente una mitica aura di militanza antifascista, di condanna a morte e di messa al bando da parte dei fuoriusciti.Come giudicare le affabulazioni e anche le omissioni montanelliane? Probabilmente occorre distinguere. Non c’è da scandalizzarsi per quelle che nascono nel periodo ’43-’45. È un biennio durissimo, c’è il carcere, si rischia la pelle, occorre ingegnarsi anche per mangiare. Non sorprende dunque che Montanelli abbia raccontato delle frottole per trarsi d’impaccio nei momenti di difficoltà (ad esempio, entrando in Svizzera). Meno comprensibile è il motivo per cui abbia insistito pervicacemente nel dopoguerra, anche su particolari tutto sommato irrilevanti. Qui si entra nelle questioni di carattere, nella preferenza per il “verosimile” rispetto al “vero” (se più gustoso) e anche nel protagonismo di Montanelli, che non perde occasione per sostenere «io c’ero» a ogni appuntamento importante con la Storia. Ne sapeva qualcosa il burbero Sacchi se nell’ottobre ’44 aveva così commentato le vanterie del giovane collega: “Incorreggibile Indro!”P.S. Stupisce l’autolesionismo della casa editrice che, in un libro del genere, ha voluto omettere l’indice dei nomi.

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 26 settembre 2007 )
 
I muri del Duce PDF Stampa E-mail
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sabato 22 settembre 2007

Ariberto Segàla, I muri del Duce,

Edizioni Arca, Gardolo (Trento) 2001, pp. 328

Il più antico, L’Italia avrà il suo grande posto nel mondo, si trova a Torino ed è tratto da un discorso pronunciato da Mussolini nel 1919. Il più recente, Vincere, è a Chieri e fu gridato a Roma per la nostra entrata in guerra.Sono i celebri motti del Ventennio che durante il fascismo venivano dipinti sui muri per portare ovunque, anche nelle cascine più lontane, la parola del Duce.Per la prima volta un libro li raccoglie, li cataloga, li commenta. L’autore ha condotto la sua ricerca soprattutto in Piemonte. Non solo perché è la regione più ricca di queste singolari testimonianze, ma perché fu qui, tra il 14 e il 20 maggio 1939, che si svolse l’ultimo grande tour di Mussolini prima della guerra.Scrostatasi col tempo la calce usata per cancellarli, ecco riaffiorare Il Duce ha sempre ragione, Molti nemici, molto onore, Credere, obbedire, combattere ecc., oltre a un’incredibile serie di teste mussoliniane grandi come case.Intendiamoci, nessun recupero nostalgico, ma solo la curiosità verso un tema che nessuno, prima d’oggi, aveva affrontato.Come e quando nacque, per esempio, l’operazione «muri in camicia nera»? Chi la ideò e come fu gestita? Esisteva un criterio per scegliere i motti o andavano a casaccio sui muri?Ancora: in quali occasioni venivano dipinti e quanto costava realizzarli? A questi e a innumerevoli altri interrogativi rispondono il testo – frutto anche di ricerche d’archivio – e le oltre 300 immagini a colori, che sembrano restituirci il volto di un’Italia ferma nel tempo.

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( sabato 22 settembre 2007 )
 
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