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Informazioni e curiosita'
L'inserto del Financial Times. Gli inglesi liberano i palazzi del Duce PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
luned́ 12 novembre 2007

Roberto Chiarini, L'inserto del Financial Times. Gli inglesi liberano i palazzi del Duce. Il prestigioso giornale rompe un tabù dei nostri storici: l'architettura fascista fu bella e innovativa,

in «Libero», 26 agosto 2007, p. 8.  

I palati fini del "politica­mente corretto" avranno stor­to il naso scorrendo ieri le pa­gine del Financial Times Ma­gazine. L'autorevole testata anglosassone ha osato infatti accendere i riflettori sull'ar­chitettura fascista riservando­le - sta qui la "spiacevole" sor­presa - una considerazione tutt'altro che spregiativa, e nemmeno segnata da quella smorfia di superiorità morale che è la nota distintiva di certa letteratura nostrana quando incrocia il regime. 

Uno schiaffo alla nostra mentalità.

In genere basta che uno storico riservi una qualche at­tenzione non pregiudizial­mente sfavorevole a qualsivo­glia aspetto della vita colletti­va di quegli anni perché il malcapitato sia, ipso facto, in­vestito dall'accusa di sospetto revisionismo. Nulla di più estraneo alla cultura anglo­sassone, abituata a esprimere giudizi a ragion veduta, fon­dandoli cioè su una prelimi­nare disincantata osservazio­ne della realtà possibile che possa far revisionare "il giudizio politico che qualifica il fascismo come regime illiberale e quindi con­trario ai postulati ideali e all'impianto istitu­zionale di una moder­na democrazia". Ciò non toglie che, tecni­camente parlando, non tutto quanto fu fatto negli anni del re­gime - e dal regime - sia au­tomaticamente da gettare nel cestino dei rifiuti. In architet­tura ad esempio. Per più generazioni - e Fla­via Marcello a ricordarlo sul magazine del Financial Times a quanti non ne avessero me­moria - riservare un apprez­zamento all'architettura fascista equivaleva a tirarsi addos­so tout court l'epiteto di fasci­sta. L'onestà esige di ricono­scere - questo è il parere di Caroline Lions, cui si deve la forma del servizio pubblicato sul Financial Times - che quanto fu costruito nel Ven­tennio poco o nulla riuscì "brutto (bad) o fatto male (ugly)". Fascismo sdoganato quin­di, almeno sul fronte delle realizzazioni architettoniche? Se per sdoganamento si intende una rivalutazione etico politica di segno democratico, certo che no. Quella di Mus­solini fu una dittatura, ma una dittatura che nutriva un'am­bizione "rivoluzionaria", di offrire cioè agli italiani, e non solo ad essi, un'alternativa al­le grandi costruzioni ideali ed istituzionale del novecento, alle plutocrazie capitalistiche d'occidente, come al comuni­smo collettivista d'oriente. 

Il problema del consenso 

Illusione nefasta, ma anche un progetto che nutrì tutta una serie di iniziative nei più diversi campi dell'agire collet­tivo e che, proprio in forza di questa ispirazione, riuscì a re­clutare - spesso a infiammare – intere generazioni di giovani che, a regime ca­duto, continuarono a coltiva­re la loro aspirazione a un ra­dicale cambiamento sociale e morale del paese da opposte sponde. Questo spirito "rivoluziona­rio" non connotò certo di sé interamente il fascismo. Il fa­scismo fu anche conservazio­ne sociale e difesa di valori tradizionali. Fu Roma imperiale e il razionalismo di gran­di costruzioni (dall'Eur alla Stazione di Milano, dai nuovi palazzi di Giustizia alle varie città moderne, Sabaudia per tutte), fu la battaglia del grano e la bonifica integrale. Fu im­pero e politica sociale a favore dell'infanzia e della maternità. Fu "case aerate e soleggiate" per i lavoratori e grandiosa messa in scena per le parate del regime. "Due facce della stessa me­daglia" - come scrive sempre il Financial. Nulla fu lasciato al caso. Tutto rientrava nel progetto totalitario di costruire, insieme all'italiano nuovo sano nel fisico e irreggimenta­to nella mente, un'Italia nuo­va, al servizio del preteso de­stino imperiale di Roma: un destino imperiale che si rive­lerà tragico per Mussolini e per l'Italia intera. 

La filosofia del monumento  

Anche i grandi monumenti non furono elevati senza una ragione. "Devono essere in grande solitudine come gran­di querce", a elevazione delle nuove generazione di fascisti e a monito degli irriducibili oppositori antifascisti, proclamerà Mussolini. Se l'Italia doveva esser nuova, gli sventra­menti dei molti pregevoli cen­tri storici della nostra bella Italia erano i presupposti di una costruzione intonata alla romanità, del progetto pro­meteico, modernizzante e to­talitario, di ridisegnare corpo e aspetto della nuova Italia, perché divenisse "Saggia for­te, disciplinata, imperiale", conforme cioè ai voleri del Duce. Dittatura non fa necessaria­mente rima con passatismo. Nel Novecento abbiamo im­parato sulla nostra pelle che negazione della libertà può andare a braccetto con modernità tecnologica.  

Ultimo aggiornamento ( luned́ 12 novembre 2007 )
 
Reli­gione cattolica e Stato nazionale. Dal Risorgimento al secondo dopoguerra PDF Stampa E-mail
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domenica 11 novembre 2007

Aurelio Lepre, Un saggio di Traniello ripropone il rapporto fra religione e politica. Cattolici liberali, il miraggio della terza via. Né socialista né capitalista: ma la democrazia è una sola,

in «Corriere della Sera», 24 ottobre 2007, p. 47. 

L’Europa deve richiamarsi al­le sue radici cristiane? L'Ita­lia può ancora essere considerata una nazione cattolica? Que­ste domande continuano ad attraver­sare il dibattito politico. Se, come scrive Francesco Traniello nel suo ul­timo lavoro edito dal Mulino (Reli­gione cattolica e Stato nazionale. Dal Risorgimento al secondo dopoguerra) s'intende la nazione «come comuni­tà originaria di cultura e di civiltà - e perciò inclusiva della religione» ­- non può esserci nessun dubbio. L'Europa può essere definita cristia­na e l'Italia cattolica. Le loro civiltà sono state così profondamente pene­trate dai valori del cristianesimo e del cattolicesimo che ne sentono l'in­fluenza anche le correnti culturali che se ne dicono molto lontane. La questione però oggi si pone in maniera diversa. Se è vero, come è vero, che in Italia; co­sì come in altre parti del mondo occidenta­le, si diffondono da un lato «l'immagine di una accentuata ra­dicalizzazione in sen­so individualistico e privatistico del fatto religioso» e dall'altro «uno strepitoso ritor­no di attenzione al ruolo pubblico della religione», ne deriva la necessità per i catto­lici di definire la loro identità in termini non solo culturali, ma politici (che non signi­fica necessariamente partitici), ripensando la loro storia nell'Italia unita. A partire dal Risorgimento per arrivare, attraverso il fascismo, ad Alcide De Gasperi. È quello che fa Traniello con com­petenza e passione civile. Con l' obiet­tivo non di scrivere un'antistoria d'Italia, ma una parte essenziale del­la sua storia. Al centro della sua analisi è il libe­ralismo cattolico, fin dal suo primo manifestarsi. Con una preferenza per Vincenzo Gioberti, nella cui ope­ra s'intrecciano (e talvolta si aggrovi­gliano) la riflessione sulla «nazione cattolica» e quella sulla democrazia. Quest'ultimo però è il punto che mi sembra offra maggiori difficoltà, se si vuole dare all'idea di democrazia una precisa connotazione cristiana o cattolica. E lo mostrano proprio le pagine di Traniello su Gioberti. Poiché non ac­cettava il principio della sovranità popolare, per Gioberti la democrazia non poteva avere una fondazione contrattualistica, ma era «un atteg­giamento, una propensione, un crite­rio che potevano essere condivisi da parecchie forme politiche». Ciò com­portava «un'ambiguità nell'uso del termine», che gli faceva auspicare, come rileva Traniello in maniera molto efficace, «un sistema finalizza­to alla democrazia, ma in una strut­tura non democratica». È utile ricordare che una simile ­ambiguità ha permeato e permea tutti i tentativi di definire ogni democra­zia diversa da quella liberale: non solo le origini della «democrazia catto­lica» o «cristiana», ma anche la «de­mocrazia progressiva», teorizzata nei Paesi a regime comunista, e quella «islamica», di cui spesso si discorre oggi. Mi sembra perciò difficile ac­costare le riserve di Gioberti sulla «democrazia assoluta» al timore di Alexis de Tocqueville per la dittatu­ra della massa. In Tocqueville la pre­occupazione nasceva dal timore che la massa prendesse il sopravvento sull'individuo. Per Gioberti, anche quando, dopo il 1849, ritenne che si potesse concedere il suffragio univer­sale, la «moltitudine» doveva pur sempre essere guidata dal «pensiero maturato», cioè dal «governo dei dotti» È su questo aspetto che si potreb­be cercare un rapporto tra il pensie­ro giobertiano e quello crociano, a proposito dell'idea di democrazia. Sembra che nella storia degli intellet­tuali italiani ci sia un filo rosso che lega il cattolico Gioberti al laico Benedetto Croce e tutti e due agli intel­lettuali di sinistra che sognavano, e continuano talvolta a farlo, un go­verno dell'«intellighenzia», un tempo come alleata della classe ope­raia, oggi, magari, nel senso più gio­bertiano del diritto a governare da parte del «pensiero matura­to» -, che traspare in tante manifestazioni pubbliche, ap­pelli, convegni, articoli. Mi sembra invece una voluta for­zatura l'affermazione di Tra­niello che, «sotto un certo pro­filo», De Gasperi era nella sua visione «forse autenticamente più liberale di Croce», perché considerava la libertà non una religione ma un metodo politico. Certo, è stato nella concreta applicazione di questo me­todo che la «democrazia cattolica» si è andata identificando sempre più con quella liberale. Ma con una differenza di fondo, che riguarda il libera­lismo economico o, come diciamo in Italia, il liberismo. L'approdo alla democrazia repubblicana, scrive Traniello, è stato «guidato, condizio­nato e giustificato» da un obiettivo che adombrava «una terza via o più semplicemente un'alternativa catto­lica al comunismo da un lato e al capitalismo liberale dall'altro». Ed è proprio questa aspirazione, che può portare i diritti della collettività a prevalere su quelli dell'individuo, a costituire, almeno sul piano teorico, un serio elemento di fragilità per il «cattolicesimo liberale».           

Ultimo aggiornamento ( domenica 11 novembre 2007 )
 
1943, la trasmigrazione verso il Pci PDF Stampa E-mail
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domenica 11 novembre 2007

Romano Brancalini, 1943, la trasmigrazione verso il Pci,

in «Il Domenicale», 3 novembre 2007, p. 5.   

 

Tra il' 43 e il' 44, morendo il bieco regime, si assiste al­la trasmigrazione di scrit­tori, poeti, artisti, docenti uni­versitari, giornalisti, registi che senza costrizione avevano ser­vito il fascismo e ora con sicuro intuito approdavano nelle ospi­tali file del Pci. Gli americani risalendo la penisola, e volendo sradicare ogni traccia del passato regime, avevano preannunciato l'avvio delle epurazioni, la cui esecu­zione venne affidata al ministro di Grazia e Giustizia, Palmiro Togliatti, che se ne servì come di un pulpito inquisitorio per col­pire i "fascisti" di mezza tacca e assolvere gerarconi e intellet­tuali voltagabbana che avrebbero permesso al partito di ade­rire a tutte le pieghe "rivoluzio­narie" della società. Gli uomini di cultura, adusi a servire il Principe, risposero in massa all'appello. Famosi artisti, come Mario Mafai, autore di una testa di "Balilla" e di una "Via dell’Impero", si disposero col me­desimo trasporto a cantare le lo­di della Resistenza e del nuovo mondo di felicità che stava per sorgere. Famosi giornalisti co­me Paolo Monelli o Guido Pio­vene, che avevano aderito alla campagna antisemita del '38, vollero dare testimonianza del loro "antifascismo" da sempre coltivato nel segreto del cuore. Venne denunciato alla commis­sione per le epurazioni e sospeso dall'insegnamento e dallo stipendio il professar Guido Manacorda. Evitò il processo iscrivendosi al Pci. Contro la nuova "censura antifascista" s'era scagliato con una vena inusitata di sarcasmo l’Uomo qualunque, il settimanale fondato nel dicembre 1944 da Guglielmo Giannini che fu subito la spina nel fianco del nuovo sistema partitocratico. Venne emarginato e combattu­to come il più subdolo dei nemi­ci e l'alto commissario per l’epurazione, Ruggero Grieco, co­munista, propose che il giorna­le venisse soppresso e il suo di­rettore radiato dall'albo dei giornalisti, senza temere che i suoi metodi ricordassero il peg­gior Minculpop. Giannini gli ri­spose col suo miglior spirito: «Se sono epurato io, non si sal­verà nessuno del giornalismo italiano, ad eccezione degli ex fascisti imboscati nelle redazio­ni comuniste». L'epurazione 'andava avanti fra curiose ecce­zioni e amenità d'ogni genere. Vennero epurati i giornalisti Ugo Ojetti, Giovanni Papini, Giovanni Ansaldo, Mario Mis­siroli. Ma non Davide Lajolo, Giorgio Bocca, Vittorio Veltro­ni, Guido Piovene, Paolo Mo­nelli, che s'erano prontamente schierati dalla parte giusta: chi col Pci come Davide Lajolo, già volontario in Spagna dalla parte dei falangisti; chi con la Dc fan­faniana come Vittorio Veltroni (padre dell'attuale segretario del Pd Walter), incaricato nel 1938 della radiocronaca della visita di Hitler in Italia. Vennero epurati tra gli altri i docenti uni­versitari Ugo Spirito, Paolo Ora­no, Marcello Piacentini, Gioac­chino Volpe, Nicola Pende, Nazareno Padellaro, questi ultimi due firmatari del manifesto raz­zista del 1938. Padellaro, autore di testi scolastici d'encomio del fascismo e di un celebrato Inno delle scuole al Duce, provvedi­tore agli studi di Roma e diretto­re del museo nazionale delle scuole, patrocinato da Giusep­pe Bottai, suo buon amico e protettore, venne infine riabili­tato e nel 1956 scrisse un libro: Ritratto di Pio XII, che gli permi­se di accreditarsi col nuovo regi­me "democratico e antifasci­sta". Padellaro, per chi non lo sapesse, è zio di Antonio Padel­laro, direttore dell'Unità, l'organo comunista fondato da An­tonio Gramsci, dalle cui colon­ne impartisce quotidianamente lezioni di democrazia.

 Amnistia ambivalente

Non venne epurato lo stori­co Enzo Santarelli, fascista no­torio, firmatario anch'egli del manifesto della razza, che fu le­sto a chiedere la tessera del Pci divenendo storico accreditato del partito. La scampò anche lo scrittore fiorentino Romano Bi­lenchi, il quale dopo aver colla­borato a numerosi fogli fascisti aderì al Pci divenendo al con­tempo commissario dell'Associazione Stampa toscana, ricostituita sul medesimo regolamento e statuto dell’associazione stampa fascista di prima.Fu così che le epurazioni che avrebbero dovuto epurare il Paese dai suoi peccati, favorirono invece un gigantesco processo di trasformismo; e nei grandi partiti antifascisti vi fu un altro travaso di volta gabbana. Da quel momento le epurazioni persero ogni efficacia e credibilità, se mai l’avevano avuta. Però i fascisti da qualche parte dovevano essere andati. E il primo a sapere dove era proprio Palmiro Togliatti. Fu nella veste di mi­nistro del regno che fronteggiò l'imbarazzo e il discredito che potevano derivarne al partito, varando l'amnistia che cancel­lava tutti i crimini fascisti essen­do consapevole che altrimenti il Pci, pieno di fascisti "redenti" - ­non meno di 24mila secondo calcoli attendibili - avrebbe do­vuto processare se stesso. Dopo aver sollevato gli in­tellettuali dal rovello di non sa­pere quale padrone convenisse servire, Togliatti li imbrigliò e li asservì al suo carro pretenden­do che le loro opere venissero messe al servizio della causa. Fu l'Unità del 19 agosto 1944 a darne puntuale avviso ai "com­pagni scrittori": «Tutti i compa­gni scrittori, disegnatori, pittori che abbiano firmato o stiano per firmare, contratti con case editrici, sono invitati a sotto­porre i contratti stessi alla Se­zione propaganda della Dire­zione del Partito».Alle direttive impartite da Togliatti non aveva corrisposto un moto di ribellione, non ci fu nessuna defezione significativa. Al limite non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di annunciarle. L’obbedienza degli uomini di cultura al Partito comunista che subentrava al fascio fu un moto spontaneo, un riflesso naturale dell’animo cortigiano.L’Eiar riformata diede vita a innumerevoli radio “libere” che libero lo erano per modo di dire, dovendo rispondere al controllo e alla censura del Pwb, l’ufficio alleato per propaganda psicologica. Radio Bari fu l'emittente più importante del Sud Italia "liberato". Per la rubrica di maggiore impegno, “L'Italia combatte”, i giornalisti dovevano essere di provata "fe­de antifascista". Ma non tutti avevano le carte in regola. Alba De Cespedes, con lo pseudoni­mo di Clorinda, vi collaborava con una certa assiduità, e nes­suno avrebbe saputo spiegare come ci fosse arrivata dal mo­mento che tutti sapevano che aveva partecipato alla campa­gna di stampa fascista a favore delle leggi razziali. Due giorni dopo la "liberazione" della Capitale, il 6 giugno 1944 radio Ro­ma riprese le trasmissioni con l'annuncio dello sbarco alleato in Normandia. Fu in quei giorni che riapparve Vittorio Veltroni - dato per disperso all'indomani della caduta del regime -, nell'organico dei nuovi assunti a Radio Roma. La sua versatili­tà, cinica ma cordiale, gli aveva permesso di passare dal fasci­smo all'antifascismo facendo sempre il medesimo mestiere, solo adeguandosi alla nuova vulgata "democratica", con carriera assicurata alla Rai de­mocristiana fino a diventare di­rettore del primo telegiornale di Stato. 

Cinecittà agli ordini

A Cinecittà autori e registi mettevano in cantiere le prime pellicole del cinema neo realista che, come quello mussoliniano, "doveva andare incontro al po­polo". Tutti erano consapevoli dell'importanza "politica" del cinema. E specialmente Pci e Dc ambivano a esercitare il ruolo di "protettori" della nuova indu­stria cinematografica. Ma il Pci seppe "ammaliare" gli intellet­tuali con argomenti più convin­centi promettendo carriera e posti di rilievo. Anche il cinema in un baleno si allineò. Nessuno fece lo schizzinoso. Togliatti aveva dichiarato che «un cine­ma libero da influenze politiche non poteva esistere perché la sua funzione sociale e educati­va andava messa al servizio del Paese» ovvero dell'orientamen­to politico dominante. Era l'idea di un cinema "nazionalpopola­re", secondo l'espressione gramsciana; e anche il democri­stiano Giovanni Gronchi, futu­ro presidente della Repubblica, in sintonia col capo comunista, insisteva perché il cinema ve­nisse messo sotto la sorveglian­za del ministero dell'Industria. Il cinema ridotto a produzione di serie industriale rendeva be­ne l'idea di ciò che il potere do­minante esigesse da una classe di autori, registi, attori non necessariamente mediocri, anzi talvolta di genio, ma fondamen­talmente, e inguaribilmente, as­serviti e vincolati a un preciso disegno ideologico. The New York Times scrisse che «la sensazione era che il fa­scismo non fosse morto. Rivive­va anzi, nelle sue forme peggio­ri, con altri uomini, con altre ca­micie di differente colore e di al­tre etichette politiche». Gli intel­lettuali italiani che avevano vi­sto nel Pci la continuazione del­la "rivoluzione" fascista della loro gioventù, forse non s'erano sbagliati del tutto. 

Togliatti: daremo a tutti un cavallo a dondolo

Subito dopo il suo rientro dall'Urss, con le istruzioni di Stalin circa la realiz­zazione del "modello sovietico" in Italia, Pal­miro Togliatti, in un di­scorso del 9 luglio 1944, a Roma, tracciò le linee della "nuova democrazia progressi­va" italiana: «Democrazia pro­gressiva è quella che guarda non verso il passato ma verso l'avvenire… quella che non dà tregua al fasci­smo, ma distrugge ogni possibilità di un suo ritorno... quella che distruggerà tutti i residui feudali e risolve­rà il problema agrario dando la terra a chi la lavora, quella che toglierà ai gruppi pluto­crati (plutocratici!) ogni possibilità di tor­nare ancora una volta, concentrate nelle loro mani tutte le risorse del paese, a prenderne nelle mani il governo, a distruggere le libertà popolari ... ».Togliatti, La politica di Salerno, Editori Riuniti, Roma 1969, pp. 35-36 e 80.

Ultimo aggiornamento ( domenica 11 novembre 2007 )
 
Kesselring, il mestiere delle armi PDF Stampa E-mail
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domenica 11 novembre 2007

Augusto Zuliani, Kesselring, il mestiere delle armi.

Comandò le operazioni germaniche in Italia dopo l' 8 settembre, sarebbe stato condannato come criminale di guerra, ma ora è parzialmente riabilitato da storici inglesi. Le sue memorie sono un contributo rilevante per conoscere i fatti,

in «Il Domenicale», 3 novembre 2007, p. 4.  

I ''gendarmi della memoria' con i quali si confronta Giampaolo Pan­sa non militano soltanto nel Bel­paese, ma operano su scala interna­zionale, alimentando un clima intimidatorio contro gli studiosi non allineati. Sono i clerici vagantes dell'or­todossia anti-nazifascista che perpe­tuano la propaganda della Seconda guerra mondiale, come ha sottolinea­to lo storico canadese James Bacque in Crimes and Mercies: The Fate of German Civilians under Allied Occu­pation, 1944-1950 (Vancouver 2007). C'è chi ha deciso di raccogliere la sfida, come la Libreria Editrice Gori­ziana che ristampa a oltre mezzo se­colo di distanza le memorie del feldmaresciallo Albert Kesserling, Solda­to fino all'ultimo giorno (pp. 376, € 24,00). Pubblicato a Bonn nel 1953, il libro fu tradotto in italiano da Gar­zanti nel 1954, con una prefazione del generale di brigata Raffaele Ca­dorna comandante il Corpo volontari della libertà che fiancheggiò in alcu­ne limitate operazioni gli Alleati. Criminale di guerra? Sulla figura di Kesserling grava ancora in Italia l'ombra proiettata dall'epigrafe che su di lui scrisse l'azioni­sta Piero Calamandrei per denunciar­ne le responsabilità, vere o presunte, nella repressione del movimento par­tigiano. In effetti Albert Kesselring aveva il comando delle forze armate germaniche nella Penisola tra il lu­glio 1943 e il marzo 1945. In tale ruolo, oltre a contrastare gli Alleati che dopo l'invasione della Sicilia si illudevano di risalire velocemente lo Stivale, dovette affrontare bande partigiane di varia estrazione che miravano a intralciare il ripiega­mento delle truppe tedesche. Per questo secondo aspetto della sua at­tività venne processato per "crimini di guerra" nel febbraio 1947 a Vene­zia da una corte marziale britanni­ca: l'accusa era d'aver ordinato le rappresaglie come rappresaglia alle azioni di guerriglia e terrorismo.La difesa sostenne che in realtà si era limitato a trasmettere agli ufficiali subalterni gli ordini che giungeva­no direttamente da Berlino, come nel caso delle Fosse Ardeatine, rilevando che l'esecuzione degli ostaggi era contemplata dal diritto di guerra e che peraltro in passato, ad esempio, le truppe napoleoniche non avevano esitato a usare la stessa modalità per reprimere le insorgenze in Lombar­dia nel 1796. La difesa ricordò inoltre precedenti storici di brutalità com­piute dagli anglo-americani contro forze irregolari, come l'ordine di fare terra bruciato emanato dal generale nordista Wiliam T. Sherman durante la Guerra di secessione o la creazione da parte del governo britannico di lager per i civili durante la guerra anglo-boera. Inoltre citò le norme delle Rules of Land Warfar delle for­ze armate statunitensi, pubblicate nel 1940, che sancivano il diritto di rappresaglia per contrastare le for­mazioni irregolari. Questa linea di­fensiva non riuscì tuttavia a impedi­re che il 6 maggio 1947 Kesserling fosse condannato a morte. Si tratta­va di una sorta di mini-Norimberga che però «destò tanto turbamento in Inghilterra – scrive lo storico britannico Shelford Bidwell – da indurre Churchill a fare appello ad Attlee (allora primo ministro laburista) perché intervenisse». Poche settimane dopo, il 4 luglio 1947, la pena capitale veniva commutata nell'er­gastolo. Nel 1948 fu ridotta a 21 anni di detenzione. La vicenda giudizia­ria si sarebbe chiusa nel 1952 con la liberazione per motivi di salute. In seguito il feldmaresciallo, che non aveva rinnegato il proprio passato, fu presidente dell'associazione di ex-combattenti Der Stahlhelm fino alla morte, avvenuta nel 1960.  

Legittima ammirazione

Albert Kesserling era nato il 13 novembre 1885 a Marktsteft in Ba­viera da una famiglia della piccola borghesia originaria della Franco­nia. Nel 1904 si arruolò nell'esercito perché, come racconta, considerava il mestiere delle armi una vocazio­ne. Dopo essersi sposato e aver adottato un figlio, durante la Prima guerra mondiale servì come aiutante di campo, diventando alla fine del 1917 ufficiale di Stato maggiore. Terminato il conflitto diresse la smo­bilitazione delle truppe bavaresi a Norimberga e in seguito, sotto la Re­pubblica di Weimar, lavorò al mini­stero della Difesa nello Stato mag­giore del comandante in capo dell'e­sercito. La svolta decisiva nella sua vita avvenne nel1933 con la nomina a capo dei servizi amministrativi del Commissariato all'aeronautica, do­ve svolse un ruolo determinante, godendo dell'incondizionato appoggio di Goering. Nel 1936 diven­ne capo di Stato maggiore della Luft­waffe, l'arma considerata nazional­socialista per eccellenza, eppure Kesselring non fu mai iscritto al Nsdap. Durante la Seconda guerra mondiale comandò la Luftflotte 1 decisiva nella campagna di Polonia. Assunse poi il comando della Luft­flotte 2 sul fronte occidentale e, do­po la disfatta francese, nella cosid­detta "battaglia d'Inghilterra". Aperte le ostilità con l'Urss, la Luftflotte fu stanziata in Polonia, ma il 1° dicembre del 1941 lo Stato maggiore e parte degli aerei vennero trasferiti in Italia, Kesselring nomi­nato comandante in capo del setto­re sud (Oberbefehlshabersüd) e in seguito comandante in capo di tutte le unità della Wehrmacht nell'Europa del Sud e nell'Africa del Nord. Dopo lo sbarco alleato in Sicilia, dimostrò una tale abilità nel difende­re la Penisola che verso di lui «oggi i tedeschi possono legittimamente nu­trire ammirazione», scrive ancora Shelford Bidwell in I generali di Hitler (trad. it. Rizzoli 1988), e aggiunge: «Gli inglesi [ ... ] hanno motivo di ri­spettare il tedesco che, nonostante le circostanze avverse, tenne in scacco gli Alleati in Italia durante una com­battuta ritirata di 1.300 chilometri du­rata venti mesi». Nel marzo-aprile 1945 assunse il comando delle forze tedesche sui fronti occidentale e me­ridionale. Ai primi di maggio trattò la capitolazione con gli americani. In questo grandioso scenario bellico la "guerra partigiana" è solo un dettaglio, descritto in un breve capitolo delle sue memorie, dove Kesserling rileva che il fenomeno aveva acquisito una qualche rile­vanza solo a partire dalla primave­ra-estate 1944 e che le maggiori insi­die giungevano dal Nord-est della Penisola e dall'lstria per le azioni congiunte di gruppi locali e di bande titine. L'interesse dei comunisti ju­goslavi per quanto accadeva più in generale nel Nord Italia è peraltro te­stimoniato - l'ha documentato Pie­tro Secchia in Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione, in Annali Feltrinelli, Milano XIII, 1971 - dai rapporti stilati da Anton Vratu­sa, emissario del Pc sloveno dall'au­tunno 1943 alla primavera '45. Nonostante l'apertura negli ulti­mi anni di un Historikerstreit sugli eventi di quel periodo, la figura di Kesselring rimane ancora vittima di una damnatio memoriae fatta di la­mentazioni e rancore, ispirata dai re­tori resistenziali. Va quindi salutata con favore la riedizione delle sue me­morie che costituiscono una fonte di prima mano per meglio comprendere le vicende militari e politiche che sconvolsero l’Italia tra il luglio 1943 e il maggio 1945.    

Ultimo aggiornamento ( domenica 11 novembre 2007 )
 
Ancora sul saggio di Cacace PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 11 novembre 2007

Gerardo Picardo, L'ulcera del regime, ovvero la malattia segreta di Mussolini,

Il Duce macho e impettito sotto sotto si torceva dal dolore. E dal terrore di essere operato. Un libro rivela come, accanto alle cure istituzionali, furono quelle per la salute a dettare umori e condotta del leader fascista,

in «Il Domenicale», 3 novembre 2007, p. 4.  

Dietro la svolta autoritaria impressa da Benito Mus­solini al fascismo si nasconderebbe una fastidiosa ul­cera. I cui morsi hanno accele­rato il processo che ha portato alla "secessione aventiniana" e al "colpo di Stato" del 3 gennaio 1925. Ne è convinto Paolo Ca­cace, editorialista e quirinalista de Il Messaggero, autore di una singolare inchiesta sugli anni del regime visti dal "lettino" del Duce. I documenti inediti (ora pubblicati in Quando Mussoli­ni rischiò di morire. La malattia del duce fra biografia e politica 1924-1926, Fazi, Roma 2007, pp. 276, €17,50), provenienti dall'archivio di Luigi Federzo­ni, nominato ministro degli In­terni dopo il delitto Matteotti, presentano in modo particolare il carteggio tra lo stesso Feder­zoni e Margherita Sarfatti, sve­lando nuovi particolari sulla malandata salute di Mussolini nel triennio 1924-26 e sui tenta­tivi per spodestarlo. «Il filo ros­so di questo contributo che aiu­ta a ricostruire un periodo storico particolare - ci spiega Caca­ce - è proprio la presenza, di cui finora si sapeva solo a grandi linee, di una brutta ulcera duode­nale che causò non pochi pro­blemi a Mussolini». L'uomo che in quegli anni si mostrava forte dal balcone di Palazzo Venezia, in realtà - rivela il giornalista ­«vomitava sangue, aveva col­lassi e svenimenti. La prima di queste terribili crisi avviene nel febbraio del 1925, all'indomani quindi del discorso del 3 gen­naio quando decise per un giro di vite al fascismo». A questo punto, aggiunge il giornalista, il capo delle cami­cie nere «sparisce per un mese. La versione ufficiale lo dava in­fluenzato, ma lui se ne sta rinta­nato a via Rasella, in un piccolo appartamento a Palazzo Tittoni che di fatto era la garçonniere dove riceveva le sue amanti, tra cui la Sarfatti, l'unica delle don­ne del Duce veramente temuta da donna Rachele Mussolini per via del suo fascino intellet­tuale». Cosa succede in questa malattia? «Al capezzale di Mus­solini arrivano medici e lumi­nari dell'epoca, tra cui i fratelli Bastianelli. I camici bianchi tengono un consulto e si divi­dono: c'è chi si pronuncia a fa­vore di un intervento chirurgico e chi si dice contrario a mettere il Duce sotto i ferri». Da parte sua, il malato prende tempo. C'è da prepa­rarsi al processo per il delitto Matteotti e lui non vuole allon­tanarsi dalla scena. Qui si in­nesta una delle rivelazioni di Cacace: «Nella corrisponden­za tra la Sarfatti e Federzoni, la donna racconta le crisi di cui è vittima il capo del fascismo, una sofferenza di cui è testi­mone perché Mussolini, di na­scosto dalla moglie, va a tro­varla nella sua villa di Como». Viene coinvolto un altro medi­co, «ebreo come la Sarfatti, Bellom Pescarolo. Anche lui insiste per l'intervento. La Sarfatti mette a parte di questa diagnosi. Federzoni e questi, nell'ottobre del '25, le rispon­de che Mussolini non ne vuole sapere». Forse sente sul collo il fiato del ras di Cremona Rober­to Farinacci, che spinge per convocare il Gran Consiglio probabilmente per affrettare la successione a Mussolini alla guida del regime. Nel frattem­po, il Duce esce illeso, o quasi, da ben quattro attentati. Se «Federzoni in qualche modo smonta il "complotto", nel '26 viene retrocesso a ministro delle Colonie. Successivamente viene nominato presidente del Senato ma la sua stella tramonta e viene progressiva mente emarginato. E con tutta l'ulcera, Mussolini si libera sia di Farinacci sia di Federzoni». Il Duce restò sempre «roso da questa malattia, timoroso dell'intervento perché nel '25 di ulcera si poteva anche mori­re. Di fatto se la portò avanti pensando di curarsi bevendo latte e mangiando frutta. L'ul­cera però è tornata periodica­mente alla luce soprattutto nei periodi di maggiore stress». Così nel '41, quando le sorti della guerra sono in picchiata, va in scena un nuovo consulto medico, nel quale si sospetta addirittura un cancro allo sto­maco. Il medico di Hitler lo ri­mette in sesto. Ma la malattia picchierà an­cora allo stomaco di Mussolini, anche se al momento dell'au­topsia se ne trovò solo una lieve traccia. «Alla fine - taglia corto Cacace - ha avuto ragione lui, perché è morto di altro».

Ultimo aggiornamento ( domenica 11 novembre 2007 )
 
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