Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
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L'ostinazione dei vinti PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 21 ottobre 2007

Piero Craveri, Novecento controverso

L’ostinazione dei vinti

Giampaolo Pansa torna con un quarto libro 

sulla guerra civile strisciante dopo il 1945:

«I gendarmi della memoria» hanno perso l’egemonia,

ma c’è chi continua a negare,

in «Il Sole-24 Ore», 21 ottobre 2007, p. 37.  

Giampaolo Pansa con questi Gendarmi della memoria è al suo quarto libro consecu­tivo sul tema della guerra ci­vile italiana che accompa­gnò e seguì la Resistenza al nazifascismo. Anche in questo sono raccolte una serie di cronache di violenza di que­gli anni. Tra le vittime non ci sono solo fascisti, molti sono apolitici, di solito borghesi benestanti, altri numerosi so­no partigiani e militanti politici non co­munisti. Pansa ne ricostruisce le biogra­fie e gli avvenimenti che portarono alla loro morte o scomparsa. Sono crona­che, dietro a cui c'è una documentazio­ne non controvertibile e che nemmeno le polemiche a cui hanno dato luogo hanno messo in dubbio. Sono materiali di una storia che solo in parte è stata scritta e rispetto a cui Pansa sembra volersi limitare a fornire appunto l'eviden­za, perché non venga più negata. Egli si pone così due interrogativi: perché non sono stati fino a oggi presi più che tanto in considerazione e perché anche oggi c'è chi vuole negarne o minimizzarne l'esistenza? L'ultimo interrogativo è poi il filo conduttore di questo libro. I Gen­darmi della memoria sono quelli che ostacolano il necessario processo di conoscenza, in particolare non sono soltanto i critici di Pansa, ma i suoi, spesso minacciosi, persecutori. Per dare una risposta a questi interro­gativi e conferire un valore alle crona­che stesse di Pansa, non si può a questo punto che incominciare a fornire delle interpretazioni storiche. In questo li­bro ad esempio si mette in evidenza il giudizio di uno storico, Giovanni De Lu­na, che dichiarò, tempo fa, che la storio­grafia revisionistica aveva ormai vinto, facendo prevalere la tesi che la Resistenza non fosse più il dato fondante della Repubblica. Forse ci sono libri di ispirazione neofascista, neoborbonica, neomonarchica che hanno sostenuto te­si del genere, ma non hanno carattere storiografico. È esatto invece dire che c'è un'interpretazione storiografica a carattere politico ideologico, ripropo­sta da De Luna e già tradizionalmente propria dei comunisti e di una parte dell'antifascismo militante, che in que­sti anni ha perso la sua egemonia inter­pretativa a seguito delle evidenze della storia. Premessa non controversa è co­stituita dal carattere unitario della Resi­stenza nelle sue finalità democratiche e patriottiche, sia a livello militare, sia po­litico. La conduzione della lotta di Libe­razione, la linea politica del Clnai e del governo di Roma lo confermano, pur essendo diverse invece le motivazioni e anche in molti casi i comportamenti del­le forze della Resistenza. Il dissenso interpretativo riguarda quando queste divergenze incomincia­rono a prendere il sopravvento dopo il 25 aprile. Dalla Liberazione all'aprile 1948 l'Italia si trovò infatti sull'orlo di una seconda guerra civile, che avrebbe trovato poi le sue esplicite motivazioni nella "guerra fredda". La situazione in­ternazionale e la strategia che Stalin avrebbe adottato verso l'Europa Occi­dentale ne furono infatti le discriminan­ti. Ma appunto perciò il Pci si era prepa­rato anche a un'ipotesi di sfondamento sovietico. C'è oggi una documentazione inconfutabile su questo punto. Anche in queste cronache di Pansa non è un caso che, soprattutto nel "triangolo della mor­te", tutti i tentativi che vennero fatti dall'interno stesso del Pci per normaliz­zare la situazione si siano arenati davan­ti al no di Secchia, responsabile dell'allo­ra potente apparato militare del Pci. La "doppiezza" del Pci in quegli anni non era solo di natura ideologica, ma consisteva in due diverse strategie di conquista del potere, la cui scelta dipen­deva principalmente da Mosca. E se pre­valse la linea di Togliatti, il partito avreb­be comunque compiuto la scelta oppo­sta, qualora gli fosse stata imposta. Il giu­dizio su quegli anni non può essere così più quello di una marcia solidale verso la democrazia, ma di un confronto deci­sivo, a cui solo l'esito delle elezioni del 18 aprile 1948 diede una risposta definitiva. Anche le "cronache" di Pansa trova­no in ciò una precisa collocazione, men­tre i suoi "guardiani della memoria" so­no armati, più di quanto egli stesso repu­ti, dalla sola "ostinazione dei vinti". Vin­ti definitivamente dal crollo dell'Urss, ultimo pilastro di quella interpretazio­ne politico ideologica della Resistenza e della fondazione della Repubblica che fu principalmente dei comunisti.  

Fascisti catturati dai partigiani
La Liberazione. Fascisti catturati dai partigiani a Milano il 25 aprile 1945
(Il Sole-24 Ore, 21 ottobre 2007, p. 37)
Ultimo aggiornamento ( lunedý 22 ottobre 2007 )
 
Ancora sul volume di Chiarini e Cuzzi PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
giovedý 18 ottobre 2007

Recensione del volume

«Vivere al tempo della Repubblica sociale italiana»,

curato da Roberto Chiarini e Marco Cuzzi,

La Compagnia della Stampa, Roccafranca (Brescia) 2007,

in «Il foglio quotidiano», 17 ottobre 2007, p. 3. 

 

Ci fu un tempo in cui l’imperativo categorico era credere, obbedire e combattere. E un tempo in cui, più prosaicamente, era sopravvivere. Fu il tempo della Repubblica sociale italiana, quando gli italiani si ritrovarono la guerra in casa e per 600 giorni – dal settembre 1943 all’aprile 1945 – dovettero fare i conti con razionamenti, privazioni, bombardamenti, sacrifici. I partigiani che si rifugiarono in montagna, i ragazzi di Salò che pattugliavano le città, i civili in mezzo: tutti a dare il meglio nell’arte dell’arrangiarsi.

Due storici, Roberto Chiarini e Marco Cuzzi, lasciando da parte le vicende politiche e le motivazioni ideologiche che spinsero gli italiani a scegliere una parte piuttosto che l’altra (o a rimanere in mezzo), si concentrano sugli aspetti più minuti della vita quotidiana, sfruttando una quantità di materiale inedito, tra foto, manifesti, stampe, documenti originali e interviste ai reduci. E raccontano un’esistenza “al limite”, a partire dagli orari: il coprifuoco dichiarato nelle grandi città è così rigido – dalle venti alle sei del mattino – che la Messa di mezzanotte del Natale 1943 viene celebrata alle quattro di pomeriggio. E poi la scarsità di cibo e beni di prima necessità: dal pane, sostituito dal “mischio”, un’orrenda mistura di farina di lenticchie, cicerchie e orzo, al caffé (ci si arrangia con la “ciofeca” di orzo e cicoria); dalla verdura (persino aiuole e piazze sono trasformate in orti di guerra) alla schiuma da barba, diventata così rara che la ditta Ducati lancia il rasoio elettrico (anche se ben pochi potranno permetterselo). Via le tomaie delle scarpe, sostituite da spago intrecciato. Via le suole Vibram, al cui posto si riciclano copertoni delle auto. E via gli stessi abiti confezionati (roba da ricchi): al loro posto pantaloni e gonne cucite in casa, stracci e persino pelli di coniglio per l’inverno, quando i giornali consigliano, in mancanza di scaldaletti elettrici, di mettere sotto le lenzuola un barattolo di calce viva. Sistema economico, ma pericolosissimo: le ustioni non si contano. Anche i vizi sono razionati: il tabacco, se c’è, è di pessima qualità e le sigarette – al di là dell’elegante pubblicità delle “Macedonia” – un lusso per pochissimi. Agli italiani, per svagarsi, non resta che la radio (le trasmissioni dell’Eiar che si concludono immancabilmente con la “preghiera della Repubblica sociale” oppure la clandestina Radio Londra) o la rivista, almeno nelle grandi città: a Milano Calindri e Gassman recitano in commedie leggere fino al giorno della Liberazione.   

Ultimo aggiornamento ( venerdý 19 ottobre 2007 )
 
Ulteriore recensione sul libro di Bistarelli PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 14 ottobre 2007

Raffaele Liucci,

Tutti a casa. A fare che?,

in «Il Sole24Ore», 19 agosto 2007, p. 32. 

 

«Ogni tanto gli scappa­va detto qualcosa di quello che gli era capitato nei lunghi anni di "naja": un episodio, un incon­tro, un pericolo a cui era fortu­nosamente scampato. Tutti in­sorgevano. La nonna e il non­no, i fratelli, i cognati, i parenti, il mondo. "Tu e la tua guerra ­gridavano. Se n'ha abbastan­za, noialtri, di queste storie di guerra!"». Così Sebastiano Vas­salli fotograferà, nel romanzo L'oro del mondo, la freddezza, il fastidio e persino il rancore che accolsero i reduci italiani dal secondo conflitto mondia­le. Tornavano a casa dopo anni, trascorsi nei cinque continen­ti, sul fronte russo, nel pantano greco, fra le dune del Sahara, all'ombra delle torrette di qual­che campo di concentramento tedesco o inglese o americano. S'aspettavano un'accoglienza calorosa. Ma questi soldati sfi­niti, abbruttiti, mutilati erano l'effigie d'una guerra maledet­ta, che non aveva risparmiato il suolo della patria. Disconoscere i loro sacrifici significava an­che esorcizzare una disavven­tura salutata, cinque anni pri­ma, dalle ovazioni delle piazze oceaniche. D'altra parte, gli italiani sono sempre stati grandi maestri nell'arte dell'oblio. La sconfitta trasformata in "armistizio". L'occupazione militare edulcorata in “alleanza”. I quaranta milioni di fascisti diventati quaranta milioni di antifascisti dopo Piazzale Loreto. E così nell’Italia liberata, gli unici responsabili della guerra sembravano essere i suoi disorientati reduci in grigioverde: «Non capivo più nulla, solo che mi dovevo vergognare ancora una volta», scriveva uno di loro, Oreste Del Buono, autore di amarissime schegge autobiografiche sul difficile ritorno in un Paese diverso da quello lasciato.

Dopodichè, il capitolo sarà archiviato, espunto dalla memoria collettiva e trascurato persino dalla storiografia. Eppure, il rientro dei reduci aveva rimescolato in profondità la società. Durante la guerra furono mobilitati quasi cinque milioni di uomini, dei quali un milione e trecentomila finirono prigionieri, in mani tedesche o alleate. Il rimpatrio di queste ingenti masse innescherà attriti, conflitti e proteste, tanto che molti, non riuscendo a trovare un lavoro, dopo esserselo conteso con braccianti e operai, saranno costretti a emigrare. Come mai, allora, questa rimozione? Perché non c’è nulla di gratificante nel rievocare le traversie di una guerra perduta. Ma anche perché i reduci rappresentavano un universo troppo frammentato, incapace di produrre un collante identitario. I prigionieri “non cooperatori” del campo di Hereford (Texas), per lo più fascisti fino alla fine. Gli internati in Germania, che avevano rifiutato di prestare giuramento alla Rsi in cambio di un trattamento più umano. I combattenti di Salò. I soldati del Corpo italiano di liberazione. I militari riparati in Svizzera. Difficile trovare un trait d’union. Sullo sfondo, il controllo politico e clientelare che i partiti cercheranno di assicurarsi sulle varie associazioni, onde evitare la sindrome del primo dopoguerra, quando il combattentismo, lasciato a briglia sciolta, era in buona parte confluito nel fascio di Mussolini.

Tutti temi affrontati in un recente volume di Agostino Bistarelli, il primo studio d’insieme sull’argomento. L’autore ha pregevolmente attinto a una vasta messe di fonti memorialistiche e archivistiche. Purtroppo, una struttura turgida e uno stile sfocato inceppano la lettura. Si avverte la mancanza di un robusto editing. Del resto, «gi storici italiani scrivono mediamente male, ma non solo perché sono involuti, trasandati o prolissi: soprattutto perché non si pongono il problema della scrittura come elemento costitutivo della ricerca». Ha potuto permettersi di dirlo un autorevole membro della categoria, Silvio Lanaro, uno dei pochissimi a porsi coscientemente il problema.

Ultimo aggiornamento ( domenica 14 ottobre 2007 )
 
Ancora sul libro di Bistarelli... PDF Stampa E-mail
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venerdý 12 ottobre 2007

  Claudio Pavone, Il ritorno dei reduci.

Una moltitudine di vinti

traditi dalla patria,

in «Repubblica», 10 ottobre 2007, p. 42. 

 

Mancava un'opera complessiva sui reduci italiani dalla seconda guerra mondiale che affiancasse quella pubblicata da Giovanni Sabbatucci nel 1974 sui reduci dalla prima. La lacuna è ora colmata dal libro ricco e articolato di Agostino Bistarelli, La sto­ria del ritorno. I reduci italiani del secondo dopo­ guerra (Bollati Boringhieri, pagg. 269 […]). Il li­bro parte dalla constatazione che, nonostante le sue imponenti di­mensioni (centinaia di migliaia di persone), il fenomeno abbia tro­vato poco spazio nella storiografia e presenza molto limitata nella memoria collettiva, al contrario di quanto era avvenuto per i reduci dalla prima guerra. Chiari­re questa disparità è la prima do­manda che si pone l'autore, il quale non esaurisce però il suo lavoro in questo confronto, ma lo sviluppa in una ricerca a tutto tondo.

Bistarelli parte da una attenta disamina del problema storio­grafico, facendo ampio ricorso anche al modo in cui la letteratu­ra e il cinema rappresentarono fra i primi gli eventi legati alle esperienze della guerra e del ri­torno. Continua poi collocando la figura del reduce nella società italiana del dopoguerra, deli­neando i tratti essenziali della sua multiforme identità, e po­nendo infine in luce come la po­litica, lo Stato, il sindacato af­frontarono i problemi che quel­la grande massa di uomini non facili da governare poneva loro in modo pressante. Più volte l'autore sottolinea il groviglio di sentimenti e di interessi, non agevolmente dipanabile, che agitava quelle inquiete coscien­ze e si riverberava nelle associa­zioni reducistiche.

Innanzitutto alcuni dati di fat­to. Grande era la varietà dei reduci, quale non si riscontra in nessun altro paese e quale non si era verificata nella prima guerra, combattuta tutta sul suolo ita­liano e contro lo stesso nemico. Ora invece i reduci avevano combattuto su fronti lontani e disparati: Francia, Nord Africa dalla Tunisia all'Egitto, Grecia, Jugoslavia, Russia; provenivano da prigionie disparate: Nord Africa francese, Egitto, India, Sud Africa, Stati Uniti, Russia, infine Germania. Esperienze così diverse non potevano non rispecchiarsi nel loro modo di essere reduci.

Nello sfondo c'era la sconfitta senza gloria. Agli unici ex com­battenti che potevano ascriversi fra i vincitori, i partigiani e i combattenti del Corpo italiano di liberazione inquadrato nel regio esercito del Regno del Sud ­l'autore dedica giustamente di­scorsi specifici, e così anche, all'estremo opposto, ai reduci del­la RSI, sconfitti due volte (come ebbe e definirli altra volta lo stes­so Bistarelli). Anche alla situa­zione degli Imi (più di seicento­mila militari internati in Germa­nia dopo l'8 settembre) l'autore dedica una particolare attenzio­ne: mai riconosciuti come pri­gionieri di guerra dai tedeschi, essi incontrarono una diffiden­za, politicamente cieca e moral­mente ignobile, da parte degli alti Comandi italiani. Si aggiun­ga infine che diversi erano stati i tempi del ritorno, iniziati già nella «Italia liberata prima della Liberazione» (il Regno del Sud), e diverso di conseguenza fu il primo incontro con la situazio­ne trovata in patria.

Era una patria che non seppe trovare gli atteggiamenti, e di­remmo nemmeno le parole, atte ad afferrare la complessità di una tanto grande e tanto diffe­renziata massa di uomini, per­corsa da tensioni spesso con­traddittorie. Alla spinta alla ri­mozione e al rapido oblio dal quale nasceva la indifferenza che tanto colpiva un personag­gio divenuto un simbolo quale il reduce Gennaro in Napoli mi­lionaria di Eduardo De Filippo, faceva riscontro anche nel nuo­vo ceto politico, nei confronti dei reduci, una vera e propria diffidenza, che potremmo para­dossalmente chiamare una vit­toria postuma del fascismo.

Che gli ex combattenti fossero stati largamente presenti fra gli squadristi, soprattutto fra i loro capi, era ed è un dato di fatto in­controvertibile; ma solo il fasci­smo al potere era riuscito a pie­gare al suo servizio la loro Asso­ciazione. la propaganda del re­gime era tuttavia riuscita a far diventare communis opinio che i reduci fossero naturaliter fasci­sti. E da questa convinzione ri­masero dipendenti anche emi­nenti figure di antifascisti, quali Augusto Monti e Vittorio Foa, membri di un partito, quello d'Azione, che pur aveva nelle sue file molti combattenti e vo­lontari del '15- '18, a cominciare da Ferruccio Parri, Ernesto Ros­si ed Emilio Lussu, che divenne ministro della Assistenza post­bellica. Bistarelli osserva giusta­mente che il partito d'Azione avrebbe potuto per questo moti­vo essere - ma perse l'occasio­ne - quello più disponibile a comprendere la specificità dei reduci e dei problemi che essi ponevano, al di là dei tentativi di strumentalizzazione, che pure vi furono ma senza successi dif­fusi da parte delle forze di estre­ma destra.

La specificità della situazione dei reduci è in realtà il tema di fondo sotteso a tutto il volume. Dalle opinioni che si avevano in merito scaturivano le linee di condotta dell'azione politica, sindacale e di governo. La que­stione può essere così sintetiz­zata: era possibile riconoscere ai reduci una loro specificità senza che questa venisse considerata un privilegio? Ai reduci erano ri­servati nelle occasioni ufficiali alti sonanti riconoscimenti che a molti di essi dovevano suonare retorici e perfino fastidiosi (voi che avete offerto il petto alle ne­miche lance, eccetera). Ma la massa dei reduci era costituita da persone in carne ed ossa, stanche, dolenti fisicamente e moralmente, spesso affamate e malvestite e soprattutto disoc­cupate. In che modo, oltre che con parole di maniera, la patria poteva compensare i sacrifici per essa affrontati?

La risposta più lineare era: reintegrandoli nella qualità di cittadini in una nazione divenu­ta democratica. Quindi nessuna differenza fra loro e gli altri di­soccupati, gli altri ammalati, gli altri nullatenenti: insomma nes­sun privilegio, ma ovvia esten­sione ad essi dei provvedimenti che il nuovo governo prendeva per la gran massa di bisognosi che la guerra aveva lasciato in eredità all’Italia. Questa fu in sostanza la linea prevalente, con varianti e addolcimenti vari sui quali non possiamo qui soffer­marci, e che ispirò nel fondo an­che il benemerito ministero per l'Assistenza Postbellica, retto l'uno dopo l'altro dall'azionista Lussu, dall'esponente del vec­chio combattentismo Gaspa­rotto, dal comunista Sereni. Faccio solo un esempio: comparve la proposta di trovare la ra­tio di eventuali provvedimenti a favore dei reduci nel fatto che es­si avevano perso alcuni anni del­la normale preparazione alla lotta per la vita nei confronti di chi era invece rimasto a casa. Ne discendeva che gli eventuali provvedimenti avrebbero dovu­to riguardare anche coloro che, richiamati alle armi, erano poi stati sempre nella portineria del ministero della Guerra. Anche il rapporto con i sindacati non fu per i reduci facile. Le grandi e sincere proclamazioni - fratellanza di reduci e lavora­tori - non trovavano preciso ri­scontro nella pratica. Alle porte delle fabbriche bussavano mi­gliaia di lavoratori, non solo re­duci, mentre coloro che lavora­vano difendevano la loro posi­zione contro i temuti licenzia­menti per far posto ad altri, qua­li appunto i reduci. Particolar­mente scabrosa fu la posizione delle donne assunte durante la guerra in sostituzione dei richia­mati. Di Vittorio prese pubblica­mente e con recisione posizione a loro favore; ma la pressione contro di loro, considerate delle intruse da parte di molti reduci, fu fortissima e non senza risulta­ti, favoriti dalla diffusa opinione che il posto naturale per le don­ne fosse il focolare domestico e non la fabbrica o l'ufficio. Quan­do poi il governo emanò disposi­zioni per l'assunzione di una quota di reduci da parte delle aziende, queste spesso le viola­rono, e talvolta con notevole sfacciataggine. Più equanime fu lo Stato che indisse per l'accesso alla carriere pubbliche speciali concorsi riservati ai reduci.

Bistarelli dedica molte pagine a illustrare il ruolo di primo pia­no che venne assumendo nell'assistenza ai reduci l'attività svolta dalla Chiesa cattolica. Sottolinea che questa efficace azione si inquadrò nel progetto di conquista della società da parte della Chiesa, direttamente o tramite la Democrazia Cristia­na. La Pontificia Opera di Assi­stenza aveva il vantaggio di non essere vincolata dal quadro ge­nerale di cui doveva tenere con­to il governo, tenuto a trasfor­mare in deliberazioni giuridica­mente efficaci le proprie deci­sioni. Un bell'esempio dell'uso intelligente che la Poa seppe fa­re di questa sua posizione di vantaggio è dato da alcune istru­zioni che essa inviò ai parroci. I reduci, vi si leggeva, non vanno trattati come malati o come bambini: essi sono uomini con un loro orgoglio, che portano dentro di sé le tracce della dura esperienza vissuta. Bellissime parole, rivolte alla umanità dei reduci, non discussioni sul loro status giuridico e nemmeno in­vocazioni a quei valori militar­patriottici che i reduci, come ho già accennato, ascoltavano nei discorsi ufficiali ma che erano proprio quelli che si erano ormai in larga parte incrinati nelle loro coscienze. Un'ultima osservazione, fra le tante che si potrebbero ancora fare. Bistarelli segnala che il ra­pido smantellamento del Mini­stero dell'Assistenza Postbellica fece perdere l'occasione di av­viare anche in Italia la costruzio­ne di quel Welfare State che il piano Beveridge aveva promos­so in Gran Bretagna. Diffidenze politiche (l'ultimo ministro era stato il comunista Sereni) e limi­tatezza di orizzonti culturali concorsero nel produrre questo risultato deludente, che si ag­giunge ad altri analoghi di quel periodo.

Ultimo aggiornamento ( venerdý 12 ottobre 2007 )
 
I reduci italiani del secondo dopoguerra PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
martedý 09 ottobre 2007
Agostino Bistarelli,
La storia del ritorno.
I reduci italiani del secondo dopoguerra, 
Bollati Boringhieri, Torino 2007, pp. 269. 
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Marco Unia,
Intervista.
Lo sbando dei soldati italiani,
la «guerra civile»
e la questione dei reduci:
parla lo storico Agostino Bistarelli.
«Uno stato di abbandono che venne superato
grazie all' azione della Chiesa».
L'operato di Montini e De Gasperi
L’8 settembre e la patria senza ethos, 
in «Avvenire», 19 settembre 2007, p. 30.
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«Quanno’io tornaie a’ll’ata guerra, chi me chiam­mava 'a ccà, chi me chiammava 'a llà... Ma mo pecchè nun ne vonno sèntere parlà?». Il senso di smarrimento e di i­solamento sociale manifestato da Gen­naro, protagonista della commedia «Napoli milionaria» di Edoardo De Fi­lippo, non fu un caso isolato nell'Italia del secondo dopoguerra: molti tra i 5 milioni di reduci, tra soldati mobilita­ti e protagonisti della  “guerra civile”, si sentirono infatti abbandonati alloro destino e furono vittime di forme più o meno gravi di disadattamento. Lo studioso Agostino Bistarelli, autore del volume La storia del ritorno (Bollati Bo­ringhieri), fornisce le prove documen­tali del fenomeno e chiarisce le cause di quest' incredibile abbandono socia­le, che vide la Chiesa impegnata in pri­ma linea a sostegno dei reduci.
Professor Bistarelli, il primo problema sembra essere quello dell'identificazio­ne: in una guerra totale si può ancora di­stinguere tra civili e militari, o tutti so­no dei reduci?
«Rispetto alla guerra precedente, la figura del reduce è indubbiamente più frammentata. Rientra ad esempio nel­la categoria chi ha combattuto nell'e­sercito regolare fino al 1943, ma anche i civili che hanno compiuto l'esperien­za partigiana, i militanti nella Repub­blica Sociale Italia, gli internati di guer­ra nei campi di prigionia tedesca, sia 9uellireclusi per motivi razziali sia quel­li reclusi per motivi politici. Oltre che frammentata, l'esperienza del reduce è inoltre polisemica: in molti hanno com­battuto nell'esercito regolare fino all'8 settembre e poi sono divenuti partigia­ni, altri hanno collaborato con i tede­schi. Si tratta di un quadro molto com­plesso e dinamico».
Perché fino ad oggi sono mancati studi che affrontassero il problema dei reduci nel suo insieme, considerando che sono trascorsi sessant'anni dalla fine della guerra?
«Ricordare ciò che si è stati e cosa si è fat­to significa assumersi la responsabilità dei propri gesti. Nel dopoguerra l' obiet­tivo della classe politica e della società ci­vile era piuttosto quello di rimuovere il passato. Il reduce, m quanto tale, era un ricordo del passato che doveva essere di­menticato, soprattutto se si voleva con­servare il mito dei militari italiani "brava gente", che si diffuse dopo la guerra. Contro l'esigenza di una ricostruzione accu­rata della vicenda dei reduci c'era anche l'imbarazzo politico comune ai diversi schieramenti: ricordare i prigionieri de­gli alleati era imbarazzante per una par­te politica quanto lo era è per la destra ri­cordare i prigionieri dei tedeschi. Non tra­scurerei neppure la preoccupazione di conservare il mito palingenetico della Re­sistenza, che veniva posto come mo­mento di svolta della nazione: i reduci e­rano i testimoni di una storia fatta più di chiaroscuri, per cui si poteva prima essere stati buoni soldati de1 regime e in segui­to resistenti».
Una certa ritrosia nello scrivere questa storia l'avrà anche avutail carattere ge­neticamente di destra dei reduci?
«Questo è il più grave errore interpreta­tivo in cui si possa incorrere analizzan­do la storia del fenomeno. Il reduce non è costituzionalmente un uomo di de­stra, anche se i partiti e le forze sociali del secondo dopoguerra utilizzarono sot­terraneamente questa categoria interpretativa.
Queste forze politiche e sociali avevano probabilmente paura del riformarsi di un combattentismo di destra, simile a quello che aveva imperversato in Italia nel primo dopoguerra. ..
«La paura era effettivamente quella. Ma m questo caso da un errore di valutazione ne discendevano a pioggia altri. il primo luogo infatti il combat­tentismo del primo dopoguerra non era stato fascista».
Eppure Mussolini si era presentato dal re nel 1922 come il rappresentante dell'Italia di Vittorio Veneto e i fascisti ri­vendicavano la loro partecipazione alla prima guerra…
«Il fascismo si presentò in effetti come espressione del mondo combattente e come erede dell' esperienza di guerra. Ma il piano della memoria è diverso da quello della storia. L' autorappresenta­zione fascista non era veritiera, ma la sua forza propagandistica incise anche sui partiti antifascisti del dopoguerra. Sconfitto dalla storia, il fascismo resi­steva su un piano culturale. In realtà il combattentismo del primo dopoguer­ra era stato nella sua maggioranza e­spressione di una concezione demo­cratica dello Stato».
Da un punto di vista socio-assisten­ziale i partiti di governo seppero of­frire un aiuto ai reduci per reinserirsi nella società?
«La varietà di tipologie di reduci pro­dotte dal secondo conflitto mondiale e dall'esito che ebbe in Italia rese in­dubbiamente difficile l'adozione di u­na normativa unitaria. A questo pro­blema si deve aggiungere la concor­renza che si sviluppò tra istituzioni ci­vili e militari, con la moltiplicazione degli uffici preposti e il sovrapporsi del­le competenze».
E quale fu il ruolo della Chiesa nel cam­po dell'assistenza?
«La Chiesa ebbe un atteggiamento lun­gimirante verso i reduci. Una visione strategica e morale molto coerente. I do­cumenti di Montini sulla questione dei reduci indicano una visione politica de­cisamente più avanzata anche rispetto alle posizioni espresse da un prestigio­so esponente del mondo politico catto­lico come De Gasperi».
Resta un'ultima questione da affronta­re: le associazioni dei reduci, che si moltiplicarono nel paese, seppero aiutare a­deguatamente i loro iscritti?
«Per quanto riguarda la tutela degli in­teressi degli iscritti si mossero bene e seppero anche creare un senso di ap­partenenza tra gli iscritti. Furono in­vece meno pronti nel conquistarsi u­no spazio di rappresentanza politica. Più che costituirsi come forza autonoma, la scelta delle associazioni fu quella di legarsi alle forze politiche, cercando di ottenere in cambio bene­fici per i propri iscritti».


Bistarelli
Ultimo aggiornamento ( martedý 09 ottobre 2007 )
 
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