Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Informazioni e curiosita'
E il fascismo sparì dal dizionario. PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 02 gennaio 2012
Misone il Chenese, annoverato da Platone fra i sette saggi dell’antica Grecia, era un filosofo contadino che l’oracolo di Delfi aveva detto essere il più saggio fra i Greci. Tuttavia, pochissime tracce del suo pensiero sono state tramandate. Ma fra le pochissime, ve n’è una che conferma la sua saggezza: «Indaga le parole a partire dalle cose, non le cose a partire dalle parole». Più che ai filosofi, la massima di Misone dovrebbe attagliarsi agli storici, che studiano la genesi e lo svolgimento delle esperienze umane del passato, alle quali sono quasi sempre associate
parole nuove – qui diremo i concetti – usate da coloro, che quelle esperienze vissero, per denominarle e definirle lasciandole poi in eredità ai posteri. Le cose e le parole tramandate dalla storia sono l’oggetto della ricerca e dell’interpretazione degli storici. Ma gli storici non sono sempre concordi nell’interpretare le esperienze del passato come non lo sono nel definire il significato dei concetti ad esse associati. Un caso fra i più recenti, universalmente noto, è la parola “fascismo”. La parola ebbe origine in Italia da un movimento politico, la cui esperienza iniziò, si svolse e si concluse fra il 1919 e il 1945. Durante lo stesso arco di tempo, la parola “fascismo” fu applicata ad altri movimenti politici sorti fuori d’Italia negli anni fra le due guerre mondiali, per essere poi ulteriormente estesa, dal 1945 ai giorni nostri, a movimenti, ideologie, regimi, mentalità, costumi e comportamenti i più svariati e i più disparati, disseminati in ogni parte del mondo, e persino in tempi e luoghi precedenti di molti anni la comparsa del fascismo in Italia. Con l’inflazione del termine, anche il suo significato è stato continuamente elasticizzato fino a perdere ogni consistenza propria e ogni attinenza con il fenomeno storico da cui ebbe origine.
Ultimo aggiornamento ( venerdì 06 gennaio 2012 )
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Cinema fascista PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 02 gennaio 2012
La Repubblica italiana e il fascismo attraverso il cinema. Cinquantacinque anni di storia, dal 1945 al 2000, in cui circa 140 film trattano vicende che riguardano il fatidico Ventennio. Si tratta, osserva Maurizio Zinni, autore di un acuto saggio, Fascisti di celluloide, di una produzione notevole, soprattutto se confrontata con l'avarizia dei cineasti tedeschi o francesi rispetto al nazismo e al collaborazionismo di Vichy. Da noi il fascismo è stato un ottimo spunto per trame drammatiche e leggere. Quasi un "sottogenere", scrive Zinni, il cui registro varia dalla commedia di costume, leggera e ammiccante, persino sottilmente auto-consolatoria, fino al cinema di denuncia in cui tornano le sofferenze di una tragedia nazionale. Ma le varianti non sono casuali, né dettate solo dalle diverse sensibilità di registi e sceneggiatori. Quasi sempre si stabilisce una relazione fra l'approccio cinematografico e il quadro politico nazionale. Dal '45 fino al termine dell'arco temporale in esame, la storia del fascismo di celluloide si lega ai passaggi, alle tortuosità e alle angosce della storia repubblicana. Se nel triennio che si conclude nel '48, anno della grande affermazione democristiana, «il passato è ancora presente», subito dopo ci sono silenzio e rimozione.
Ultimo aggiornamento ( giovedì 05 gennaio 2012 )
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«Sconosciuti» di Norberto Bergna sugli eccidi di fascisti in Brianza all'indomani del 25 aprile PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 02 gennaio 2012

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Vi segnaliamo un libro di uno storico locale sugli eccidi di fascisti in Brianza, molti perpetrati a guerra abbondantemente finita. Il libro, quasi 500 pagine, si intitola «Sconosciuti» (edizioni Bellavite, 2011) ed è la fatica di Norberto Bergna, dirigente in pensione col pallino della storia locale e un passato di militante di destra che, stimolato da Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa, s'è messo per conto proprio a fare ricerche in Brianza dove il 25 aprile, ma soprattutto i giorni successivi, furono particolarmente cruenti.

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El Alamein, la sconfitta contesa. Badoglio e la Rsi si disputarono la memoria della battaglia PDF Stampa E-mail
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lunedì 12 dicembre 2011
El Alamein è un paradosso unico. Unico perché quella battaglia fu la sola, nella Seconda guerra mondiale, in cui gli italiani ebbero un ruolo significativo. E proprio noi riguarda il paradosso. La battaglia, anzi, le tre battaglie - da luglio a novembre 1942 - vennero combattute in un luogo «puro», cioè il deserto, dove gli eserciti si misuravano lontano dagli orrori della guerra totale, dalla violenza sui civili tipica degli altri fronti. Tornando, così, ai canoni della morte militare sviluppati nei conflitti nazionali dell’Ottocento e consolidati dalla Grande guerra. Lo nota Marco Di Giovanni nel IV volume dell’opera Gli italiani in guerra (edita da Utet a cura di Mario Isnenghi e Giulia Albanese). Ora, proprio alle lezioni strategiche del 1915-18 erano inesorabilmente legati, per formazione accademica, i nostri generali. Ma quell’educazione bellica ebbe effetti disastrosi sulle operazioni dell’intera campagna. Se la scena dello scontro finale rimandava al passato, tanti aspetti erano totalmente cambiati. Il progresso aveva modernizzato la guerra nei mezzi e nei problemi logistici. In questi campi, i nostri alti comandi non furono mai all’altezza, restii a comprendere l’importanza dei carri armati, incapaci di garantire un flusso continuo di rifornimenti. «Negli spazi piatti e infiniti del deserto, dove la guerra di movimento ha trovato la propria sublimazione, all’improvviso spunta la necessità di ancorarsi al terreno peggio che nella Prima guerra mondiale», così sintetizza un’altra faccia del paradosso di El Alamein Alfio Caruso nel libro L’onore d’Italia (Longanesi) che viene a chiusura del suo lungo viaggio attraverso la nostra Seconda guerra mondiale.
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Primo: amerai il tuo Duce. La fabbrica del consenso, scena per scena, nei filmati del regime PDF Stampa E-mail
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martedì 29 novembre 2011
«Tu levi la piccola mano / con viso di luce irradiato. / Tu sei quel bambino italiano / che il Duce a cavallo ha incontrato. / Il Duce ti guarda, o innocenza. / Sull’erba, che sfiori, gli appare / la dolce e radiosa semenza / che il mondo vedrà germogliare». Come poteva uno scolaretto cresciuto mandando a memoria poesie come queste non diventare fascista? Si addormentava con la mamma che canticchiava: «Ninna nanna la tua razza / bimbo bello non è pazza / mentre altrove la famiglia / si finisce in gozzoviglia / la famiglia nostra bella / ritrovò la grande stella / una stella tutta luce / a cui dette vita il Duce!». A scuola era spinto a fare temini come quello (ripreso da Bruno Rossi in Hitler è buono e vuole bene all’Italia ) scritto da R. B., IV elementare, Venezia, 1937: «Il Signor Maestro ci ha spiegato che gli italiani, siccome sono i più richiamati dalla Santa Provvidenza, hanno tredici comandamenti. I primi dieci della tavola di Mosè e poi c’è Credere, Obbedire, Combattere». L’aritmetica stessa tendeva all’indottrinamento: «In una scuola ci sono 112 Figli della Lupa, 385 Piccole Italiane e 412 Balilla. Quanti sono gli iscritti alla gioventù italiana del Littorio, in quella scuola?». Va da sé che, plasmati come l’argilla nelle mani di un ceramista, gli italiani andavano pazzi per Lui. Ed è a questo tema, la fabbrica del consenso, che il regista Marco Bechis ha dedicato il suo ultimo film, che sarà presentato oggi al Torino Film Festival. Il titolo è Il sorriso del capo. È fatto tutto montando pezzo su pezzo, con sapienza, materiali originali dell’Istituto Luce. Non c’è una voce narrante vera e propria: la trama è affidata ai cinegiornali, alle riprese, ai documentari dell’epoca. Materiale strepitoso. Scelto da Bechis e da Gigi Riva, il co-sceneggiatore, non per l’importanza storica (mancano, per capirci, le immagini viste e straviste del Concordato o della dichiarazione di guerra: «Combattenti di terra, di mare, dell’aria...») ma per il valore «cinematografico». In larga parte sconosciuto. Concentrato non tanto su Benito Mussolini quanto sugli italiani. Italiani innamorati. Italiani adoranti. Italiani in delirio. Italiani pazzi di Lui.
Ultimo aggiornamento ( martedì 29 novembre 2011 )
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