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Primo: amerai il tuo Duce. La fabbrica del consenso, scena per scena, nei filmati del regime PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
martedý 29 novembre 2011
«Tu levi la piccola mano / con viso di luce irradiato. / Tu sei quel bambino italiano / che il Duce a cavallo ha incontrato. / Il Duce ti guarda, o innocenza. / Sull’erba, che sfiori, gli appare / la dolce e radiosa semenza / che il mondo vedrà germogliare». Come poteva uno scolaretto cresciuto mandando a memoria poesie come queste non diventare fascista? Si addormentava con la mamma che canticchiava: «Ninna nanna la tua razza / bimbo bello non è pazza / mentre altrove la famiglia / si finisce in gozzoviglia / la famiglia nostra bella / ritrovò la grande stella / una stella tutta luce / a cui dette vita il Duce!». A scuola era spinto a fare temini come quello (ripreso da Bruno Rossi in Hitler è buono e vuole bene all’Italia ) scritto da R. B., IV elementare, Venezia, 1937: «Il Signor Maestro ci ha spiegato che gli italiani, siccome sono i più richiamati dalla Santa Provvidenza, hanno tredici comandamenti. I primi dieci della tavola di Mosè e poi c’è Credere, Obbedire, Combattere». L’aritmetica stessa tendeva all’indottrinamento: «In una scuola ci sono 112 Figli della Lupa, 385 Piccole Italiane e 412 Balilla. Quanti sono gli iscritti alla gioventù italiana del Littorio, in quella scuola?». Va da sé che, plasmati come l’argilla nelle mani di un ceramista, gli italiani andavano pazzi per Lui. Ed è a questo tema, la fabbrica del consenso, che il regista Marco Bechis ha dedicato il suo ultimo film, che sarà presentato oggi al Torino Film Festival. Il titolo è Il sorriso del capo. È fatto tutto montando pezzo su pezzo, con sapienza, materiali originali dell’Istituto Luce. Non c’è una voce narrante vera e propria: la trama è affidata ai cinegiornali, alle riprese, ai documentari dell’epoca. Materiale strepitoso. Scelto da Bechis e da Gigi Riva, il co-sceneggiatore, non per l’importanza storica (mancano, per capirci, le immagini viste e straviste del Concordato o della dichiarazione di guerra: «Combattenti di terra, di mare, dell’aria...») ma per il valore «cinematografico». In larga parte sconosciuto. Concentrato non tanto su Benito Mussolini quanto sugli italiani. Italiani innamorati. Italiani adoranti. Italiani in delirio. Italiani pazzi di Lui.

Mamme che non danno il latte solo al «loro» bimbo ma al figlio della lupa destinato a fare grande l’impero, come quelle 93 che un giorno vengono convocate a Roma con il loro 1.310 figli: 14 a testa. Donne felici di cucire i pantaloncini alle truppe coloniali. Scolaretti entusiasti di fare le esercitazioni con le maschere antigas. Balilla in azione sguinzagliati per Roma alla ricerca di una bambina che si era perduta e viene trionfalmente ritrovata. Contadini e minatori, fabbri e manovali febbrilmente intenti a lavorare la terra e perforare gallerie e battere incudini e costruire palazzi monumentali in un immenso e rumoroso cantiere. E poi spezzoni di film sui coraggiosi esploratori in Africa alle prese con quelle che sui sussidiari erano «razze nere, false e viziose, orgogliose e crudeli»: «Il servo nero invaso dalla paura lascia cadere l’arma e fugge precipitosamente. Il bianco non si perde d’animo. Alza il braccio, punta la pistola, spara. Colpi si succedono a colpi. Ogni cannibale che si presenta, colpito in pieno stramazza al suolo!». E ancora primordiali spot propagandistici sul «Fesso di guerra» che, appena suona la sirena del bombardamento, si precipita ridicolo e vigliacco sotto il tavolo rovesciando tutto mentre i camerieri e gli altri clienti non fanno manco una piega, come se al posto dei bombardieri ronzassero su di loro innocui moscerini. E poi c’è lui, il Duce. Che per dirla con Piero Gobetti nel libro La rivoluzione liberale , «vuole guarire gli Italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l’appello nominale, tutti i cittadini abbiano dichiarato di credere nella patria, come se col professare delle convinzioni si esaurisse tutta la praxis sociale». Non occorre pensare: pensa a tutto lui. Ecco il Duce che raccoglie un po’di terra e se la sfarina tra le dita con l’aria dell’intenditore per tastarne l’umidità, l’acidità, la fertilità... Il Duce che fa scendere dal cielo sulla testa dei bravi soldatini in Africa pecore belanti appese al paracadute... Il Duce che si china dal palco per raccogliere personalmente manciate di collanine e fedi nuziali dell’Oro alla Patria... Il Duce che patisce col popolo: «Il pensiero che una famiglia soffra dà a me stesso una sofferenza fisica perché io so, so per averlo provato, cosa vuol dire... che cosa vuol dire la casa deserta e il desco nudo». Il Duce che incita al lavoro gli operai della Fiat svettando dall’alto di una gigantesca incudine. Il Duce fino all’ultimo fedele alle disposizioni date nelle direttive alla stampa del 1931: «Improntare il giornale a ottimismo, fiducia e sicurezza nell’avvenire. Eliminare le notizie allarmistiche, pessimistiche, catastrofiche e deprimenti». Perché preoccuparsi, se tutto andrà comunque a finire bene? E via via che scorrono le immagini, intervallate dagli spezzoni di un torrenziale comizio a Torino in cui Mussolini domina la folla e la lusinga, la sbaciucchia, la scuote, la corteggia, la titilla, la eccita, la placa e la scatena, è chiaro che Marco Bechis racconta questo rapporto di amore pazzo e totale tra gli italiani e il Duce per raccontare tutti gli altri rapporti diretti e carnali tra la plebe osannante e il Capo. Da Scipione l’Africano ad Adolf Hitler, da Gengis Khan a Josif Stalin o Juan Domingo Perón. Il Caudillo al quale si sarebbero richiamati sia il peronismo di sinistra sia gli assassini del regime militare autore della mattanza dei desaparecidos ai quali il regista, cresciuto in Argentina, aveva già dedicato due tra i suoi film più noti, Garage Olimpo e Figli/Hijos . Sullo sfondo però, anche se non c’è un solo riferimento diretto e men che meno un insensato parallelo con la dittatura, emerge nitido un richiamo alla stupefacente capacità istrionica di parlare al «suo» popolo di Silvio Berlusconi. Capace di rielaborare e perfezionare e raffinare, in un contesto democratico ed europeo, quelle tecniche che Mussolini per primo aveva usato, intuendo le fantastiche opportunità offerte dalla radio, dal cinema, dai cinegiornali, per «avvolgere» gli italiani in un mondo magico. Dove, spiega ancora Gobetti, il fascismo segna «il trionfo della facilità, della fiducia, dell’ottimismo, dell’entusiasmo». Al punto che, alla vigilia della catastrofe, ascoltato in Campidoglio il rapporto sulla Grande Esposizione del 1942 che avrebbe dovuto essere fatta all’Eur, il Duce ancora tuona: «È tempo, quindi, di ridurre al silenzio i seminatori di panico, gli anticipatori di catastrofi, i fatalisti di professione...». Poi la guerra, la disfatta, la fuga... E i cinegiornali che di colpo, con l’identica voce maschia e gagliarda di prima, cantano ora «i patrioti» che «dall’acqua e da terra, appostandosi dietro le case e i parapetti dei ponti, hanno condotto una strenua caccia all’uomo per spezzare la criminale resistenza» fino ad avere «ragione degli ultimi, biechi sgherri fascisti...».

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Stella Gian Antonio, Documenti «Il sorriso del capo», un film di Marco Bechis realizzato con materiali originali, in larga parte sconosciuti, dell’Istituto Luce. Primo: amerai il tuo Duce. La fabbrica del consenso, scena per scena, nei filmati del regime, in «Corriere della Sera», 27 novembre 2011, p. 33.

Ultimo aggiornamento ( martedý 29 novembre 2011 )
 
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