Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
«Quel Benito è meglio di Tolstoj» PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 07 aprile 2008

Davide Brullo, «Quel Benito è meglio di Tolstoj». Così nientepopodimeno che Elio Vittorini, giovane e già impavido, come ci rivela il primo volume Einaudi di suoi interventi appena sfornato. Ne avrebbe fatta di strada, ma intanto calcava a piè fermo il panegirico di regime, in «Il Domenicale», 22 marzo 2008, p. 8.

 

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Non mi piace il giornalismo "ur­lato". Non mi piacciono quelli che incitano "dagli all'untore" con moralismo da anime corrotte. Se uno grida è perché ha qualcosa di pre­potente da dire, una ferita da esporre, non per giocare a Cappuccetto Rosso e al lupo. Detto questo, la storia parla da sola. Cioè a dire, l'uomo giusto e incorrotto non esiste, siano benedet­te le conversioni, le inversioni di rot­ta, i repentini mutamenti di pensiero.

Con la grazia della libellula o quella dell'elefante, poco importa.

 

Però c'è un però. Vengo al dunque, che fa rima con Elio Vittorini (1908-1966), di cui quest'anno scoc­ca il centenario dalla nascita, l'anima della cultura italiota, che andava a braccetto con Cesare Pavese (sono coetanei, bottiglia di spumante an­che per lui) e poi con Italo Calvino, che fondò Il Politecnico che guidò le collane editoriali di punta di Einaudi e Mondadori, che sdoganò l'America che conta qui da noi. Comunista di diamante, poi candidatesi per le liste del Psi, ha avuto un passato da fer­vente fascista. Poco importa, si dirà, chi non ha subito il fascino del Mascellone? Diciamo che c'è del marcio in Danimarca. Basta sfogliare il su­perbo volume einaudiano, fresco di stampa, Letteratura arte società, de­dicato agli Articoli e interventi di Vit­torini tra il 1926 e il 1937 (il secondo tomo è prossimo, questo conta 1140 pagine per 85 euro).

Precocissimo, il Vittorini, fan sfe­gatato di Curzio Malaparte (autore, assieme a Eugenio Montale e a Salva­tore Quasimodo tra i più citati in que­sta epopea; attorno al libro di Curzio, Intelligenza di Lenin, edito dai Treves nel 1930, Elio scrive così; «Malaparte è nostro, il poeta della rivoluzione nostra, e per quanto affondi lo sguardo nel pieno della rossa stagione non ri­uscirà mai a profetare, lo spero alme­no, in casa altrui», Solaria, febbraio 1931), esordì nel giornalismo che conta appena ventenne. Penna acuta, superiore, e da perfetto ballila. Sul Bargello, il 12 luglio 1931, scrive la re­censione strappa-applausi al Diario del Duce, con punte altisonanti, paradisiache e che lasciano poca grazia alla fantasia, come queste: «Nessun documento dello stesso genere posse­diamo di altri uomini della stessa spe­cie: tutti i creatori di Stati e di rivoluzionari, dai dittatori della Rivoluzione francese a Lenin, a Trotskij eccetera non hanno mai avuto il cuore, o il tempo, di lasciarne di pagine simili».

Nevrotica, spudorata potenza quella del Vittorini, su cui grava perfino la mannaia di Franco Fortini, il quale su L’Espresso del 2 febbraio 1986 trattava lui e Pavese al modo di “ingenui ragazzi”, a cui si perdonano le birichinate dei romanzi: «Che il suo nome non torni mai se non per ironia sulle pagine dei nostri attuali maestri del non-pensiero non dovrebbe deporre troppo a suo favore». Son batoste. Eppure, Vittorini aveva il fiuto maturo del critico letterario. Soprattutto, gli articoli suoi si sorbiscono come superbi chinotti in un pomeriggio desolatamente preestivo. C’è la bella serenata per Montale, sul Bargello del 20 settembre 1931; i suoi Ossi di seppia sono «uno dei documenti più sinceri e intensi del nostro disagio spirituale». Poi, ovvio, ci sono gli amati, ammirati americani. C’è l’italietta che riflette attorno al Moby Dick, tra meraviglia e disgusto (Pègaso, 1933, con assist d’oro al coscritto: «la traduzione di Cesare Pavese non poteva essere migliore»), spuntano gradevoli riflessioni sulla bontà di Nathaniel Hawthorne («Non graditissimo e tuttavia interessante ancora oggi», Il Mattino, 15-16 dicembre 1931), su Sinclair Lewis, soprattutto sullo «scrittore-drago» William Faulkner, di cui si recensisce Oggi si vola (Mondadori, 1937, in realtà Pylon), benché «il grido più raccapricciante e bello fu il lamento di Light in August» (Letteratura, luglio 1937), che Vittorini tradurrà con qualche genio proprio per Mondadori, nel 1939. Spunta come il prezzemolo Daniel Defoe («L’Eva del romanzo moderno è nata con Moll Flanders da una costola di Robinson Crusoè», Il Lavoro fascista, 18 dicembre 1931), c’è un bello scritto su Joyce e Rabelais (La Stampa, 23 agosto 1929).

Eppure, in quinta o sul palco, c’è sempre lui, Benito. Il 29 gennaio 1933, dalle colonne del Bargello, appare l’articolo celestiale Poesia in Mussolini in cui il Benny è definito «un poeta di cui la storia letteraria, senza alcun dubbio, terrà conto». Si parla della Vita d’Arnaldo e il prode Elio non esita a scrivere che «queste dieci pagine (è straordinario ma è così) mi ricordano le duecento del più bel romanzo, forse, di Tolstoi, del romanzo che appunto s’intitola Infanzia». Van bene le conversioni, basta non esagerare con le spezie. Per giunta, Vittorini chiese a Enrico Falqui, supercritico d’allora, di citare quel pezzo lì sull’Italia letteraria. Il giorno dopo, via lettera: «Potresti accennare alla mia nota su quelle dieci pagine di Mussolini (davvero belle!) in Vita d’Arnaldo...». Arrivista da strapazzo? Chissà. Forse Elio, romantico, ci credeva davvero. In un articolo del 4 aprile 1937, sempre sul Bargello, dal titolo L’Islam e l’universalità, Vittorini va alla carica con i cammelli. Ricco di spunti perfino attuali («L’eroe non ha significato tra loro; resta numero; per gli arabi ha importanza l’idea che rende tutti eroi»), il pezzo piglia spunto dalla visita del Mascellone in Libia. «Basta che Mussolini abbia preso in mano la spada dell’Islam. Questo significa che la spada dell’Islam è di nuovo in alto. E l’arabo guarda in Mussolini la spada risollevata, cioè l’idea risorta, l’universale riaffermato».

Se volete un bel mazzo di idee ben architettate, per i deboli di fegato forse sconfortanti, occorre legger qui: «Il marxismo si sforza di realizzare il suo programma di elevazione su un piano di conquiste materiali; noi, conforme alla nostra fede nell’autonomia dello spirito, dobbiamo realizzarlo soprattutto su un piano di conquiste spirituali”. Era il 31 gennaio del 1937. Come cambia il mondo.

 

Leggetevi queste due lettere tese di Elio

 

Chi era tenuto ad aprirsi e chi non lo era

Dico il Diario di guerra mandato per tutte le vetrine e per le mani del popolo, tempo fa, dalla Libreria del Littorio. È il Duce che parla da uomo. Parole umane e com­moventi sulle sue labbra, come su quelle di un romanziere, pa­role pietose sulla vita, sui fatti, sui sentimenti, aderenti alla "grigia casualità di tutti i gior­ni", siano pure i giorni di trin­cea. Ciò è meraviglioso se si pensa che un puro spirito, un altissimo indifferente, le pro­nuncia. Nessun documento dello stesso genere possediamo di altri uomini della stessa spe­cie: tutti i creatori di Stati e di rivoluzionari, dai dittatori della rivoluzione francese a Lenin, a Trotskij eccetera, non hanno mai avuto il cuore, o il tempo, di lasciarne di pagine simili: fred­di, impenetrabili, sono rimasti chiusi nel pallore immortale della loro missione tra i popoli, politica e storica. Di questo Dia­rio di guerra gli italiani debbo­no essere grati al Duce che l'ha scritto; egli non era tenuto ad aprirci il suo animo, nemmeno per un istante; averlo fatto tut­tavia, adottando il nostro umile linguaggio umano, al di là del suo linguaggio abituale, del suo verbo scandito dall'alto, è una enorme generosità di cui va tenuto conto. Testimonianza del suo grande amore per gli uomini, ci insegni questo libro ad amarlo anche come uno di noi. E qui la critica letteraria non c'entra.

Il diario del Duce, in Il Bargello, a. Ill., n. 28, 12 luglio 1931

 

 

 

Scrittori italiani? Uno di loro, e il primo

Ci sono dieci pagine nella Vita d'Arnaldo che fanno pensare di chi le ha scrit­te: ecco un poeta. Sono le prime dieci pagine del libro: non biografiche, non polemiche, non pagine di testimonianza, o di commento; ma pagine pure, dettate da un bisogno d'evocazione e basta, pagine di poesia. Mussolini che vuole scrivere del fratello: «voglio scrivere stase­ra», e semplicemente per que­sta volontà nata dal dolore, co­me appunto ogni volontà di poesia, ecco che egli si -ferma sulle impressioni di realtà alle quali più vivo è legato il ricordo fisico di Arnaldo: di Arnaldo fanciullo e suo compagno d'in­fanzia. [...] Queste dieci pagine (è straordinario ma è così) mi ricordano le duecento del più bel romanzo, forse, di Tolstoi, del romanzo che appunto s'inti­tola Infanzia. Ritrovo, in queste dieci pagine, lo stesso ampio e totale senso della vita vissuta da fanciulli, che è di quel romanzo. Qui, però, tutto ag­ghiacciato, per essere così con­tenuto, ed essenziale, e dato, pur con pieno svolgimento temporale, quasi nella battuta d'un solo respiro; in uno stile tutto urti di cose che ci fa vedere quel­la umanissima favola dei due fanciulli, Benito ed Arnaldo, come dentro una sulfurea luce da vigilia di guerra. Per queste dieci pagine, fra gli scrittori ita­liani delle ultime generazioni. Mussolini non è più soltanto il Duce, ma anche uno di loro, e tra loro primo, un poeta di cui la storia della letteraria, senza al­cun dubbio, terrà conto.

Da Poesia in Mussolini, in Il Bargello, a. V, n. 5, 29 gennaio 1933.

Ultimo aggiornamento ( giovedì 10 aprile 2008 )
 
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