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Raccontare il male assoluto PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
mercoledì 30 luglio 2008

Giulio Busi, Raccontare il male assoluto, in «Il Sole 24Ore», 25 maggio 2008, p. 39.

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Un Appennino livido di notte e di paura. E, all'altro capo del mon­do, la California, che dovreb­be essere progredita e gaia, ma non lo è, per lo meno non in questo racconto. Sergio Anelli descrive la storia del Novecento come una ferita che non riesce a rimarginarsi, né per quelli che cercano di di­menticare né tantomeno per coloro che dimenticare pro­prio non possono.

Unde malum si può defini­re un libro religioso, e non so­lo per il titolo, che fa risuona­re l'antica domanda di Tertulliano e Agostino, ma anche per la ricerca non lineare di un nesso tra i molteplici volti del negativo: «Res Ugo, - spie­ga infatti Sophie - significa le­gare le cose, gli argomenti, gli avvenimenti».

Anelli padroneggia tanto l'arte del racconto quanto quella del documento, così che la narrazione fa la spola tra le rappresaglie tedesche del 1944, a ridosso della linea gotica, e la quotidianità di uno scrittore ebreo scampato all'Olocausto, che proprio su quei massacri sta raccoglien­do un dossier. L'intrecciarsi di diversi metodi espressivi e varie dimensioni temporali costruisce uno spazio in bili­co tra memoria e attualità, che corrisponde bene all'am­biguità del protagonista asso­luto del libro, quel male che -materializzandosi chissà da dove - s'impossessa dei luo­ghi e delle coscienze.

Le voci dei molti personag­gi che popolano il racconto si susseguono in capitoli brevi, affastellandosi una sull'altra, togliendosi, per così dire, la parola di bocca. Lo stesso epi­sodio si ripresenta spesso con lo scarto di pochi minuti, con una differenza di qualche» grado di visuale, e pure con l'abisso psicologico che sepa­ra il partigiano dal prete, l'ufficialetto nazista dalla vec­chia ignara, il testimone del lager dal vacuo, ma minaccio­so negazionista.

Altrettanto affastellati, con­trapposti, angoscianti appaio­no i simboli: la svastica, innan­zitutto, quella «ruota primiti­va, guerriera, che divorava con braccia geometriche il tempo», ora croce uncinata, che diventa «nemica della cro­ce di Cristo». Il dolore si de­streggia tra la paccottiglia sim­bolica del nazismo, con le ru­ne e i vaneggiamenti neopaga­ni delle SS, il cattolicesimo rassegnato dei civili italiani, e il giudaismo straripante di dub­bi di Jsak, che arriva a parafra­sare Schopenhauer: «Se un dio ha fatto questo mondo, io non vorrei essere quel dio».

La descrizione si raggruma talora in sintagmi di annienta­mento, in filastrocche malva-gie: «Pezzi di pezzi. Gocci di cocci. Scaglie, tritume», o an­cora «Terra tumefatta, pietra grigiastra, nausea maleodorante». Alla crudezza quasi in­sostenibile delle carneficine fa da sfondo una natura conta­minata: «L'aria continuava a rimanere impura e le nubi ad avere sagome minacciose, in­quiete, sghembe». Persino un dipinto s'inserisce nella storia con tormentata ambiguità: l'Isola dei morti di Böcklin, che era appeso alle spalle di Hitler e che ritorna a Berlino, dopo la guerra, per vie niente affatto rassicuranti.

«Donde proviene il male? Forse la materia di cui è costi­tuita la creazione era una mate­ria non buona, e Dio... vi lasciò una qualche parte che non convertì in bene?». Così Agostino da vecchio manicheo ravveduto, non si dava pace. E nemme­no noi riusciamo a darcela.

 

Sergio Anelli, «Unde malum», Aragno, Torino 2008, pagg. 286, €18,00.
Ultimo aggiornamento ( giovedì 07 agosto 2008 )
 
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