Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Sinfonia toscana sotto le cannonate. Fame e paura nel paradiso della val d’Orcia PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 21 febbraio 2010

Romano Sergio, La testimonianza della scrittrice sul periodo 1943-44 sembra richiamare la musica di Sostakovic. Sinfonia toscana sotto le cannonate. Fame e paura nel paradiso della val d’Orcia, il diario di Iris Origo, in «Corriere della Sera», 24 gennaio 2010, p. 36.

 

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Quando cominciò a tenere un diario, il 30 gennaio 1943, Iris Origo, figlia di un diplomatico americano e di una nobildonna anglo-irlandese, viveva nella tenuta La Foce in val d’Orcia (provincia di Siena), che lei e il marito italiano, Antonio Origo, avevano trasformato da terra desolata in un paradiso bucolico, destinato però a diventare presto un campo di battaglia. Il diario, che Iris cominciò a scrivere negli ultimi mesi della sua terza gravidanza, non fu una decisione casuale, dettata dal desiderio di ingannare il tempo. Verso la metà degli anni Trenta, aveva scritto e pubblicato due libri biografici. Nel primo raccontò per un pubblico inglese la vita di Leopardi, nel secondo quella di Cola di Rienzo. Era quindi da alcuni anni, per gli interessi culturali e la scelta dei temi, una scrittrice anglo-italiana. Il diario le fu suggerito dal sentimento che il ricordo dei tempi in cui stava vivendo meritasse di essere conservato fra le memorie familiari e di essere destinato forse a un pubblico più largo. Tutti sapevano ormai, agli inizi del 1943, che la storia aveva cambiato cavallo. Le due grandi battaglie dei mesi precedenti (Stalingrado ed El Alamein) avevano concluso la lunga fase dei successi militari tedeschi e rovesciato la situazione. La presenza degli americani in Nord Africa e la conquista anglo-americana della Tunisia facevano dell’Italia il prossimo obiettivo. Fu naturale chiedersi, a quel punto, quando e dove gli alleati avrebbero tentato l’invasione della penisola. In Sicilia, in Sardegna, sulle coste dell’Italia meridionale o addirittura sul litorale toscano? Le prime pagine del diario di Iris Origo sono dedicate alle voci e alle ipotesi che circolavano in quei giorni nella società italiana. Anche in val d’Orcia qualcosa aveva cominciato a modificare la vita quotidiana degli abitanti della Foce. Tra il gennaio e il febbraio arrivarono circa trenta bambini, sfollati da due città (Genova e Torino) dove i bombardamenti erano stati particolarmente severi. Fu necessario organizzare una scuola, creare un refettorio, un dormitorio, una piccola clinica. Più tardi, in maggio, cinquanta prigionieri di guerra britannici furono trasferiti alla Foce dal campo di concentramento di Laterina, nei pressi di Arezzo. E in luglio, infine, la notizia delle dimissioni di Mussolini e della costituzione di un governo Badoglio creò sentimenti alterni di speranza e delusione. La voce più ricorrente era quella di un nuovo sbarco alleato, sperato da coloro che si auguravano una rapida conclusione del conflitto, temuto da quanti immaginavano la guerra che sarebbe stata combattuta nella loro provincia o regione. Poi l’armistizio dell’8 settembre creò nuovi problemi e nuovi pericoli. Lentamente la valle cominciò a popolarsi di uomini che passavano furtivamente da una casa all’altra in cerca di cibi e vestiti. Erano i prigionieri alleati fuggiti dai campi di concentramento e i soldati italiani che avevano abbandonato le loro unità o, imprigionati dai tedeschi, erano riusciti a fuggire. Esisteva ormai, nella valle, un piccolo popolo dei boschi che chiedeva di essere aiutato a sopravvivere e a proseguire il viaggio. Dopo la liberazione di Mussolini e la costituzione della Repubblica sociale apparvero altri personaggi: funzionari fascisti, comandanti tedeschi e, infine, partigiani. La Foce fu il palcoscenico di un dramma dove Iris e Antonio dovevano destreggiarsi fra tedeschi, fascisti, partigiani e uomini che non avevano altro partito fuor che quello della loro vita. Vi furono momenti tragicomici in cui la casa divenne una grande porta girevole, dove il partigiano che usciva rischiava d’imbattersi nel tedesco che entrava. In una recensione apparsa sul «Ponte» qualche anno dopo la pubblicazione dell’edizione inglese del diario, Piero Calamandrei usò, per descrivere la progressione degli eventi, la parola «crescendo». Il termine è particolarmente felice. Guerra in val d’Orcia è una sinfonia (penso alla Leningrado di Dmitrij Sostakovic)in cui l’allegretto, l’adagio e il moderato del primo e del secondo tempo lasciano il posto a un allegro sempre più corale e martellante. Il colpo di timpano che segna l’inizio dell’ultimo tempo è il dialogo con un ufficiale medico tedesco che guida un’ambulanza e che si è fermato all’incrocio della Foce per chiedere la strada. È il 17 giugno 1944. Per tutta la notte gli abitanti della Foce hanno sentito i colpi di cannone, e sono da alcune ore privi di luce e telefono. All’ufficiale tedesco Iris chiede: «Va al fronte?». L’ufficiale ride e risponde: «Ma lei dove crede di essere?». Senza accorgersene Iris, Antonio, i bambini sfollati e tutti coloro che avevano condiviso le vicende dei mesi precedenti erano finiti nel mezzo della battaglia. Per uscirne al più presto fu deciso di portare in salvo i bambini a Montepulciano. Cominciò così una anabasi di dieci chilometri fra tiri d’artiglieria, campi minati e sfrecciare di convogli militari. E quando il popolo di Montepulciano, dagli spalti delle mura, vide il piccolo popolo della Foce che saliva verso la città e sostava per prendere fiato accanto alla bellissima chiesa di San Biagio, la gente scese di corsa a frotte per accoglierlo e accompagnarlo. Pochi giorni dopo la città fu scossa da un’esplosione. Era il ponte che i tedeschi avevano fatto saltare per meglio garantire la propria ritirata. Mai fragore di timpani e colpi di grancassa furono altrettanto liberatori. Da quel momento nella sinfonia di Iris cominciano a udirsi nuovamente i flauti, gli archi e gli arpeggi che segnalano il ritorno alla normalità della vita quotidiana. L’ultimo suono, prima della fine del libro, è la voce dei bambini che ritornano alla Foce cantando. Anche la sinfonia della val d’Orcia, come quella di Leningrado, è un inno alla vittoria. Ma la vittoria raccontata dall’autrice non è quella di uno Stato sull’altro. È la vittoria di alcune centinaia di esseri umani che si sono difesi con le armi dell’amicizia, della solidarietà e della dignità.  
Ultimo aggiornamento ( mercoledì 24 febbraio 2010 )
 
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