Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Vite speculari di un repubblichino e di un partigiano siciliano PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
giovedý 20 settembre 2007

Matteo Collura,  L’isola senza ponte. Uomini e storie di Sicilia, Longanesi Editore, pp. 218, euro 14,60

Recensione in «L’Avvenire», 19 settembre 2007, p. 30.  

Vite speculari di un repubblichino e di un partigiano siciliano  di Laura Silvia Battaglia 

Per Matteo Collura l’Isola è un continente a sé con possibili ponti solo letterari.  Lo dimostrerebbero le vicende dello zio Francesco e di «Ciro» .

 

Cento, mille o soltanto due. Puoi contare quante Sicilie vuoi, come provò a fare Gesualdo Bufalino, ma la sostanza è sempre la stessa: la Sicilia è l’isola, e sempre isolati si sentono i siciliani. Se questo concetto non fosse ancora abbastanza chiaro ci pensa Matteo Collura a rinfrescarlo a tutti, nel nuovo libro a metà tra saggistica e narrativa, edito da Longanesi e dal titolo L’isola senza ponte. Uomini e storie di Sicilia (pagine 218, euro 14,60). Qui si racconta una tesi, e cioè come l’essere isola per la Sicilia sia una realtà fisica e geografica, certo, ma come questo isolamento, di cui i siciliani un po’ si lamentano e un po’ si vantano, sia assolutamente psicologico. E come, proprio in virtù di questo, nessun ponte potrà mai unire l’isola al resto d’Italia, «per la semplice ragione – dice l’autore, giornalista del Corriere della Sera – che è impossibile collegare un continente all’altro, anche servendosi delle tecniche ingegneristiche più strabilianti ed efficaci.L’unico ponte possibile – del resto sempre esistito – è quello della letteratura». Non a caso, dunque, questo saggio ripercorre e, nello stesso tempo, getta nuova luce su luoghi fisici e letterari di Sicilia: come accade per Leonardo Sascia, di cui Collura è il biografo, a proposito dell’epitaffio voluto dallo scrittore («Ce ne ricorderemo di questo pianeta») che oggi si scopre essere di Leo Longanesi, oppure la rilettura di Concetta, figlia di quel principe di Salina del Gattopardo, personaggio che autorizza Collura a ribaltare l’idea che le donne siciliane siano state per secoli sottomesse, quando è proprio da un ruolo di apparente subalternità che hanno tenuto in pugno case, averi, uomini, clan familiari. E ancora L’isola senza ponte tocca Verga, Pirandello, Brancati, Bufalino: i soli ponti che, secondo l’autore, la Sicilia possa vantare. Ma c’è una storia, all’interno di questo saggio, che proprio assume su di sé il senso di tanta separatezza ma anche di tanta tensione verso l’altrove.

Ed è il racconto di due vite parallele. Quella di Francesco Collura, zio dell’autore, sottoufficiale della Repubblica Sociale Italiana alle dipendenze del comando tedesco di Udine, assassinato a Colorendo dai partigiani sloveni e italiani. Era promesso sposo ad Albina Urizzi, una ragazza friulana. E quella di Salvatore Cacciatore, ex carrista in Tripolitania e a Pordenone, partigiano a Cadore poi, con nome di «Ciro», a capo del distaccamento «Willy» (battaglione «Gramsci»), impiccato a Belluno dai nazisti. Anche lui siciliano, anche lui fidanzato con una bellezza nordica, la bellunese Iva Boni. Entrambi morti lontano da casa, entrambi seppelliti dalle fidanzate a Nord, a causa della distanza, allora anche fisicamente incolmabile, tra le due terre. Collura torna indietro, sulle tracce di questi ragazzi, accomunati dallo stesso anno di nascita nella stessa provincia (Agrigento) e dal destino di un viaggio senza ritorno: scova immagini, interpreta biglietti, missive, targhe, va in cerca di quelle donne che hanno conservato la Storia nella memoria. Incontra, dopo 46 anni, Albina Urizzi, la fidanzata di Francesco; scopre, dai rapporti dei carabinieri, che lo zio era sospettato di collaborare con i tedeschi (quella zona del litorale triestino era stata da poco inglobata nel Grande Reich) ma che era anche un illuso, come molti altri meridionali, perché convinto di salvarsi dalla miseria del paese d’origine restando al suo posto, a guerra finita; si mette sulle tracce di «Ciro» e viene a sapere che si era reso protagonista di importanti azioni di guerriglia, dopo la dispersione del suo reparto nell’ottobre 1944, a seguito di un rastrellamento tedesco; incontra Iva Boni, la sua morosa oggi ottantenne, anche lei partigiana, testimone delle torture subite dal giovane, catturato insieme a lei ed altri a causa di una «spiata». Oggi più nessuno ricorda «Ciro» nel paese d’origine, Aragona: impossibile risalire a qualche traccia di parentela. Francesco Collura, invece, lo ricordano tutti in famiglia, ma nessuno volle (e poté) andare a recuperare la salma. Compensò, quanto meno per «Ciro», la città di Belluno che, a lui e ai suoi compagni, ha dedicato una piazza, piazza dei Martiri appunto. E sulla targa, inflitta al lampione dove «Ciro» trovò la morte, c’è scritto: «Cacciatore Salvatore, detto Ciro. Caduto per la libertà». Piace dunque leggere, in questo libro di Collura, due storie speculari, vive, palpitanti, fatte di uomini, idee, azioni, sentimenti. Vite che ricordano come l’Italia sia stata fatta, amata e sofferta da tutti gli italiani. Compresi quegli isolani «isolati» che, forse proprio per questo, non tornano indietro, a volte nemmeno da morti.

Ultimo aggiornamento ( sabato 22 settembre 2007 )
 
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