Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Una tragedia italiana, l'affondamento della corazzata «Roma»
Scritto da Redazione   
domenica 28 febbraio 2010

Marco Innocenti, Una tragedia italiana, l'affondamento della corazzata «Roma», in «Il Sole 24 Ore», 21 febbraio 2010.

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È la corazzata più potente del Mediterraneo, la "Roma", ammiraglia della Marina italiana. Parte da La Spezia, alla testa di una formazione navale imponente che comprende il meglio della nostra flotta. È il 9 settembre 1943, il giorno dopo l'armistizio. Le navi si dovrebbero consegnare agli Alleati, in un porto controllato dagli inglesi (Malta o Bona, in Algeria). Prima tappa: la Maddalena. Sulla "Roma" c'è l'ammiraglio Carlo Bergamini, il comandante delle flotta, assieme a duemila uomini di equipaggio.Alle 15,30, mare calmo, condizioni ideali, dopo avere virato per Bona (o la Spagna, non si saprà mai) essendo la Maddalena occupata dai nazisti, la "Roma" cade sotto attacco dei Dornier tedeschi. Qualcuno urla: "Sono tedeschi, sono tedeschi". Lo stormo di Do-217 vola alto, irraggiungibile dalla nostra contraerea, e ha bombe perforanti teleguidate Fx 1400, un'arma nuovissima contro cui non c'è difesa. Due bombe razzo feriscono a morte la "Roma": la seconda scoppia all'interno della nave e la devasta. "Ci hanno colpiti, ci hanno colpiti". Un boato prolungato e in pochi secondi è l'inferno. Dal ponte torce umane si buttano in acqua prima che la "Roma" si capovolga e le trascini con sé. "Tutti in mare, tutti in mare". La corazzata d'acciaio è diventata una nave di cera, un relitto galleggiante, come un grande cetaceo inerme. In cielo un fungo di fumo, odore di carne bruciata, morte dappertutto, i rumori metallici della nave in agonia vengono zittiti dalla voce del mare. Pochi minuti e ciò che resta della nave sbanda, si spezza in due tronconi e si inabissa. Sono le 16,11, nelle acque dell'Asinara. La Madonna della costa non è riuscita a proteggere i suoi marinai: 1393 uomini dell'equipaggio muoiono, insieme a Bergamini, medaglia d'oro, l'ufficiale più elevato in grado caduto in combattimento.
Ultimo aggiornamento ( giovedì 04 marzo 2010 )
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Il "posto al sole" bruciò la pelle all'Italia contadina
Scritto da Redazione   
domenica 28 febbraio 2010

Mario Cervi, Il "posto al sole" bruciò la pelle all'Italia contadina, in «Il Giornale», 25 febbraio 2010.

 

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Con La guerra d’Etiopia (Longanesi, pagg. 304, euro 18) Angelo Del Boca prosegue la sua esplorazione nelle vicende del colonialismo italiano. La conquista che valse a Mussolini il titolo di fondatore dell’Impero e a Vittorio Emanuele III il titolo di Imperatore fu, tra quelle che l’Italia poté vantare, la più effimera. Il 5 maggio del 1936 il maresciallo Pietro Badoglio inviò al Duce il telegramma annunciante il suo ingresso in Addis Abeba, sei anni dopo l’Impero tornato sui colli fatali di Roma non esisteva più. Una breve parentesi nella millenaria storia del nostro Paese: ma una parentesi che esaltò molti, potremmo dire che esaltò tutti se anche antifascisti di lungo corso come Benedetto Croce, Vittorio Emanuele Orlando e Luigi Albertini offrirono alla Patria le loro medaglie d’oro di senatori: associandosi così all’offerta delle fedi nuziali fatta da milioni di cittadini.

Fu davvero un momento straordinario. Del Boca, che per il fascismo e per il colonialismo non ha tenerezze, è costretto a riconoscerlo. «Non si può assolutamente negare che fra il 5 e il 9 maggio 1936 il popolo italiano abbia vissuto uno dei periodi di maggiore unità, di più ardente passione e di sconfinata speranza nei più luminosi destini della Patria... Gli italiani vivono più nelle piazze che nelle loro case, storditi ed insieme eccitati dall’urlo delle sirene che chiamano alle adunate... Per la prima volta, forse, essi indossano la divisa fascista senza fastidio e le loro acclamazioni sono spontanee». Ancora una volta la grande proletaria si era mossa, l’Italia era ancora un Paese contadino e ai soldati contadini si schiudeva la prospettiva di immense terre fertili da dissodare, da far fruttare. Gli slogan propagandistici secondo i quali le nazioni ricche di braccia e povere di materie prime dovevano ottenere più posto al sole avevano fatto breccia anche in molti scettici.
Ultimo aggiornamento ( mercoledì 03 marzo 2010 )
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Le scelte difficili del ’43 e ’44: tradire per sopravvivere
Scritto da Redazione   
domenica 28 febbraio 2010

Romano Sergio, Le scelte difficili del ’43 e ’44: tradire per sopravvivere, in «Corriere della Sera», 13 dicembre 2009, p. 33.

 

Non ho ancora capito perché lei consideri l’8 settembre anche un tradimento nei confronti dei tedeschi - ed effettivamente fu anche questo - e ritenga invece «un piccolo capolavoro diplomatico» il tradimento degli Alleati con l’invio di Prunas da Vyshinskij per offrire all’Urss una presenza stabile in Italia. Poiché con il secondo tradimento Togliatti e compagni ottennero il rientro in Italia, i comunisti furono i più determinati nella lotta ai tedeschi e li fecero anche saltare in aria in via Rasella. Crede lei che ai tedeschi, traditi l’8 settembre, sia piaciuto saltare in aria in via Rasella per il «piccolo capolavoro» che rilanciò un Paese sconfitto? Non è una questione ideologica, ma di pura logica. O si decide che il «nostro interesse» viene prima di tutto e allora ce ne infischiamo di tutti e non ha alcuna giustificazione logica parlare di tradimento per l’8 settembre. Oppure decidiamo che è abbastanza logico essere considerati inaffidabili, troppo furbi, superficiali, frivoli. Oltretutto, non siamo una grande potenza, a cui tutto è permesso, ma un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. D. Casali, Firenze

Cara Signora, Nelle relazioni internazionali esistono due piani distinti ma inevitabilmente destinati a intrecciarsi: quello dei rapporti fra gli Stati e quello, più vario e meno facilmente definibile, dei rapporti fra gli uomini. Vi sono circostanze in cui gli Stati possono trovarsi nella necessità di fare scelte da cui dipende in ultima analisi la loro sopravvivenza. Nel 1943 l’Italia dovette decidere se continuare a combattere accanto ai tedeschi o rompere il patto stretto con l’alleato e cercare d’ingraziarsi il nemico. Imboccò, come sappiamo, la seconda strada e fece bene; ma con una tattica pasticciata e maldestra che rischiò di pregiudicare gli esiti dell’operazione e lasciò allo sbaraglio parecchie centinaia di migliaia di militari. Nel 1944 l’Italia dovette decidere se accettare supinamente la sua condizione di Paese interamente soggetto al controllo degli anglo-americani o conquistare una maggiore indipendenza stabilendo rapporti con un Paese (l’Unione Sovietica) che gli Alleati occidentali volevano tenere fuori del Mediterraneo. Imboccò la seconda strada e pagò un prezzo: il ritorno di Togliatti in Italia.

Ultimo aggiornamento ( martedì 02 marzo 2010 )
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