Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Le "donne di Salò"
Scritto da Elena   
sabato 27 febbraio 2010

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 Pubblicità – edite sulle pagine de «La Domenica del Corriere» del 1943 – rivolte al pubblico femminile.

A fine marzo si terrà in Università Cattolica a Brescia un convegno dedicato alla donna negli anni del Ventennio e della Repubblica sociale italiana. Non appena sarà definito il programma ve lo comunicheremo. Nel frattempo, vi facciamo sapere che anche il Centro Studi Rsi interverrà con un contributo sulle «donne di Salò» divise tra focolare e Patria. Punto di partenza dell’analisi saranno i numeri de «La Domenica del Corriere» editi nel biennio 1943-1945 e arricchiti da altra documentazione d’archivio.

Sarà un’occasione per osservare come l’impalcatura retorica fascista che consegna la donna al potere del maschio – padre o marito che sia – e a una funzione meramente procreativa salta puntualmente allorquando lo stato fascista ha la necessità di sopperire al vuoto creatosi nel mercato del lavoro a seguito dello scoppio della seconda guerra mondiale e del richiamo alle armi dei maschi. Come nel primo conflitto sono le donne, fino alla vigilia tenute a forza di decreti legge relegate tra le mura domestiche, a sobbarcarsi in misura crescente negli anni il peso della macchina produttiva bellica. Il primo passo in questa direzione è compiuto dal Consiglio dei ministri già cinque giorni prima dell’entrata in guerra con un disegno di legge che autorizza la sostituzione del personale maschile con quello femminile nella pubblica amministrazione. Segue una mobilitazione industriale e agricola che per durata e intensità supera la precedente della Grande Guerra.

 

Ultimo aggiornamento ( sabato 27 febbraio 2010 )
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1936: le Olimpiadi naziste di un führer poco sportivo
Scritto da Redazione   
domenica 21 febbraio 2010

Romano Sergio, 1936: le Olimpiadi naziste di un führer poco sportivo, in «Corriere della Sera», 16 febbraio 2010, p. 41.

 

 

 

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Ho visto recentemente il film di Leni Riefensthal dedicato alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Mi sono sempre chiesto non solo come la Germania abbia potuto preparare un tale dispendioso apparato a pochi anni dalla presa del potere di Hitler, ma soprattutto, perché il Comitato Olimpico Internazionale scelse la candidatura tedesca. In tal modo non fece altro che dare l’occasione al nazismo di sfruttare una scena che lo poneva all’attenzione del mondo. G. Ghio

 

 

 

 

 

Caro Ghio, La Germania si era candidata da qualche anno ed era stata scelta dal Comitato Olimpico Internazionale nel 1931, quasi due anni prima dell’avvento di Hitler al potere nel gennaio 1933. Tutti sapevano che sarebbe stata perfettamente in grado di accogliere i Giochi. La guerra e le crisi avevano messo a dura prova la sua economia e la sua società, ma il Paese era ancora, sul piano tecnologico e scientifico, uno dei più avanzati dell’Occidente. Ne dette la prova, tra l’altro, installando negli stadi quattordici unità mobili create da Telefunken e Daimler­Benz per diffondere le gare in venticinque sale di spettacolo. Alle altre domande della sua lettera ha già risposto in buona parte Paolo Mieli in un lungo articolo apparso sul Corriere della Sera del 1° novembre 2009 in occasione della pubblicazione di un libro edito da Corbaccio su «Le Olimpiadi dei nazisti». L’autore, David Clay Large, ricorda che le associazioni ebraiche americane fecero del loro meglio per evitare la partecipazione degli Stati Uniti, ma si scontrarono con l’indifferenza del governo e con il pregiudizio antiebraico di larghi settori della società americana ed europea fra cui Avery Brundage, presidente del Comitato olimpico americano, e il presidente del Comitato svedese Sigfrid Edstrøm.

Ultimo aggiornamento ( domenica 28 febbraio 2010 )
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Perché il Vaticano rifiutò l’asilo alla famiglia Ciano
Scritto da Redazione   
domenica 21 febbraio 2010

Romano Sergio, Perché il Vaticano rifiutò l’asilo alla famiglia Ciano, in «Corriere della Sera», 2 febbraio 2010, p. 43.

 

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Ho visto in tv la puntata di «Correva l’anno» dedicata a Galeazzo Ciano dalle iniziali fortune alla tragica fine a Verona. Ritengo valga la pena approfondire il dato che allorché Ciano, temendo ormai per la sua vita sul suolo italiano - dopo aver cercato inutilmente di procurarsi un lasciapassare per la Spagna -, cercò rifugio in Vaticano (presso il quale pochi mesi prima era stato nominato ambasciatore) si sentì negare quella che era una richiesta d’asilo, che invece non veniva negata nello stesso periodo a molti altri. A. Abrami

 

Caro Abrami, I diari di Ciano terminano alla data dell’8 febbraio 1943, nel giorno in cui il genero di Mussolini lascia il ministero degli Esteri e si appresta a diventare ambasciatore presso la Santa Sede. Ciano descrive l’incontro con Mussolini a palazzo Venezia e riferisce una frase da cui può desumersi quale fosse lo stato d’animo del capo del governo dopo la sconfitta dei tedeschi a Stalingrado: «Se ci avessero lasciato tre anni di tempo avremmo potuto fare la guerra in condizioni ben differenti o forse non sarebbe stato necessario il farla». Non abbiamo quindi un resoconto personale e quotidiano di ciò che Ciano disse e fece nei mesi seguenti. Le settimane concitate fra la riunione del Gran Consiglio nella notte del 25 luglio e la partenza della famiglia Ciano per la Germania il 27 agosto sono state ricostruite sulla base di altre testimonianze pubblicate negli anni successivi da alcuni membri della famiglia o da persone che frequentarono in quei giorni la casa di Edda e Galeazzo. Molte informazioni sono state raccolte dal giornalista americano Ray Moseley per un libro pubblicato da Mondadori nel 1999 («Ciano, l’ombra di Mussolini») e altre dallo storico francese Michel Ostenc per un libro più recente («Ciano, un conservateur face à Hitler et Mussolini», Parigi, Editions du Rocher 2007). 

Ultimo aggiornamento ( venerdì 26 febbraio 2010 )
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