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domenica 18 aprile 2010 |
Buccini Goffredo, «Noi ragazzi di Salò nel campo di prigionia», Tremaglia: ero con lui. Veneziani: ne parlò senza ritrosia, in «Corriere della Sera», 16 aprile 2010, p. 19.
ROMA - Un sorriso, sì, gli sarebbe scappato: a mezza bocca, sornione, come sempre. Perché uno con tanta avversione per la retorica da affidare il suo primo vero outing da vecchio ragazzo della Repubblica Sociale a un’intervista intitolata «Non rinnego né Salò né Sanremo», beh, magari si sarebbe pure commosso, ma di sicuro non ce l’avrebbe fatta a restare proprio serio davanti all’onda anomala di blogger di ultradestra che salutano adesso «il camerata Raimondo», gli dedicano post con croci celtiche e fasci littori corredati da pensieri come «Vianello presente! Onore alla tua coerenza» e da versi di Mario Castellacci, l’autore di «Le donne non ci vogliono più bene», l’inno romantico e guascone dei giovani repubblichini. E’rimasta seminascosta come un fiume carsico, ed infine è tornata su, quell’intervista del 1998 a Lo Stato di Marcello Veneziani, in sintonia ma anche in polemica coi tempi, perché già Violante aveva avviato il ripensamento della sinistra postcomunista sui ragazzi che scelsero «la parte sbagliata» dopo l’8 settembre ‘43, e già Fini dopo Fiuggi aveva approfondito a sua volta la revisione della destra su quegli anni: «I giovani che sono andati a Salò dovrebbero essere più rispettati se non altro per i loro ideali ispiratori. Chi è andato su sapeva di finire male. Non va abiurato», disse allora Raimondo, al culmine della sua quarta o quinta giovinezza, dopo gli anni ruggenti di «Un due tre» con Ugo Tognazzi (altro camerata ragazzino, Brigata Nera di Cremona) e tre decenni consecutivi di trionfi tv, ancora in cima alla popolarità grazie a «Casa Vianello», l’eterna sit-com con l’amata Sandra. «Sapevo che c’era questa storia, mandai un redattore, lui ne fu contento, non ebbe alcuna ritrosia a parlarne», ricorda adesso Veneziani.Dodici anni dopo, questo Paese spaesato ha fame di icone pop. Dal post di «DeEuropaeaStirpe»: «Raimondo Vianello, bersagliere volontario della Rsi: aderì per ribellione verso il colonnello comandante che il 12 settembre, con un piede già sulla macchina carica di roba, lo chiamò per dirgli a bassa voce come fosse una confidenza: "Vianello, si salvi chi può!" Onore a te, camerata, riposa in pace». Sembra di rileggere «A cercar la bella morte», le pagine di Carlo Mazzantini che, sedicenne, vede volare giù dalle finestre del suo palazzo i busti del duce dopo il 25 luglio, si volta sconcertato verso il padre che gli fa segno di starsene buono e aspettare che passi la buriana, matura la decisione di combattere «per l’onore della patria» che lo porterà al nord. Mirko Tremaglia, l’ultimo di quei ragazzi ancora in Parlamento, racconta: «Vianello era con me al campo di prigionia di Coltano, vicino Pisa, nell’estate del ‘45. |
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Ultimo aggiornamento ( sabato 24 aprile 2010 )
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domenica 18 aprile 2010 |
Carioti Antonio, Fascista o ingenuo, il rebus Pound, Gli studiosi si dividono. Mentre i giovani di destra invitano la figlia, in « Corriere della Sera», 14 aprile 2010, p. 53. «Qui l’errore è in ciò che non si è fatto / nella diffidenza che fece esitare». Tratti dai Cantos, questi versi di Ezra Pound si trovano in epigrafe al libro Hobbit/Hobbit: una raccolta di testi della giovane destra risalente al 1982, ora riedita in versione ampliata, a cura di Marco Tarchi, con il titolo La rivoluzione impossibile (Vallecchi, pp. 479, Euro 18). Solo un esempio, fra tanti, dell’attenzione mostrata dagli eretici del neofascismo, fra cui lo scomparso Giano Accame con il suo Ezra Pound economista (Settimo Sigillo), verso l’opera del poeta americano. Inoltre dal 2003 CasaPound è l’insegna di un gruppo giovanile che occupa stabili in disuso e li trasforma in centri sociali di destra, richiamandosi alle idee del poeta e ostentando simboli di matrice fascista. Tanto da suscitare la reazione della figlia di Pound, Mary de Rachewiltz, che in un’intervista a Marzio Breda, uscita sul «Corriere» del 1° aprile, ha respinto ogni tentativo di strumentalizzare il pensiero del padre. I ragazzi di CasaPound, tramite il loro presidente Gianluca Iannone, replicano invitando la signora de Rachewiltz a visitare di persona la loro sede, per constatare che nutrono verso il poeta un interesse meditato e genuino. «La polemica di Pound contro l’usura e lo strapotere delle banche - aggiunge Adriano Scianca, responsabile culturale del movimento - ci pare pienamente attuale e in linea con la nostra visione del mondo. Quando chiediamo il mutuo sociale per facilitare alle famiglie l’acquisto dell’abitazione, non facciamo che applicare un punto del manifesto di Verona della Rsi, esaltato da Pound nei Cantos: l’idea che il diritto alla casa non sia un diritto "della proprietà", cioè dei palazzinari, ma "alla proprietà", cioè dei lavoratori che ne hanno bisogno». |
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Ultimo aggiornamento ( giovedì 22 aprile 2010 )
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domenica 18 aprile 2010 |
Gianfranco de Turris, Marzio Tremaglia, il ministro della Cultura che non fu, in «Il Giornale», 16 aprile 2010. In un’intervista, un mese dopo la sua morte, l’editore Gabriele Mazzotta mi disse: «Marzio era naturaliter destinato a diventare ministro della Cultura». Per apertura mentale, per preparazione, per coraggio, per spirito organizzativo e per legame alle sue radici culturali, posso aggiungere. Ma così non è stato: Marzio Tremaglia morì il 22 aprile del 2000, a soli 42 anni, dopo aver lottato per almeno tre con la sua malattia. Era stato per cinque anni assessore alla Cultura della Regione Lombardia rivoluzionando il modo di affrontare la complessa materia e lasciando un’impronta indelebile del suo lavoro come dimostra il volume Ripensare la cultura (Mazzotta), curato da Romano F. Cattaneo, uscito un mese prima della morte, che documenta il suo lavoro.Pur non potendo rammaricarci di quel che non è stato, non posso fare a meno di chiedermi: ma sarebbe stata veramente ipotizzabile questa sua nomina? E sarebbe stato possibile fare il ministro della Cultura in un governo di centrodestra, considerando quel che in due lustri è avvenuto politicamente e culturalmente nella destra italiana, quella ufficiale intendo? Conoscendo carattere e idee di Marzio, io credo che avrebbe trovato insormontabili difficoltà. Da un lato aveva idee precise e ben fondate: quando sul Corriere della Sera venne rilanciata la protesta dell’Arcigay perché il suo assessorato non aveva finanziato un festival di film omosessuali, Marzio rispose con una lettera: lui si atteneva al dettato costituzionale che prevedeva la difesa della famiglia, e quindi... Noi però sappiamo quel che è successo nel frattempo sia nel Paese sia nel centrodestra. E come si sarebbe comportato, lui che con legge regionale ha istituito il Centro studi della Rsi, con sede a Salò, diretto dal professor Roberto Chiarini e che ha per motto «Salviamo la memoria del nostro Paese», come si sarebbe comportato Marzio nei confronti del segretario del suo partito che definì all’improvviso, non solo le leggi razziali, ma il fascismo tutto e quello della Rsi in particolare come «male assoluto»? Lui che aveva inviato al segretario del suo partito molte e dettagliate lettere su problemi politico-culturali, tutte ovviamente inascoltate? |
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Ultimo aggiornamento ( mercoledì 21 aprile 2010 )
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