Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
«Gli slavi giocarono a palla con la testa di mio padre»
Scritto da Redazione   
domenica 28 febbraio 2010

Maria Paola Gianni, «Gli slavi giocarono a palla con la testa di mio padre», in «Il Giornale», 10 febbraio 2010.

«Gli slavi torturarono a morte mio padre. Non contenti, lo decapitarono per estrargli due denti d’oro. E poi, per sfregio, con la sua testa ci giocarono a palla, sui binari del treno. La sua “colpa”? Era italiano». A parlare è Nidia Cernecca, esule istriana, vedova e madre di tre figli. Oggi vive a Verona. Nacque a Gimino d’Istria nel 1936. Nel 1943 suo padre Giuseppe, semplice impiegato comunale, venne arrestato e, dopo un processo-farsa, fu torturato e ucciso dai miliziani comunisti italiani e slavi. L’uomo venne decapitato e con la sua testa fu giocata una macabra partita di pallone. In quel maledetto settembre 1943, mese fatale per le sorti dell’Italia, vigeva il machiavellico disegno espansionista di Tito, che identificava tutto ciò che era italiano con il Fascismo, riuscendo così ad unire i comunisti slavi con quelli italiani. Allora Nidia Cernecca aveva solo sette anni. Eppure il ricordo di quelle atrocità inferte a suo padre è scolpito nella sua mente, come un chiodo che le trafigge il cuore, ogni attimo. In questi giorni, in coincidenza delle celebrazioni del Ricordo dei martiri delle foibe e del dramma degli esuli, Cernecca sta girando in lungo e in largo l’Italia, con Gigi D’Agostini, ricercatore storico ed esule da Capodistria, tra convegni e incontri nelle scuole, «per la verità storica e contro la mistificazione», spiega lei. Che aggiunge: «Mi sento una combattente, ma vorrei tanto diventare una reduce. Vorrebbe dire che la mia guerra contro la falsificazione storica sarebbe finita. Lo volesse il Cielo. Io, intanto, non mi arrendo». Quella di Nidia Cernecca è una missione di verità. È presidente dell'associazione nazionale dei congiunti dei deportati italiani in Jugoslavia infoibati, scomparsi e uccisi. Un nome lunghissimo, che ci tiene però a specificare, integralmente. Per maggiori informazioni, anche sui tre libri da lei scritti, basta visitare il sito www.nidiacernecca.it.

Ha avuto un risarcimento dallo Stato Italiano?
Ultimo aggiornamento ( lunedì 08 marzo 2010 )
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I morti nelle foibe? Vittime di serie B
Scritto da Redazione   
domenica 28 febbraio 2010

Giordano Bruno Guerri, I morti nelle foibe? Vittime di serie B, in «Il Giornale», 11 febbraio 2010.

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Già nei giorni scorsi c’era da riflettere su un’indagine statistica appena realizzata da FerrariNasi&Associati. Ne risulta che se, nel 2008, il 41 per cento degli italiani aveva una discreto grado di conoscenza della tragedia delle foibe, nel 2010 la percentuale è scesa al 38 per cento. Significa che, concluso l’exploit di un programma televisivo, la tragedia istriana sta già scomparendo dal ricordo del popolo italiano, giornate o non giornate. E si tratta di almeno 10.000 italiani scagliati in profonde fosse carsiche, nella più grave e violenta pulizia etnico-politica che il nostro popolo abbia subito nel Novecento. Fra i grandi quotidiani, ieri, soltanto il Giornale ha dedicato due pagine alla Giornata del Ricordo. Per limitarsi a citare i due maggiori, Corriere della Sera e Repubblica, si sono contenuti in colonnine striminzite. Poche (e poco pubblicizzate) le iniziative regionali, e anche alcune scuole non hanno brillato. Si segnala in Lazio una meritevole iniziativa del sindaco di Roma Gianni Alemanno e del suo assessore alla Pubblica istruzione Laura Marsilio, che hanno mandato nelle zone della tragedia, insieme agli insegnanti, quattrocento studenti (altri sono stati inviati a Auschwitz, Berlino, Hiroshima): muniti di tutta la documentazione e le informazioni necessarie per capire, compreso un discorso del sindaco e dell’assessore, di storici e di educatori.

Ultimo aggiornamento ( domenica 07 marzo 2010 )
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Una tragedia italiana, l'affondamento della corazzata «Roma»
Scritto da Redazione   
domenica 28 febbraio 2010

Marco Innocenti, Una tragedia italiana, l'affondamento della corazzata «Roma», in «Il Sole 24 Ore», 21 febbraio 2010.

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È la corazzata più potente del Mediterraneo, la "Roma", ammiraglia della Marina italiana. Parte da La Spezia, alla testa di una formazione navale imponente che comprende il meglio della nostra flotta. È il 9 settembre 1943, il giorno dopo l'armistizio. Le navi si dovrebbero consegnare agli Alleati, in un porto controllato dagli inglesi (Malta o Bona, in Algeria). Prima tappa: la Maddalena. Sulla "Roma" c'è l'ammiraglio Carlo Bergamini, il comandante delle flotta, assieme a duemila uomini di equipaggio.Alle 15,30, mare calmo, condizioni ideali, dopo avere virato per Bona (o la Spagna, non si saprà mai) essendo la Maddalena occupata dai nazisti, la "Roma" cade sotto attacco dei Dornier tedeschi. Qualcuno urla: "Sono tedeschi, sono tedeschi". Lo stormo di Do-217 vola alto, irraggiungibile dalla nostra contraerea, e ha bombe perforanti teleguidate Fx 1400, un'arma nuovissima contro cui non c'è difesa. Due bombe razzo feriscono a morte la "Roma": la seconda scoppia all'interno della nave e la devasta. "Ci hanno colpiti, ci hanno colpiti". Un boato prolungato e in pochi secondi è l'inferno. Dal ponte torce umane si buttano in acqua prima che la "Roma" si capovolga e le trascini con sé. "Tutti in mare, tutti in mare". La corazzata d'acciaio è diventata una nave di cera, un relitto galleggiante, come un grande cetaceo inerme. In cielo un fungo di fumo, odore di carne bruciata, morte dappertutto, i rumori metallici della nave in agonia vengono zittiti dalla voce del mare. Pochi minuti e ciò che resta della nave sbanda, si spezza in due tronconi e si inabissa. Sono le 16,11, nelle acque dell'Asinara. La Madonna della costa non è riuscita a proteggere i suoi marinai: 1393 uomini dell'equipaggio muoiono, insieme a Bergamini, medaglia d'oro, l'ufficiale più elevato in grado caduto in combattimento.
Ultimo aggiornamento ( giovedì 04 marzo 2010 )
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