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Scritto da Redazione
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domenica 28 febbraio 2010 |
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Fabio Scuto, Il Mossad, l’Italia e la Decima Mas, in «Repubblica», 25 febbraio 2010, p. 57. 
Dopo la fine della Seconda Guerra mondiale l’Italia era diventata la base operativa dell’organizzazione responsabile dell’immigrazione ebraica clandestina post bellica, la "madre" di uno dei più potenti e abili servizi segreti del mondo: il Mossad. Erano anni confusi, anni curiosi - scrive Eric Salerno in Mossad, Base Italia (Il Saggiatore, pagg. 255, euro 19) - fatti di alleanze strane e lealtà confuse. Ebrei e inglesi contro la Germania nazista, altri ebrei che guardavano con simpatia i tedeschi perché nemici dei colonizzatori britannici in Palestina. Tutti fedeli al vecchio adagio mediorientale: il nemico del mio nemico è mio amico. Per la sua posizione geografica l’Italia fu il luogo scelto dai fondatori del Mossad - il leggendario Yehuda Arazi, impersonato nel film Exodus da Paul Newman,e Mike Harari, lo 007 più famoso di Israele che da spia ormai in pensione ha accettato di rivelare a Salerno alcune delle sue verità sulle origini del servizio segreto - per impiantare la loro rete per il transito degli ebrei verso la Palestina: ventiseimila in meno di tre anni. Il Mossad poté contare all’epoca e negli anni a venire su un altro fattore determinante: il beneplacito delle autorità politiche italiane - dalla Dc di De Gasperi, al Pci di Togliatti, al Msi di Romualdi. Alla fine della guerra l’Italia era nel caos, il contrabbando infuriava e i depositi d’armi degli Alleati venivano svuotati per rifornire ex-partigiani e gruppi di destra, arabi e ebrei: bastava avere soldi in contanti. Il giro di spie doppie e anche triple era vasto, un complesso gioco di specchi che solo menti raffinate potevano gestire. Come il colonnello delle SS Walter Rauff - l’inventore dei terribili "furgoni a gas" - arrestato in Italia, salvato dagli americani a Norimberga e agganciato poi dal Mossad. |
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Ultimo aggiornamento ( lunedì 01 marzo 2010 )
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Scritto da Elena
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sabato 27 febbraio 2010 |
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Pubblicità – edite sulle pagine de «La Domenica del Corriere» del 1943 – rivolte al pubblico femminile. A fine marzo si terrà in Università Cattolica a Brescia un convegno dedicato alla donna negli anni del Ventennio e della Repubblica sociale italiana. Non appena sarà definito il programma ve lo comunicheremo. Nel frattempo, vi facciamo sapere che anche il Centro Studi Rsi interverrà con un contributo sulle «donne di Salò» divise tra focolare e Patria. Punto di partenza dell’analisi saranno i numeri de «La Domenica del Corriere» editi nel biennio 1943-1945 e arricchiti da altra documentazione d’archivio. Sarà un’occasione per osservare come l’impalcatura retorica fascista che consegna la donna al potere del maschio – padre o marito che sia – e a una funzione meramente procreativa salta puntualmente allorquando lo stato fascista ha la necessità di sopperire al vuoto creatosi nel mercato del lavoro a seguito dello scoppio della seconda guerra mondiale e del richiamo alle armi dei maschi. Come nel primo conflitto sono le donne, fino alla vigilia tenute a forza di decreti legge relegate tra le mura domestiche, a sobbarcarsi in misura crescente negli anni il peso della macchina produttiva bellica. Il primo passo in questa direzione è compiuto dal Consiglio dei ministri già cinque giorni prima dell’entrata in guerra con un disegno di legge che autorizza la sostituzione del personale maschile con quello femminile nella pubblica amministrazione. Segue una mobilitazione industriale e agricola che per durata e intensità supera la precedente della Grande Guerra. |
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Ultimo aggiornamento ( sabato 27 febbraio 2010 )
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Scritto da Redazione
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domenica 21 febbraio 2010 |
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Ho visto recentemente il film di Leni Riefensthal dedicato alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Mi sono sempre chiesto non solo come la Germania abbia potuto preparare un tale dispendioso apparato a pochi anni dalla presa del potere di Hitler, ma soprattutto, perché il Comitato Olimpico Internazionale scelse la candidatura tedesca. In tal modo non fece altro che dare l’occasione al nazismo di sfruttare una scena che lo poneva all’attenzione del mondo. G. Ghio Caro Ghio, La Germania si era candidata da qualche anno ed era stata scelta dal Comitato Olimpico Internazionale nel 1931, quasi due anni prima dell’avvento di Hitler al potere nel gennaio 1933. Tutti sapevano che sarebbe stata perfettamente in grado di accogliere i Giochi. La guerra e le crisi avevano messo a dura prova la sua economia e la sua società, ma il Paese era ancora, sul piano tecnologico e scientifico, uno dei più avanzati dell’Occidente. Ne dette la prova, tra l’altro, installando negli stadi quattordici unità mobili create da Telefunken e DaimlerBenz per diffondere le gare in venticinque sale di spettacolo. Alle altre domande della sua lettera ha già risposto in buona parte Paolo Mieli in un lungo articolo apparso sul Corriere della Sera del 1° novembre 2009 in occasione della pubblicazione di un libro edito da Corbaccio su «Le Olimpiadi dei nazisti». L’autore, David Clay Large, ricorda che le associazioni ebraiche americane fecero del loro meglio per evitare la partecipazione degli Stati Uniti, ma si scontrarono con l’indifferenza del governo e con il pregiudizio antiebraico di larghi settori della società americana ed europea fra cui Avery Brundage, presidente del Comitato olimpico americano, e il presidente del Comitato svedese Sigfrid Edstrøm. |
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Ultimo aggiornamento ( domenica 28 febbraio 2010 )
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