Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
La Marina dopo l’8 settembre, L’affondamento della Roma
Scritto da Redazione   
domenica 15 febbraio 2009

Sergio Romano,  La Marina dopo l’8 settembre, L’affondamento della Roma, in «Corriere della Sera», 30 dicembre 2008, p. 55.

 

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Ho visto un programma di History Channel dedicato all’affondamento della Roma, l’8-9 settembre del ‘43. Non sapevo dell’esistenza della Roma e della flotta italiana, piuttosto moderna e forte. Ci descrivono sempre l’Italia come un povero paese privo di mezzi, ma non pare così. Non mi interessa rimuginare sui tedeschi (in guerra è normale affondare l’ex-alleato passato ai nemici), ma sul fatto che se la Roma e la flotta italiana fossero giunte a Salerno avrebbero potuto respingere gli alleati. Mi chiedo anche perché la Roma non sia stata impiegata per difendere la Sicilia dallo sbarco alleato. Perché la flotta italiana non fu mandata subito in Sicilia dopo lo sbarco ad aiutare i siciliani e a ricacciare a mare i nemici? Daniela Coli , Firenze

 

Cara Signora, Cercherò di rispondere anzitutto alla sua ultima domanda: perché la corazzata Roma e la flotta italiana non furono impiegate per la difesa della Sicilia? Alcune cifre sono forse più convincenti di qualsiasi argomento. Le forze navali britanniche si prepararono all’invasione con 795 vascelli e 715 mezzi da sbarco al comando del vice-ammiraglio Bertram Ramsay. Quelle americane, comandate dal vice-ammiraglio H. Kent Hewitt, comprendevano 580 vascelli e 1.124 mezzi da sbarco. I due raggruppamenti si mossero rispettivamente da est e da ovest con una copertura aerea che precludeva, di fatto, qualsiasi intervento nemico: 4.000 aerei contro i 1.500 dell’aeronautica italiana e tedesca. Nelle giornate che precedettero lo sbarco i bombardamenti anglo-americani misero fuori uso quasi tutti gli aeroporti dell’isola e costrinsero le squadriglie dell’Asse a ripiegare in Sardegna. Le sole navi italiane e tedesche che ebbero un ruolo in quelle giornate furono i sottomarini che riuscirono ad affondare quattro navi e due Landing Ship Tank (imbarcazioni per il trasporto di truppe e carri armati, concepite e costruite nel corso del conflitto). Aggiungo che la Sicilia, a giudicare dai molti rapporti esistenti sulle condizioni morali e psicologiche della popolazione e dei molti coscritti siciliani inquadrati nelle forze italiane, non aveva alcuna voglia di essere aiutata a difendersi. Piaccia o no, una parte del nostro contingente si ritirò senza combattere e gli invasori furono accolti come liberatori.

Ultimo aggiornamento ( martedì 17 febbraio 2009 )
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Resistenza un saggio di Massimo Storchi, Le vendette e l’impunità nel dopoguerra reggiano
Scritto da Redazione   
domenica 15 febbraio 2009

Antonio Carioti, Resistenza un saggio di Massimo Storchi, Le vendette e l’impunità nel dopoguerra reggiano, in «Corriere della Sera», 6 settembre 2008, p. 44.

 

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Il titolo non lascia dubbi: Il sangue dei vincitori, saggio di Massimo Storchi sulla Resistenza a Reggio Emilia, vuole mostrare l’altra faccia della medaglia rispetto ad alcune opere di Giampaolo Pansa. L’autore non nega certo la realtà delle vendette partigiane seguite alla Liberazione, con l’uccisione di oltre quattrocento persone nel Reggiano tra aprile e maggio del 1945, ma sostiene che si trattò di una vampata insurrezionale, di una giustizia sommaria e selvaggia tesa a chiudere i conti aperti durante la dittatura e la guerra. Un’azione cui non corrispondeva, a suo parere, un disegno rivoluzionario del Pci. A riprova di questa tesi, l’autore nota come la violenza cali vistosamente subito dopo gli eccidi insurrezionali, con una trentina di omicidi (non tutti di matrice partigiana) da giugno a dicembre 1945 e dodici nel corso del 1946.

Ultimo aggiornamento ( lunedì 16 febbraio 2009 )
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Fascismo e Berlusconismo, La trappola dei confronti
Scritto da Redazione   
domenica 15 febbraio 2009

Sergio Romano, Lettere al Corriere, Fascismo e Berlusconismo, La trappola dei confronti, in «Corriere della Sera», 6 settembre 2008, p. 41.

 

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Nelle elezioni del 6 novembre 1932, le ultime avvenute in regime democratico in Germania, il partito nazionalsocialista di Hitler ebbe circa 12 milioni di voti (il 33,1 per cento) e 196 seggi al Reichstag mentre il Centro cattolico di von Papen (che forse era più a destra di Hitler) ebbe 70 seggi e un’altra formazione di destra, i tedesco-nazionali, 52. La destra ebbe in tutto 318 seggi, mentre i socialdemocratici ebbero 121 seggi e i comunisti 100. Il quadro era chiaro e il presidente Hindenburg, sollecitato anche da industriali, banchieri, armatori, proprietari terrieri, nominò cancelliere Hitler grazie anche alla copertura e alla legittimazione politica che di Hitler diede il cattolico von Papen. È questo dunque l’avvento «democratico» di Hitler al potere di cui parlavo in un mio intervento di alcuni giorni or sono sul Corriere della Sera e di cui si è stupito Gianfranco Pasquino. Hitler guidava il maggior partito della coalizione di destra e dunque l’incarico spettò, dopo tentativi vari e scorciatoie (sempre di destra), a lui. Lo confermò anche il Times di Londra in un articolo, che certamente lascia perplesso un fine giurista come Pasquino ma non stupisce chi studia con attenzione i travagli della democrazia europea negli anni Trenta del Novecento. L’autorevole giornale inglese salutava la nomina di Hitler come un «ritorno alla democrazia parlamentare» in Germania. Una chiara polemica nei confronti della agitata ma viva Repubblica di Weimar dove invece la democrazia tedesca era nata. Lucio Villari, Roma

 

Caro Villari,

Per la verità Gianfranco Pasquino ha anche sostenuto con ragione che Hitler e il suo partito, finché le elezioni tedesche furono libere, non ebbero mai la maggioranza assoluta dei voti. Ma la ricostruzione che lei fa del modo in cui i nazisti conquistarono il potere è impeccabile e presenta il vantaggio di completare il quadro della nostra discussione a tre sulla morte della Repubblica di Weimar. Non varrebbe quindi la pena di tornare sul tema se i frequenti riferimenti a Weimar, ai dittatori eletti con vasto consenso popolare, al fascismo e ai suoi rigurgiti non fossero diventati il pane quotidiano del dibattito politico italiano: un dibattito in cui si parla di storia, in realtà, per parlare anzitutto dell’attualità nazionale. Il vero tema, quindi, è quello dei confronti storici. Quando ricerchiamo le analogie fra il presente e il passato cediamo a una tentazione naturale e comprensibile. I confronti servono a collocare un avvenimento nella storia, a individuare peculiarità e somiglianze, a meglio circoscrivere un fenomeno e, come avrebbe detto Benedetto Croce, a «parlare il mondo». Senza ricorso al paragone, in tutte le circostanze della vita, i nostri argomenti sarebbero astratti e difficilmente comprensibili. Quando dico che un certo vino ha un bouquet di fragole, aiuto pragmaticamente chi mi ascolta a separarlo mentalmente da altri vini con cui ha maggiore familiarità. Il guaio, caro Villari, è che il confronto non è tra due avvenimenti, ma fra due interpretazioni. Il detto, così frequentemente ripetuto, secondo cui occorre studiare la storia per evitare di ripeterla, è in realtà un pericoloso sofisma. Ci serviamo del passato per meglio accreditare presso coloro che ci ascoltano un particolare giudizio sul presente; e per essere più convincenti usiamo un passato tagliato su misura. Penso in particolare all’uso continuo del fascismo come minaccia incombente sulla politica nazionale.

Ultimo aggiornamento ( domenica 15 febbraio 2009 )
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