Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Perché il Vaticano rifiutò l’asilo alla famiglia Ciano
Scritto da Redazione   
domenica 21 febbraio 2010

Romano Sergio, Perché il Vaticano rifiutò l’asilo alla famiglia Ciano, in «Corriere della Sera», 2 febbraio 2010, p. 43.

 

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Ho visto in tv la puntata di «Correva l’anno» dedicata a Galeazzo Ciano dalle iniziali fortune alla tragica fine a Verona. Ritengo valga la pena approfondire il dato che allorché Ciano, temendo ormai per la sua vita sul suolo italiano - dopo aver cercato inutilmente di procurarsi un lasciapassare per la Spagna -, cercò rifugio in Vaticano (presso il quale pochi mesi prima era stato nominato ambasciatore) si sentì negare quella che era una richiesta d’asilo, che invece non veniva negata nello stesso periodo a molti altri. A. Abrami

 

Caro Abrami, I diari di Ciano terminano alla data dell’8 febbraio 1943, nel giorno in cui il genero di Mussolini lascia il ministero degli Esteri e si appresta a diventare ambasciatore presso la Santa Sede. Ciano descrive l’incontro con Mussolini a palazzo Venezia e riferisce una frase da cui può desumersi quale fosse lo stato d’animo del capo del governo dopo la sconfitta dei tedeschi a Stalingrado: «Se ci avessero lasciato tre anni di tempo avremmo potuto fare la guerra in condizioni ben differenti o forse non sarebbe stato necessario il farla». Non abbiamo quindi un resoconto personale e quotidiano di ciò che Ciano disse e fece nei mesi seguenti. Le settimane concitate fra la riunione del Gran Consiglio nella notte del 25 luglio e la partenza della famiglia Ciano per la Germania il 27 agosto sono state ricostruite sulla base di altre testimonianze pubblicate negli anni successivi da alcuni membri della famiglia o da persone che frequentarono in quei giorni la casa di Edda e Galeazzo. Molte informazioni sono state raccolte dal giornalista americano Ray Moseley per un libro pubblicato da Mondadori nel 1999 («Ciano, l’ombra di Mussolini») e altre dallo storico francese Michel Ostenc per un libro più recente («Ciano, un conservateur face à Hitler et Mussolini», Parigi, Editions du Rocher 2007). 

Ultimo aggiornamento ( venerdì 26 febbraio 2010 )
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La strana eclissi della destra. Vince ma non ha più identità.
Scritto da Redazione   
domenica 21 febbraio 2010

Polese Ranieri, La strana eclissi della destra. Vince ma non ha più identità. Maggioritaria in politica, debole in campo culturale, in «Corriere della Sera», 2 febbraio 2010, p. 40.

 

 

«Voglio esprimere un elogio alla moderazione del ministro Bondi che ha dato a Vittorio Sgarbi solo il Padiglione Italia e non la direzione dell’intera Biennale». Parte con ironia Achille Bonito Oliva, che pure ha plaudito alla decisione di Bondi, «sintomo - dice - di una volontà della destra di occuparsi di cultura, e in particolare di arti visive». Però, aggiunge, visto il menu iconografico proposto da Sgarbi, l’impresa si annuncia «assolutamente fallimentare». Perché, spiega, l’idea di bellezza statica, passatista di Sgarbi contraddice totalmente lo statuto della Biennale, che invece impone di occuparsi della sperimentazione dei nuovi linguaggi. Liquidato Sgarbi (sul cui nome non sono in molti a puntare: per esempio Pierluigi Battista dice che «tempo tre mesi Vittorio litiga e rompe tutto»), resta però il tema della destra che «si emancipa», che prova a fare una politica culturale. Ma di quale destra parla Bonito Oliva? «Parlo dell’attuale governo di centrodestra, di Berlusconi, del suo peronismo mediatico e della sua maniera di gestire la comunicazione in maniera quasi monopolistica. Salutavo però l’emergere, accanto a tutto questo, di un desiderio di far cultura». Già, ma esiste una cultura di destra (o delle destre, visto che ne esistono differenti varietà, a cominciare dalle diverse anime degli ex Msi e Alleanza nazionale), e quali progetti, ora che è al governo, è in grado di definire e realizzare? Pierluigi Battista è scettico (il suo recente saggio I conformisti porta sulla controcopertina il giudizio: «La sinistra ha smesso di pensare. La destra non ha mai cominciato»). Per quanto riguarda Berlusconi e i suoi parla di un’«allergia» alla cultura.

Ultimo aggiornamento ( giovedì 25 febbraio 2010 )
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Sinfonia toscana sotto le cannonate. Fame e paura nel paradiso della val d’Orcia
Scritto da Redazione   
domenica 21 febbraio 2010

Romano Sergio, La testimonianza della scrittrice sul periodo 1943-44 sembra richiamare la musica di Sostakovic. Sinfonia toscana sotto le cannonate. Fame e paura nel paradiso della val d’Orcia, il diario di Iris Origo, in «Corriere della Sera», 24 gennaio 2010, p. 36.

 

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Quando cominciò a tenere un diario, il 30 gennaio 1943, Iris Origo, figlia di un diplomatico americano e di una nobildonna anglo-irlandese, viveva nella tenuta La Foce in val d’Orcia (provincia di Siena), che lei e il marito italiano, Antonio Origo, avevano trasformato da terra desolata in un paradiso bucolico, destinato però a diventare presto un campo di battaglia. Il diario, che Iris cominciò a scrivere negli ultimi mesi della sua terza gravidanza, non fu una decisione casuale, dettata dal desiderio di ingannare il tempo. Verso la metà degli anni Trenta, aveva scritto e pubblicato due libri biografici. Nel primo raccontò per un pubblico inglese la vita di Leopardi, nel secondo quella di Cola di Rienzo. Era quindi da alcuni anni, per gli interessi culturali e la scelta dei temi, una scrittrice anglo-italiana. Il diario le fu suggerito dal sentimento che il ricordo dei tempi in cui stava vivendo meritasse di essere conservato fra le memorie familiari e di essere destinato forse a un pubblico più largo. Tutti sapevano ormai, agli inizi del 1943, che la storia aveva cambiato cavallo.
Ultimo aggiornamento ( mercoledì 24 febbraio 2010 )
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