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domenica 14 febbraio 2010 |
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Romano Sergio, I giorni della memoria: la Storia giustiziera, in «Corriere della Sera», 11 febbraio 2010, p. 43. Ho letto con attenzione tutti gli autorevoli interventi e ho seguito le numerose trasmissioni televisive sulla Shoah nella «giornata della memoria». Ma non ho notato alcuna adeguata menzione del sacrificio di milioni di soldati alleati, fra cui 87 mila italiani, caduti nella lotta per la distruzione del regime nazista responsabile del genocidio di ebrei e non ebrei. Perché la «giornata della memoria» deve ricordare - giustamente - le vittime di quegli anni e non includere anche, per amore di una verità storica indiscutibile, la guerra di liberazione italiana ed europea? O si tratta forse di due capitoli storici separati: il 27 gennaio le vittime e il 25 aprile e l’8 maggio i liberatori? Questa storia a spezzoni e date-ricordo disgiunti non verrà mai adeguatamente compresa dalle giovani generazioni. Ed è anche per porre nel dovuto risalto queste verità incontrovertibili che abbiamo creato una associazione (l’Associazione nazionale combattenti della guerra di liberazione inquadrati nelle forze armate regolari) presente in tutte la scuole militari e in molte scuole civili del nostro Paese. A. Cortese de Bosis Caro Cortese de Bosis, Lei stesso osserva che la morte dei soldati alleati viene ricordata l’8 maggio e che quella degli 87 mila italiani dovrebbe essere ricordata il 25 aprile. Nel calendario europeo e americano esistono giorni diversi anche per meglio sottolineare che non tutti morirono allo stesso modo, sullo stesso fronte e per le stesse ragioni. Un grande giorno della memoria valido per tutti sarebbe in realtà il giorno di nessuno. Che esista un problema e che non tutti siano soddisfatti è dimostrato, tuttavia, dalla frequenza con cui nelle scorse settimane abbiamo ricevuto lettere di persone che rappresentano gruppi trascurati, dimenticati o non sufficientemente commemorati. Forse dovremmo chiederci se questa rispettabile iniziativa - il «giorno della memoria» - non abbia prodotto effetti imprevisti e qualche inconveniente. Ne vedo almeno due. In primo luogo ha creato una sorta di gerarchia delle memorie con tutti i sentimenti di invidia e gelosia che questo comporta. Il criterio dominante, naturalmente, è il numero delle vittime: un dato che colloca il massacro degli ebrei, in Occidente, al primo posto. Ma è difficile convincere i sopravvissuti e gli eredi delle vittime di altri massacri che il loro dolore possa essere considerato con minore attenzione. Ed è impossibile dimenticare che il numero dei morti e le dimensioni del dramma sono stati oscurati in molte circostanze dalla distanza geografica, dalla minore importanza del fenomeno per l’opinione pubblica occidentale, dalla minore importanza internazionale delle associazioni che rappresentano le vittime, dalla complicità ideologica di chi ha preferito il silenzio alla pubblicità. |
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Ultimo aggiornamento ( lunedì 22 febbraio 2010 )
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domenica 14 febbraio 2010 |
Carlo Lizzani, «Egemonia culturale. Ora ci provi la destra». Il regista Carlo Lizzani interviene su un tema tornato di attualità dopo la nomina di Sgarbi alla Biennale. La nascita del «Centro del libro», la promozione del patrimonio d’arte, i compiti della tv pubblica. Dal cinema alla televisione: il ruolo storico della sinistra e le ambizioni (da ritrovare) dell’area moderata, in «Corriere della Sera», 8 febbraio 2010, pp. 26-27.
Il cinema italiano è stato il sismografo che più di una volta è riuscito a cogliere e portare alla luce aspetti profondi e meno visibili di alcuni fenomeni rilevanti del nostro Novecento. 20 marzo 1954. Ecco il comunicato del governo Scelba con il quale si consacrò quell’egemonia culturale della sinistra destinata poi, nei decenni, a divenire «senso comune». «Il Messaggero» pubblica il comunicato su cinque colonne in prima pagina con questo titolo: «Il governo ha affrontato il problema di una efficiente difesa della democrazia». Si tratta del problema dei sostegni finanziari al Pci provenienti dall’estero, ma l’ambiente del cinema è indicato come l’area in cui sarebbe evidente il dominio di una visione del mondo modellata sull’ideologia marxista, quindi ponte per un’opera di persuasione occulta da combattere con misure di tipo economico e politico. Cito il passo essenziale del comunicato: «I quadri del cinema italiano sono costituiti in buona parte da comunisti. Su quattordici principali registi cinematografici, quattro sono dichiaratamente comunisti, e cioè Visconti, Monicelli, De Santis e Lizzani, mentre altri quattro, ossia, De Sica, Germi, Lattuada e Antonioni, sono simpatizzanti per i partiti di estrema sinistra». Dunque (1954): basta con l’egemonia culturale della sinistra! Ma era poi così potente, nel cinema, quell’egemonia? Quante volte, nei miei scritti e nell’arco di mezzo secolo, ho dovuto ripetere questa litania (cito da uno dei miei tanti testi su questo tema). Primo: Monicelli non è mai stato vicino al Pci. Secondo: Germi, lo ricordano quanti sono stati attivi in quegli anni, era visceralmente anticomunista. Terzo: lo stesso si potrebbe dire di Lattuada. Quando, il 14 luglio 1948, tutta l’Italia si fermò in seguito all’attentato a Togliatti, fece eccezione soltanto la troupe de Il mulino del Po, di cui facevo parte come aiuto regista. Da sempre saragattiano e quindi anticomunista, Lattuada infatti si oppose allo sciopero, malgrado le mie insistenze (episodio questo, tra l’altro, che non ha minimamente incrinato la mia stima e il mio affetto per lui). Del tutto lontano dal Pci fu Antonioni, per non parlare di De Sica, certamente colpevole di non «lavare i panni sporchi in casa» ma, nella vita, tranquillo conservatore. Lontani anni luce dal Pci, poi, tutti gli attori: dalla Magnani a Totò, da Fabrizi a Nazzari, da Eduardo alla Lollobrigida... Fece eccezione per qualche anno Raf Vallone. Come ho sempre sostenuto fin d’allora, l’egemonia fu anche «regalata» alla sinistra. Come non presumere, dunque, che in altre aree della cultura, della scuola, della stampa, dell’editoria, delle istituzioni scientifiche non si sia verificato lo stesso fenomeno? |
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Ultimo aggiornamento ( sabato 20 febbraio 2010 )
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domenica 14 febbraio 2010 |
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Mieli Paolo, Il saggio. La politica degli Alleati ricostruita da Di Nolfo e Serra. Attraverso il Patto atlantico si rinsaldò un legame già molto forte. La svolta di Togliatti aprì la strada agli Usa. L’ingresso del Pci nel governo Badoglio del 1944 convinse gli americani a impegnarsi per l’Italia, in «Corriere della Sera», 9 febbraio 2010, pp. 38-39. 
Altro che discontinuità. Quando, nella seconda metà degli Anni Quaranta, l’Italia divenne una potenza amica degli Stati Uniti, in realtà non fece che portare a compimento una politica sotterranea che, a dispetto (ma forse non del tutto) di quella mussoliniana, si era sviluppata sotto traccia già nel corso dei due decenni precedenti. Del resto, come scrisse Giuseppe Prezzolini, «uno Stato può essere democratico o totalitario, monarchico o repubblicano nella politica interna; ma in politica estera è soltanto uno Stato». E nel libro La gabbia infranta. Gli Alleati e l’Italia dal 1943 al 1945, che uscirà il 18 febbraio da Laterza (pp. 320, 20), Ennio Di Nolfo e Maurizio Serra sostengono che la storia del nostro Paese dalla caduta del regime fascista alla liberazione e alla resa tedesca sembra confermare che la politica estera fu il motore della continuità dello Stato nazionale. Nel senso che tutto quello che venne alla luce dopo, nell’Italia liberata, era stato già ampiamente preparato prima nell’Italia fascista. «Il mancato equilibrio tra emozioni e realismo - altro paradosso nella patria di Machiavelli - conduce a vedere nelle "catastrofi" come nelle "vittorie" (con una preferenza mediatica soprattutto per le prime) più di quanto esse non contengano», scrivono Di Nolfo e Serra; «ma le une e le altre fanno parte dell’evoluzione storica, segnano l’alternanza tra epoche di maggiore e minore rigoglio che caratterizza ogni Stato-nazione, ogni soggetto dell’ordine internazionale considerato nel lungo periodo; a valutarle con la dovuta ponderatezza, entrano le une e le altre nella coscienza di un popolo, nella sua memoria collettiva e sarà così finché non prevarranno altre, ancora lontane, aggregazioni dei soggetti internazionali». Ma torniamo alle relazioni con gli Stati Uniti. Al di là «dell’alleanza occasionale tra Hitler e Mussolini avviata nel 1936 e conclusa formalmente nel 1939», scrivono Di Nolfo e Serra, «durante il periodo tra le due guerre si erano invece formati vincoli ben più solidi tra l’Italia (e l’Europa) e gli Stati Uniti che solo l’incontrollabile progetto hitleriano poteva, per qualche anno, accantonare senza poterli spezzare... Ciò significa che, nonostante la guerra, la struttura delle relazioni bilaterali non veniva distrutta, poiché essa era costruita sulle basi ben solide della contiguità finanziaria, imprenditoriale e commerciale che la politica economica protezionistica o "autarchica" adottata da Mussolini nella seconda metà degli anni Trenta non riuscì a sradicare». E chi erano gli uomini di questo rapporto con l’America? |
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Ultimo aggiornamento ( sabato 20 febbraio 2010 )
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