Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Generazione cancellata: i giovani cresciuti tra le due guerre
Scritto da Redazione   
domenica 24 gennaio 2010

Cesare De Michelis, Generazione cancellata. I giovani cresciuti tra le due guerre fecero fatica a rielaborare l'«esperienza totalitaria». Molti negarono il passato, in «Il Sole 24 Ore», 2 novembre 2008, p. 40.

 

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Rispetto al proprio vissuto durante il fascismo, la generazione che uscì dalla guerra drammaticamente maturata durante l'avvicendarsi di trionfali avanzate e tragiche e definitive sconfitte fu costretta a elaborare una memoria rassicurante, che le consentisse di non finire schiacciata da un insuperabile senso di colpa che la inchiodava alla responsabilità di una catastrofe senza eguali.Quando finalmente venne la pace e in mezzo tra questa e la guerra si erano infilati ben venti mesi di guerra civile e di occupazione tedesca che avevano logorato qualsiasi speranza restante, a tutti fu chiesto non solo di aderire alla nascente Repubblica e di far propria la nuova carta costituzionale coi suoi valori fondativi, ma anche di rendere conto del proprio passato nel regime caduto, prima e dopo l'armistizio del '43.La nuova Italia, letteralmente "risorta", si appellava con ogni energia all'antifascismo, un'ideologia inimmaginabile in positivo, a partire cioè da progetti e disegni che si presentavano inequivocabilmente contraddittori, e invece radicale nella stroncatura di tutto il ventennio e oltre, rispetto al quale nessuna giustificazione era plausibile.
Ultimo aggiornamento ( giovedì 04 febbraio 2010 )
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Gli smemorati del ventennio
Scritto da Redazione   
domenica 24 gennaio 2010

Raffaele Liucci, Gli smemorati del ventennio. Manca, nell'Italia del dopoguerra, una seria analisi della natura liberticida del regime mussoliniano: i moderati rimossero il ricordo dei suoi crimini peggiori, gli antifascisti addossarono tutta la responsabilità ai repubblichini - La visione «edulcorata» del fascismo trovò sostegno nelle penne agguerrite di Longanesi, Ansaldo e Montanelli, in «Il Sole 24 Ore», 20 luglio 2008, p. 34.

 

 

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Il grande antropologo Carlo Tullio-Altan diceva che l'autorappresentazione del nostro Paese è sempre stata modellata dalla «rimozione nevrotica» delle sue tare più virulente. Escono ora due solidi libri che indagano sull'incapacità degli italiani, a ogni latitudine, di fare i conti con il passato fascista, la stagione che meglio ha rivelato il loro carattere.Il primo di questi, pubblicato da Cristina Baldassini, giovane ricercatrice, è una mappa quasi antropologica dell'Italia moderata, che nel Ventennio aderì al regime, durante la Resistenza stette alla finestra e infine, nel dopoguerra, pur senza nutrire sentimenti nostalgici, coltiverà una «memoria indulgente» del duce. Una memoria sommersa, selettiva e politicamente scorretta, che può contare sulle "penne" agguerrite di Renato Angiolillo, Giovanni Ansaldo, Leo Longanesi, Curzio Malaparte e Indro Montanelli, e su rotocalchi popolarissimi come «Oggi» e «Gente», entrambi ideati da Edilio Rusconi. Nelle loro pagine (qui esplorate per la prima volta con piglio storiografico) si specchia il cuore pulsante del Paese reale, che non sopporta la mistica antifascista, giudica lo scontro fratricida del '43-45 «il periodo più cupo della storia italiana dall'indipendenza in poi» (Rusconi) e ritiene che, in fondo, l'unica colpa di Mussolini sia stata quella di aver perso la guerra. Onde una rimozione degli aspetti più cruenti del regime littorio. La violenza squadristica, i tribunali speciali, i gas in Etiopia, le leggi "razziali", l'alleanza con Hitler, le atrocità commesse durante l'occupazione della Jugoslavia, i campi di concentramento.

Ultimo aggiornamento ( martedì 02 febbraio 2010 )
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Raccontare il male assoluto
Scritto da Redazione   
domenica 24 gennaio 2010

Giulio Busi, Raccontare il male assoluto, in «Il Sole 24 Ore», 25 maggio 2008, p. 39.

 

 

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Un Appennino livido di notte e di paura. E, all'altro capo del mondo, la California, che dovrebbe essere progredita e gaia, ma non lo è, per lo meno non in questo racconto. Sergio Anelli descrive la storia del Novecento come una ferita che non riesce a rimarginarsi, né per quelli che cercano di dimenticare né tantomeno per coloro che dimenticare proprio non possono.
Unde malum si può definire un libro religioso, e non solo per il titolo, che fa risuonare l'antica domanda di Tertulliano e Agostino, ma anche per la ricerca non lineare di un nesso tra i molteplici volti del negativo: «Res ligo, – spiega infatti Sophie – significa legare le cose, gli argomenti, gli avvenimenti».
Anelli padroneggia tanto l'arte del racconto quanto quella del documento, così che la narrazione fa la spola tra le rappresaglie tedesche del 1944, a ridosso della linea gotica, e la quotidianità di uno scrittore ebreo scampato all'Olocausto, che proprio su quei massacri sta raccogliendo un dossier. L'intrecciarsi di diversi metodi espressivi e varie dimensioni temporali costruisce uno spazio in bilico tra memoria e attualità, che corrisponde bene all'ambiguità del protagonista assoluto del libro, quel male che – materializzandosi chissà da dove – s'impossessa dei luoghi e delle coscienze.
Ultimo aggiornamento ( lunedì 01 febbraio 2010 )
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