Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Disputa tra Giustolisi e Simoncelli. Stragi naziste nascoste
Scritto da Redazione   
sabato 01 agosto 2009

Messina Dino,  Disputa tra Giustolisi e Simoncelli. Stragi naziste nascoste L’armadio della vergogna torna a dividere, in «Corriere della Sera», 16 luglio 2009, p. 39.

 

 

 

All’Armadio della vergogna viene ora contrapposto La vergogna dell’armadio. Il titolo del libro edito da Nutrimenti di Franco Giustolisi, giornalista che denunciò sull’«Espresso» l’occultamento di 695 fascicoli riguardanti le stragi naziste in Italia, viene ribaltato dal saggio uscito da Nuova Cultura di Maurizio Cosentino, che contesta alcuni dati ritenuti acquisiti: innanzitutto non ci fu nessun armadio con le ante rivolte verso il muro in cui sarebbe stata occultata la documentazione; il procuratore militare generale Enrico Santacroce, morto nel 1975, non impedì lo svolgimento dei processi ma anzi inviò moltissimo materiale alle varie procure; non regge nemmeno la tesi della ragion di Stato secondo cui i ministri Taviani e Martino nella seconda metà degli anni Cinquanta avrebbero invitato a rallentare l’attività processuale contro i criminali di guerra per favorire la serena integrazione della Repubblica federale tedesca nel blocco occidentale.

Questi argomenti erano stati esposti il 30 giugno sulle pagine culturali di «Avvenire», in un’ampia e partecipata recensione al saggio di Consentino firmata dallo storico Paolo Simoncelli. Ieri, sempre sul quotidiano cattolico, la veemente risposta di Giustolisi e la replica di Simoncelli. Giustolisi ricorda le indagini del Consiglio della magistratura militare, le conclusioni della Commissione d’inchiesta della Camera e quelle della Bicamerale, sottolinea che dal 1945 al 1999 «quando dopo la scoperta dell’armadio furono distribuiti alle procure di competenza i fascicoli relativi alle stragi nazifasciste, di processi ne furono fatti solo 18». Chiede infine: «Come mai i processi per le stragi di Stazzema, di Marzabotto sono stati fatti soltanto ora con la condanna all’ergastolo delle SS ancora in vita?». Non si vorrà mica dar credito al «"fascista" Enzo Raisi» secondo cui «l’armadio della vergogna è un’invenzione delle sinistre»?
Ultimo aggiornamento ( giovedì 06 agosto 2009 )
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La Cassazione su via Rasella: partigiani, non «massacratori»
Scritto da Redazione   
sabato 01 agosto 2009

Di Gianvito Lavinia, La sentenza «Quella definizione lede la dignità e l'onore». La Cassazione su via Rasella: partigiani, non «massacratori», in «Corriere della Sera», 23 luglio 2009, p. 20.

 

 

ROMA - Non si possono definire «massacratori», né tanto meno «massacratori di civili», i partigiani di via Rasella. Sono «affermazioni lesive della dignità e dell’onore dei destinatari», scrive la Cassazione, che con la sentenza 16916 torna a occuparsi dell’attentato del 23 marzo 1944 contro i tedeschi del battaglione SS Bozen.

La controversia è iniziata diversi anni fa, in seguito a una pronuncia della Suprema Corte che qualificò l’attacco «legittimo atto di guerra». In quell’occasione Il Tempo accusò i gappisti di essere «massacratori di civili». Elena Bentivegna (figlia di Rosario e Carla Capponi, medaglia d’oro per la Resistenza, morta nel 2000) citò in giudizio il quotidiano per danni morali, ma sia in primo, sia in secondo grado la richiesta di risarcimento fu respinta: nel 2004 la corte d’appello stabilì che il termine incriminato deve intendersi come «la sintesi di un legittimo giudizio storico negativo».

Non è così, sostiene invece la Cassazione, perché la parola «massacratori» «evoca unicamente il concetto di trucidare facendo scempio, di far strage». E «l’ulteriore specificazione che di quel massacro furono destinatari i civili assume aspetti non equivocabili nè metaforici in punto di immediata evocazione non già di negativi giudizi storici, ma di affermazioni lesive della dignità e dell’onore dei destinatari». Perciò il ragionamento della corte d’appello «si infrange sull’inequivoco significato del termine usato e pecca per omissione» laddove non valuta l’abbinamento tra le parole «massacratori» e «civili», che produce «l’evidente effetto di accostare l’atto di guerra compiuto dai partigiani all’eccidio di connazionali inermi».
Ultimo aggiornamento ( martedì 04 agosto 2009 )
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Lipari 1929: la fuga di Rosselli, Lussu e Nitti. Quell’assolata Siberia del duce
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sabato 01 agosto 2009

Colombo Arturo, Lipari 1929: la fuga di Rosselli, Lussu e Nitti. Quell’assolata Siberia del duce, in «Corriere della Sera», 23 luglio 2009, p. 37.

 

 

 

Lipari 1929: sono passati ottant’anni esatti da quella notte fra il 27 e il 28 luglio, quando si compie la beffa forse più clamorosa subita dal regime fascista, avviato ormai verso quelli che Renzo De Felice chiamerà «gli anni del consenso». Allora Lipari non era solo la maggiore delle isole Eolie, era «la Siberia di Mussolini nel Mediterraneo» (come l’avrebbe definita la berlinese «Vossische Zeitung»), dove finivano «confinati» molti degli oppositori, fra i quali il giovane Carlo Rosselli, lì costretto dal dicembre del 1927, dopo mesi trascorsi nel «freddo e umido» carcere di Savona per aver contribuito all’espatrio clandestino di Filippo Turati. L’idea di fuggire dal confino (che lo stesso Rosselli considerava «una grande cella senza muri, tutta cielo e mare» e dove a funzionare da muri c’erano solo «pattuglie di militi; muri di carne e ossa, non di calce e pietra»), era nata subito, con la certezza di godere della «complicità dall’esterno», perché a darsi da fare - insieme a Gaetano Salvemini - era soprattutto Alberto Tarchiani, ex redattore capo del «Corriere» ai tempi di Albertini, rifugiatosi a Parigi per sfuggire anche lui a rischi persecutori da parte fascista.
Ultimo aggiornamento ( lunedì 03 agosto 2009 )
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