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domenica 19 luglio 2009 |
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Messina Dino, La Verità su Cefalonia non si scrive in Tribunale, in «Corriere della Sera», 7 marzo 2009, p. 41. 
Giovanni Fasanella racconta su Panorama una delle pagine più dolorose della Seconda guerra mondiale: la strage di Cefalonia. Era il 24 settembre 1943 e il maggiore della Wehrmacht Reinhold Klebe chiese al comandante della divisione Acqui se voleva essere bendato. Il generale Antonio Gandin, dritto sulla gambe, rispose di no e affrontò il plotone di esecuzione. «Klebe - scrive Fasanella - sfilò il foglio con la sentenza di morte dal risvolto della manica della giacca, e la lesse in tedesco. Poi si rivolse secco e perentorio all’ufficiale che gli stava accanto: adempia ai suoi doveri d’ufficio». Il sottotenente dei cacciatori della Alpi Ottmar Leonhard Mulhauser comandò a più riprese il plotone di esecuzione e poi si sentì male, chiedendo di essere sostituito. In questi giorni, a quasi 90 anni, l’ex sottufficiale della Wehrmacht è stato raggiunto a Dillingen, in Germania, da un rinvio a giudizio firmato da Gioacchino Tornatore, pm del Tribunale militare di Roma. Il giornalista di Panorama, leggendo in esclusiva gli atti istruttori, ripercorre la tragedia: migliaia di soldati furono uccisi dopo che si erano arresi, in parte fucilati, altri affogati in mare. Un crimine di guerra su cui è doveroso tornare ogni qual volta c’è un elemento nuovo, come in questo caso. |
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Ultimo aggiornamento ( lunedì 27 luglio 2009 )
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domenica 19 luglio 2009 |
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Battista Pierluigi, La denuncia. Due studiose hanno ricostruito le colpe dei professori favoriti dal fascismo e il disinteresse dello Stato democratico. Leggi razziali, doppia vergogna. Ecco chi sfruttò le epurazioni. Espulsi gli ebrei, nel dopoguerra le cattedre non furono «restituite», in «Corriere della Sera», 5 giugno 2009, p. 48. 
Con l’estromissione degli ebrei a seguito delle leggi razziali del ‘38, l’università italiana ha conosciuto una doppia vergogna. Una, quella più nota anche se con attenzione tardiva, è l’espulsione nell’Italia fascista (ma il bilancio della «dispensa di servizio» è ancora impreciso) di «96 professori ebrei ordinari e straordinari, 141 professori incaricati, 207 liberi docenti e 4 lettori allontanati dalle università, cui si andavano ad affiancare i 727 studiosi ebrei espulsi dalle accademie e dalle numerose istituzioni culturali del Paese». L’altra, ancora coperta da un velo di reticenza o addirittura di imbarazzata omertà, riguarda non l’Italia fascista ma quella democratica che ostacolò il rientro nei ranghi accademici degli ebrei perseguitati. È la «doppia epurazione» di cui scrivono Francesca Pelini e Ilaria Pavan. «La lacerazione prodotta dalla persecuzione antisemita nel dopoguerra non si rimarginò», si legge nel loro libro. Oggi questa doppia lacerazione viene finalmente affrontata senza remore, suscitando molti interrogativi sulla nostra capacità di fare finalmente i conti con il passato. Il libro è firmato da due autrici che però non ne sono le coautrici in senso stretto. La prima è Francesca Pelini, una giovane e valente studiosa di Pisa che ha perso la vita nel 2005 (lo racconta nella commossa prefazione Paolo Pezzino). L’altra è Ilaria Pavan, che ha ripreso la tesi di laurea dell’amica scomparsa, l’ha ritoccata per darne una veste adatta alla pubblicazione e ha aggiunto una postfazione in cui riassume il senso non solo storiografico del lavoro della Pelini. Ambedue prendono però le mosse dall’epurazione antiebraica nell’ateneo pisano. Ricostruiscono i profili dei docenti di Pisa costretti ad emigrare, o ad adattarsi a lavori dequalificati, o a cadere nella disperazione della disoccupazione. Storie terribili eppure tragicamente simili a quelle dei tanti professori italiani (conosciute soprattutto grazie ai lavori di Roberto Finzi) che persero cattedre, lavoro, paternità di libri, «sebbene l’esatta dimensione della ferita inferta all’accademia italiana dalle leggi razziali appare ancora oggi lontana». |
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Ultimo aggiornamento ( sabato 25 luglio 2009 )
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domenica 19 luglio 2009 |
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Dino Messina, Fascisti della prima ora in marcia per arricchirsi, in «Corriere della Sera», 30 giugno 2009, p. 36. 
Si chiama «Inchiostri» la nuova agile collana di Mursia, che ripesca testi d’archivio. Si comincia con Gli arricchiti all’ombra di Palazzo Venezia, puntuale inchiesta sulla corruzione sotto il fascismo condotta nel 1979 da una firma competente e brillante, Silvio Bertoldi. Si continua con Da Milano a Dongo - L’ultimo viaggio di Mussolini scritta nel 1965 da Paolo Monelli. I due testi furono pubblicati da «Storia illustrata». In particolare l’inchiesta di Bertoldi, corredata da un’intervista all’autore e da un’introduzione di Beppe Benvenuto, curatore della collana, è il ritratto del totalitarismo all’italiana: dalle ville sontuose di Dino Grandi alle fortune accumulate da Costanzo Ciano ed ereditate dal figlio Galeazzo. |
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Ultimo aggiornamento ( giovedì 23 luglio 2009 )
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