
| Che cosa unisce e cosa divide il New Deal e il fascismo |
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| Scritto da Redazione | |
| domenica 23 gennaio 2011 | |
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Romano Sergio, Che cosa unisce e cosa divide il New Deal e il fascismo, in «Corriere della Sera», 14 novembre 2010, p. 29. Nella parte conclusiva di una risposta sulle vicende di due trozkisti italiani lei accenna al New Deal americano e a Mussolini che avrebbe salutato gli americani come «cugini». Per grandi linee, che cosa fu il New Deal americano e perché Mussolini si espresse in quei termini? M. Russo Caro Russo, La parola «cugini» è mia e non fu mai usata da Mussolini. Ma è certamente vero che il capo del fascismo fu molto interessato dal New Deal e vide nella politica di Roosevelt una sorta di affinità con la politica economica che il governo italiano stava perseguendo soprattutto dopo l’arrivo in Europa dei devastanti effetti provocati dalla crisi del 1929. Quando Giulio Einaudi nel 1933 fondò la sua casa editrice e pubblicò nei mesi seguenti due libri di Henry Wallace, ministro dell’Agricoltura nell’amministrazione del presidente Roosevelt, il Popolo d’Italia pubblicò una recensione anonima (ma certamente scritta da Mussolini) in cui l’esperimento americano era descritto con grande simpatia e considerato per certi aspetti pre-fascista. L’autore dell’articolo non aveva torto. A Washington, fra i consiglieri di Roosevelt, vi erano economisti che avevano studiato attentamente il piano di Alberto Beneduce per il salvataggio delle banche, la creazione dell’Iri, i progetti fascisti per una economia corporativa. In un articolo apparso sulle pagine di Repubblica nel settembre del 2010, Lucio Villari ha parlato di una lettera manoscritta che Mussolini inviò a Roosevelt il 24 aprile 1933 e della missione che un collaboratore del presidente americano, Rexford Tugwell, fece a Roma per incontrare il capo del governo italiano nell’ottobre 1934. Erano anni durante i quali molti si chiedevano se il crac del 1929 non avesse annunciato le prossime esequie del capitalismo morente. Occorreva correre ai ripari e cercare formule che conciliassero il diritto di proprietà con quello dei lavoratori, il ruolo degli imprenditori e quello dei sindacati. Il risultato americano di queste riflessioni fu una legge approvata nel giugno del 1933 (il National Industrial Recovery Act) in cui Mussolini poteva legittimamente intravedere il riflesso di quella «economia dei produttori» a cui i «corporativisti» del regime stavano lavorando da molto tempo. Il Nira sospendeva di fatto il principio liberista della concorrenza, autorizzava la creazione di cartelli fra industrie di uno stesso settore, delegava al sindacato maggioritario di un’azienda il diritto di negoziare il contratto di lavoro per tutti i dipendenti, stabiliva che il prezzo di alcune materie prime potesse venire regolato d’autorità, prevedeva la redazione di codici del lavoro a cui tutti avrebbero dovuto conformarsi. Come nel sistema italiano, anche negli Stati Uniti, quindi, industrie e sindacati erano destinati a prendere posto insieme in un’area pubblica di cui il potere esecutivo sarebbe stato in ultima analisi l’arbitro e il regolatore. Fu proprio questo aspetto della legge che suscitò le riserve dei giudici della Corte suprema. Nel maggio 1935 la Corte decretò che l’esecutivo si era appropriato di alcune prerogative del potere legislativo e che una parte della legge era anticostituzionale. Fu chiaro in quel momento che gli Stati Uniti erano pronti a riformare il loro capitalismo, ma soltanto nell’ambito di un sistema democratico di pesi e contrappesi. Da questo momento l’Italia e l’America presero, non solo economicamente, strade diverse. |
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| Ultimo aggiornamento ( venerdì 28 gennaio 2011 ) |
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