Mussolini nella trappola dell’Asse
Scritto da Redazione   
domenica 19 giugno 2011

L’allievo (Adolf Hitler) aveva di gran lunga superato il maestro (Benito Mussolini). I fatti lo dimostravano ogni giorno di più. E il maestro ne soffriva terribilmente. Lo racconta per filo e per segno il secondo volume dei diari di Claretta Petacci, intitolato Verso il disastro e curato da Mimmo Franzinelli (Rizzoli), che copre il biennio 1939-40. Un periodo decisivo, in cui il mondo precipita nel conflitto mondiale, scoppiato a settembre del 1939, e l’Italia rimane neutrale fino al 10 giugno 1940, quando si schiera al fianco del Terzo Reich. La fase più interessante da seguire è appunto quella tra l’inizio della guerra e l’intervento, circa nove mesi, che il Duce, a quanto risulta dalle febbrili annotazioni della sua amante, trascorre in uno stato d’angoscia, tra oscillazioni continue, assistendo all’incendio che il suo alleato tedesco ha appiccato in Europa. Claretta registra, con meticolosità da grafomane (nel volume si trovano solo i passi più significativi della sua produzione fluviale), i mutamenti d’opinione di un Benito molto incerto sul da farsi. Quando si aggrava la crisi di Danzica, Mussolini giunge alla conclusione che i britannici si tireranno indietro: «I tedeschi - esclama il 21 agosto 1939 - sono fortunati, si trovano sempre di fronte dei cretini o dei vili o degli esaltati». Ma sbaglia. Londra e Parigi vanno fino in fondo.

A guerra scoppiata, il 10 settembre, il capo del fascismo osserva invece che «Hitler poteva aspettare» e, nonostante il Patto d’acciaio con la Germania, si colloca in una posizione duramente ostile ai tedeschi quanto ai britannici: «Si strozzassero, almeno: vorrei che si distruggessero, si dilaniassero e poi, quando si fossero bene bene bastonati fino a essere esausti, arriverei io a dare la pugnalata alla schiena all’uno e all’altro». Al momento, pare soddisfatto della non belligeranza italiana: «Noi siamo a posto e saremo neutrali fintantoché sarà possibile», dice all’amante. In realtà Mussolini si rende conto che la neutralità è una posizione debole e incoerente per chi, come lui, ha tanto a lungo invocato la prova delle armi. E certo lo colpisce la rapida liquidazione della Polonia da parte dei nazisti. Confida a Claretta il 16 ottobre 1939 che «a lungo andare la situazione del neutrale diviene insostenibile», per concludere che «a un certo momento si dovrà intervenire, perché poi il destino picchia alla finestra». Il cruccio del Duce è il suo stesso popolo, ben lieto di rimanere fuori della mischia. Per questo lo accusa a più riprese di viltà: «Il giorno che io sarò morto - prevede il 12 novembre 1939 - gli italiani si faranno un sorriso di gioia; forse di gioia no, ma di soddisfazione sì. (...) Respireranno e si faranno portare via l’Impero, sì: non lo sapranno difendere. Non hanno l’orgoglio di ciò che è stato fatto, non sentono la grandezza di ciò: nulla!». Ancora più rabbiosa la sua invettiva dell’11 aprile 1940: «Odio questa marmaglia di italiani! Mentre lassù si fracassano, qui si vive di timore e di serenità! Questa serenità dagli italiani tanto decantata comincia a farmi schifo... Ho potuto misurare la temperatura di questo popolo da otto mesi, ne ho contato i battiti e devo dire che fanno schifo. Sono vigliacchi e deboli, hanno paura: questi porci borghesi che tremano per la loro pancia e il loro letto! Vedo con avvilimento e delusione che non ce l’ho fatta a trasformare questo popolo in gente di mordente e di coraggio!». Intanto la guerra va avanti. Finché il fronte occidentale rimane immobile, Mussolini si mostra molto critico verso l’alleato tedesco: «Hitler ha sbagliato, ha commesso dei gravi errori: o arriva a Parigi, o va in esilio», sostiene il 20 ottobre 1939. Anzi un mese e mezzo dopo, il 6 dicembre, si scaglia contro i crimini perpetrati dai nazisti in Polonia: «Sapessi - esclama - quello che fanno i tedeschi! Le atrocità che commettono, le crudeltà di cui sono complici, è un orrore: bestie, bestie!! Si rivelano quel che sono». Nel maggio 1940 l’esercito tedesco lancia però l’offensiva destinata a travolgere la Francia. E le confidenze del Duce a Claretta cambiano registro: «Approvo in pieno la condotta della Germania! Quando un popolo di 85 milioni di anime viene strangolato e affamato, ha il diritto e il dovere di difendersi e con tutta la violenza necessaria», afferma il 14 maggio. Segue fatalmente l’entrata in guerra, che Mussolini preannuncia all’amante il 2 giugno 1940: «Non illudiamoci: il momento è giunto; tutto dipende da me. La responsabilità è mia. Una strage, lo so, ma è questo il destino delle nazioni che pretendono di essere potenze». Claretta raccoglie ogni suo sfogo: le rampogne private, i timori esistenziali, le lamentazioni e le coccole. È un Mussolini senza filtri, indubbiamente esasperato, quello che emerge da queste pagine. Ma suona autentico. Umano nelle lamentele come nel narcisismo, nell’amore come nell’ira, nella paura della vecchiaia e della morte. Soprattutto appare intrappolato nel meccanismo dell’Asse con il Terzo Reich, che lui stesso ha messo in moto e al quale non è più in grado di sottrarsi. Ammira Hitler, ne diffida e lo teme. Sentimenti ambigui che lo portano alla rovina.

---- Carioti Antonio, Mussolini nella trappola dell’Asse. Diceva a Claretta: «I tedeschi sono bestie e gli italiani vigliacchi» Oscillazioni Claretta registra, con meticolosità da grafomane, i mutamenti d’opinione di un Benito incerto sul da farsi, inizialmente ostile anche ai nazisti, in «Corriere della Sera», 8 maggio 2011, p. 36.
Ultimo aggiornamento ( venerd́ 15 luglio 2011 )