Gli archivi «gruviera»
Scritto da Redazione   
lunedě 28 aprile 2008

Piero Craveri, Gli archivi «gruviera», in «Il Sole 24 Ore», 27 aprile 2008, p. 34.

 

 

La nuova legge sul «segre­to di Stato» introduce una disciplina assai blan­da (un vincolo di 15 anni, per mo­tivate ragioni rinnovabile). Più severo invero l'articolo 122 del Codice dei beni culturali che prevede 50 anni per la consulta­zione di documenti ritenuti "ri­servati", in quanto «relativi alla politica estera o interna dello Stato» (i dati sensibili, cioè rela­tivi a persone, sono poi di 40 an­ni e arrivano a 70 per la salute, vita sessuale e familiare). Ter­mini derogabili con il parere di una commissione istituita pres­so il ministero dell'Interno. La discrasia tra le due normative è evidente e c'è chi parla di ren­derle omogenee. L'Italia diver­rebbe apparentemente il Pae­se più liberale del mondo quan­to ai segreti di Stato, non a ca­so è il Paese di Pulcinella.

 

Nel frattempo gli interrogati­vi restano. Ad esempio per le carte Moro il sottosegretario Mi­cheli ha annunziato una diretti­va ad hoc per il 9 maggio, data dell'assassinio dello statista democristiano, ma sembra tenten­nare. Si sono conservate carte di intelligence presso le Commis­sioni parlamentari, sulle quali le pressioni per tenerle coperte debbono essere molte, e l'Archi­vio del Senato, che ha fatto un ot­timo lavoro di classificazione e si appresterebbe a metterle online per quella data, fino a ieri sembrava non sapere che fare. A scorrere la legge, l'impressio­ne è che essa regoli in materia di «segreto» il rapporto tra la magi­stratura (che non va in archivio, ma ha il potere di chiedere diret­tamente alle amministrazioni) e gli altri organi dello Stato. Che ci siano studiosi, giornalisti, più in generale cittadini che voglia­no sapere, questa è l'ultima del­le preoccupazioni. Si legge, a in­troduzione del piano decennale varato nel 1996 dai National Archives (Nara) di Washington, che «essi consentono ai cittadi­ni di ispezionare ciò che il Go­verno ha fatto; ai pubblici funzionari e alle agenzie di riesami­nare le loro azioni, aiuta i cittadi­ni a controllare la loro trasparen­za... La Nara assicura al cittadi­no, al funzionario pubblico, al Presidente, al Congresso e alle Corti il rapido accesso alle pro­ve essenziali». Questo principio (di eguaglianza), senza il quale una democrazia manca di un essenziale presupposto, è presso­ché assente nel comportamento della nostra classe politica e burocrazia di Stato. Il problema principale non è la disciplina del segreto sui documenti che tutti i Paesi contemplano. In Italia gli archivi materialmente non cu­stodiscono quello che dovrebbe­ro, perché le amministrazioni versano le carte solo parzial­mente, se non per niente, e quan­do le versano non sono in condi­zioni di essere subito consulta­te, ma trattate come cartaccia.

Fino al fascismo, e ancora per i primi anni della Repubblica non è stato così. Il fascismo, ad esempio, secretava ma conser­vava. Dopo il 1953 è un vero disa­stro. Anche l'archivio del ministero degli Esteri è una gruiviera, tanto che, se si vuole dare una te­si di dottorato bisogna andare a Parigi, Londra, Washington. L'Archivio centrale dello Stato ha un servizio per il pubblico ot­timo, peccato che le amministra­zioni, segnatamente gli Interni ma anche altre, hanno versato assai poco. Per la presidenza del Consiglio nel 2004 il Governo deliberò di costituire un archi­vio a parte, direttiva ora soppres­sa, che invero era una menomazione funzionale dell'Archivio centrale dello Stato. Il fatto posi­tivo fu che si incominciò a lavo­rare a depositi, spesso umidi e di­sadatti, classificando documen­ti, alcuni dei quali risalgono al pruno governo Bonomi, prova dei buchi enormi dell'Archivio, di Stato. Non parliamo delle car­te dei servizi di intelligence. Ne­gli Stati Uniti, ad esempio, que­sti servizi, come altre ammini­strazioni, versano parte dei loro documenti, conia clausola "clas­sificati", cioè non consumabili. Periodicamente poi procedono alla declassificazione di parte di essi. È un esercizio del segreto di Stato di cui le amministrazio­ni sono costantemente respon­sabili. Qui da noi tutto è semplificato e i servizi, nonché le ammi­nistrazioni centrali, sono archi­visticamente off limit. Donde il problema di Camera e Senato, che custodiscono documenti delle Commissioni parlamenta­ri di questa origine. La questio­ne è che in Italia esistono gli ar­chivi, ma non viene esercitata la funzione archivistica dello Sta­to, che a riguardo si è trasforma­to nella «caverna di Ali Babà».

Ultimo aggiornamento ( domenica 11 gennaio 2009 )