La Russia di Kerenskij: le delusioni di Mussolini
Scritto da Redazione   
mercoledý 24 dicembre 2008

Sergio Romano, La Russia di Kerenskij: le delusioni di Mussolini, in «Corriere della Sera», 24 novembre 2008, p. 29.

 

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Non senza un certo stupore, ho avuto modo di imbattermi nella seguente frase, contenuta in un articolo scritto da Benito Mussolini sul Popolo d’Italia del 5 luglio 1917: «Io saluto con ammirazione devota e commossa le bandiere vermiglie che dopo aver sventolato una prima volta nelle strade e nelle piazze di Pietrogrado in un pallido nevoso mattino di primavera sono diventate oggi l’insegna dei reggimenti che il 1° luglio sono andati all’assalto delle linee austro-tedesche in Galizia e le hanno espugnate». Le domando: Benito Mussolini, chi era costui? Rodolfo Ranzani Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Caro Ranzani,

 

Mussolini scrisse sul Popolo d’Italia ciò che tutti i governi alleati proclamarono nelle loro dichiarazioni e nei loro comunicati durante le giornate cruciali tra la fine di giugno e i primi di luglio. Per spiegare le ragioni di quell’entusiasmo devo tuttavia fare un passo indietro e ricordare ai lettori ciò che era accaduto in Russia nei mesi precedenti. La crisi dell’impero zarista scoppiò nella seconda settimana di marzo (la fine di febbraio secondo il calendario giuliano). Quando gli operai scioperarono e la folla di Pietrogrado scese nelle piazze per protestare contro la guerra e la fame, il governo fece ciò che era solito fare in tali circostanze: dette ordine all’esercito di sciogliere con la forza le manifestazioni e i comizi. Ma le truppe si ammutinarono. Un decreto imperiale ordinò la dissoluzione della Duma, ma i deputati disubbidirono e restarono ai loro posti. Fu costituito un nuovo governo presieduto dal principe Lvov e composto dai rappresentanti dei maggiori partiti fra cui un socialista, Aleksandr Kerenskij. Il 15 marzo lo zar Nicola II abdicò a favore del fratello Michele, ma anche questi, il giorno dopo, rinunciò al trono. Bastò una settimana perché i Romanov (una dinastia che nel 1913 aveva celebrato il trecentesimo anniversario del suo avvento al trono di Russia) uscissero di scena.

In attesa delle elezioni per un’Assemblea costituente, il governo provvisorio prese alcune decisioni rivoluzionarie. Promise di garantire il rispetto delle libertà civili e l’eguaglianza dei cittadini, senza distinzioni di razza o confessione religiosa. Promise l’indipendenza alla Finlandia nell’ambito di una Federazione russa. Proclamò la completa indipendenza della Polonia. Dette l’autonomia all’Estonia. Annunciò un programma di riforme sociali, la confisca delle proprietà terriere appartenenti al demanio imperiale e alla Chiesa, la distribuzione della terra ai contadini. E decise infine di proseguire la guerra per cacciare gli austriaci e i tedeschi dalle terre russe che gli Imperi centrali avevano occupato nei mesi precedenti. Voluta dal socialista Kerenskij e dal generale Aleksej Brusilov, l’offensiva cominciò alla metà di giugno e dette nella sua fase iniziale buoni risultati. Gli Alleati occidentali salutarono questi eventi con grande soddisfazione. Credettero per alcune settimane che la rivoluzione di marzo li avrebbe finalmente sbarazzati dell’ingombrante presenza nel loro campo di un regime autocratico e reazionario che incrinava la loro credibilità democratica. E sperarono soprattutto che i russi, finalmente liberi, avrebbero combattuto il nemico comune con lo stesso vigore con cui i francesi avevano sconfitto a Valmy nel 1792 le forze coalizzate dell’Europa monarchica e conservatrice. A Mussolini, in particolare, dovette piacere che l’ispiratore di questa politica a Pietrogrado fosse il socialista Kerenskij.

Le speranze vennero rapidamente deluse. Gli ardori dell’offensiva si spensero in pochi giorni e le truppe cominciarono ad ammutinarsi o, peggio, a uccidere i loro ufficiali. In patria, dopo essere diventato presidente del Consiglio, Kerenskij dovette combattere contro molti nemici. Il Soviet di Pietrogrado, diretto da Lev Trockij, stava estendendo il suo potere sulla capitale. Lenin e i suoi compagni, ritornati dall’esilio grazie all’aiuto dei tedeschi, aspettavano l’occasione per dare al governo una spallata rivoluzionaria. Il comandante in capo delle forze armate, Lavr Kornilov, cercava di impadronirsi della capitale con le sue truppe. Le spinte secessioniste delle minoranze nazionali minacciavano l’unità dello Stato. Molti ministri dissentivano dalla linea socialista che Kerenskij aveva impresso al governo. La protesta sociale stava contagiando l’intero Paese. Fu la somma di queste difficoltà che aprì la strada ai bolscevichi. Quando le guardie rosse conquistarono il palazzo d’Inverno fu chiaro che la rivoluzione di primavera (quella che piaceva a Mussolini) era stata soltanto il preludio della rivoluzione d’Ottobre.

Ultimo aggiornamento ( lunedý 12 gennaio 2009 )