I reduci italiani del secondo dopoguerra
Scritto da Redazione   
marted́ 09 ottobre 2007
Agostino Bistarelli,
La storia del ritorno.
I reduci italiani del secondo dopoguerra, 
Bollati Boringhieri, Torino 2007, pp. 269. 
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Marco Unia,
Intervista.
Lo sbando dei soldati italiani,
la «guerra civile»
e la questione dei reduci:
parla lo storico Agostino Bistarelli.
«Uno stato di abbandono che venne superato
grazie all' azione della Chiesa».
L'operato di Montini e De Gasperi
L’8 settembre e la patria senza ethos, 
in «Avvenire», 19 settembre 2007, p. 30.
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«Quanno’io tornaie a’ll’ata guerra, chi me chiam­mava 'a ccà, chi me chiammava 'a llà... Ma mo pecchè nun ne vonno sèntere parlà?». Il senso di smarrimento e di i­solamento sociale manifestato da Gen­naro, protagonista della commedia «Napoli milionaria» di Edoardo De Fi­lippo, non fu un caso isolato nell'Italia del secondo dopoguerra: molti tra i 5 milioni di reduci, tra soldati mobilita­ti e protagonisti della  “guerra civile”, si sentirono infatti abbandonati alloro destino e furono vittime di forme più o meno gravi di disadattamento. Lo studioso Agostino Bistarelli, autore del volume La storia del ritorno (Bollati Bo­ringhieri), fornisce le prove documen­tali del fenomeno e chiarisce le cause di quest' incredibile abbandono socia­le, che vide la Chiesa impegnata in pri­ma linea a sostegno dei reduci.
Professor Bistarelli, il primo problema sembra essere quello dell'identificazio­ne: in una guerra totale si può ancora di­stinguere tra civili e militari, o tutti so­no dei reduci?
«Rispetto alla guerra precedente, la figura del reduce è indubbiamente più frammentata. Rientra ad esempio nel­la categoria chi ha combattuto nell'e­sercito regolare fino al 1943, ma anche i civili che hanno compiuto l'esperien­za partigiana, i militanti nella Repub­blica Sociale Italia, gli internati di guer­ra nei campi di prigionia tedesca, sia 9uellireclusi per motivi razziali sia quel­li reclusi per motivi politici. Oltre che frammentata, l'esperienza del reduce è inoltre polisemica: in molti hanno com­battuto nell'esercito regolare fino all'8 settembre e poi sono divenuti partigia­ni, altri hanno collaborato con i tede­schi. Si tratta di un quadro molto com­plesso e dinamico».
Perché fino ad oggi sono mancati studi che affrontassero il problema dei reduci nel suo insieme, considerando che sono trascorsi sessant'anni dalla fine della guerra?
«Ricordare ciò che si è stati e cosa si è fat­to significa assumersi la responsabilità dei propri gesti. Nel dopoguerra l' obiet­tivo della classe politica e della società ci­vile era piuttosto quello di rimuovere il passato. Il reduce, m quanto tale, era un ricordo del passato che doveva essere di­menticato, soprattutto se si voleva con­servare il mito dei militari italiani "brava gente", che si diffuse dopo la guerra. Contro l'esigenza di una ricostruzione accu­rata della vicenda dei reduci c'era anche l'imbarazzo politico comune ai diversi schieramenti: ricordare i prigionieri de­gli alleati era imbarazzante per una par­te politica quanto lo era è per la destra ri­cordare i prigionieri dei tedeschi. Non tra­scurerei neppure la preoccupazione di conservare il mito palingenetico della Re­sistenza, che veniva posto come mo­mento di svolta della nazione: i reduci e­rano i testimoni di una storia fatta più di chiaroscuri, per cui si poteva prima essere stati buoni soldati de1 regime e in segui­to resistenti».
Una certa ritrosia nello scrivere questa storia l'avrà anche avutail carattere ge­neticamente di destra dei reduci?
«Questo è il più grave errore interpreta­tivo in cui si possa incorrere analizzan­do la storia del fenomeno. Il reduce non è costituzionalmente un uomo di de­stra, anche se i partiti e le forze sociali del secondo dopoguerra utilizzarono sot­terraneamente questa categoria interpretativa.
Queste forze politiche e sociali avevano probabilmente paura del riformarsi di un combattentismo di destra, simile a quello che aveva imperversato in Italia nel primo dopoguerra. ..
«La paura era effettivamente quella. Ma m questo caso da un errore di valutazione ne discendevano a pioggia altri. il primo luogo infatti il combat­tentismo del primo dopoguerra non era stato fascista».
Eppure Mussolini si era presentato dal re nel 1922 come il rappresentante dell'Italia di Vittorio Veneto e i fascisti ri­vendicavano la loro partecipazione alla prima guerra…
«Il fascismo si presentò in effetti come espressione del mondo combattente e come erede dell' esperienza di guerra. Ma il piano della memoria è diverso da quello della storia. L' autorappresenta­zione fascista non era veritiera, ma la sua forza propagandistica incise anche sui partiti antifascisti del dopoguerra. Sconfitto dalla storia, il fascismo resi­steva su un piano culturale. In realtà il combattentismo del primo dopoguer­ra era stato nella sua maggioranza e­spressione di una concezione demo­cratica dello Stato».
Da un punto di vista socio-assisten­ziale i partiti di governo seppero of­frire un aiuto ai reduci per reinserirsi nella società?
«La varietà di tipologie di reduci pro­dotte dal secondo conflitto mondiale e dall'esito che ebbe in Italia rese in­dubbiamente difficile l'adozione di u­na normativa unitaria. A questo pro­blema si deve aggiungere la concor­renza che si sviluppò tra istituzioni ci­vili e militari, con la moltiplicazione degli uffici preposti e il sovrapporsi del­le competenze».
E quale fu il ruolo della Chiesa nel cam­po dell'assistenza?
«La Chiesa ebbe un atteggiamento lun­gimirante verso i reduci. Una visione strategica e morale molto coerente. I do­cumenti di Montini sulla questione dei reduci indicano una visione politica de­cisamente più avanzata anche rispetto alle posizioni espresse da un prestigio­so esponente del mondo politico catto­lico come De Gasperi».
Resta un'ultima questione da affronta­re: le associazioni dei reduci, che si moltiplicarono nel paese, seppero aiutare a­deguatamente i loro iscritti?
«Per quanto riguarda la tutela degli in­teressi degli iscritti si mossero bene e seppero anche creare un senso di ap­partenenza tra gli iscritti. Furono in­vece meno pronti nel conquistarsi u­no spazio di rappresentanza politica. Più che costituirsi come forza autonoma, la scelta delle associazioni fu quella di legarsi alle forze politiche, cercando di ottenere in cambio bene­fici per i propri iscritti».


Bistarelli
Ultimo aggiornamento ( marted́ 09 ottobre 2007 )