Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
12 agosto 2009, Salò, proiezione del documentario “Donne bresciane al lavoro durante il fascismo” PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
sabato 08 agosto 2009

12 agosto 2009

ore 21

lungolago Salò

 

proiezione del documentario:

 

“Donne bresciane al lavoro durante il fascismo”

 

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Fasciste su misura

Donna-crisi e donna-madre, le due varianti mussoliniane dell’emancipazione femminile

 

Elena Pala

 

«La donna operaia e lavoratrice in genere interseca oltre la disoccupazione anche la questione demografica. Il lavoro, ove non è diretto impedimento, distrae dalla generazione, fomenta una indipendenza e conseguenti mode fisiche e morali contrarie al parto. […] L’esodo delle donne dal campo del lavoro avrebbe senza dubbio una ripercussione economica su molte famiglie, ma una legione di uomini solleverebbe la fronte umiliata e un numero centuplicato di famiglie nuove entrerebbe di colpo nella vita nazionale. Bisogna convincersi che lo stesso lavoro che causa nella donna la perdita degli attributi generativi porta nell’uomo una fortissima virilità fisica e morale»

 

[Benito Mussolini, Macchina e donna, in «Il Popolo d’Italia», 31 agosto 1934]  

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Macchina e donna titola il «Il Popolo d’Italia» il 31 agosto 1934: titolo che è un programma. Esso infatti indica una polarità che bene esprime l’incompatibilità nell’ideologia fascista della sfera produttiva con la sfera familiare, del mondo del lavoro e con il regno dei sentimenti.

Che siano piccole, giovani o donne, poco importa. La preoccupazione del fascismo è sempre la stessa: «formare e creare la futura madre delle nuove generazioni, perfetta come donna di casa non solo nelle sue virtù materiali e casalinghe, ma anche nello spirito profondamente fascista». Una donna, quindi, che non lavora, perché il lavoro «distoglie e disgusta dalle occupazioni famigliari, inasprisce la tendenza ai godimenti immediati, porta a considerare la gravidanza come il più grave dei danni, spinge il capofamiglia alla riduzione del proprio lavoro, attenua nelle famiglie i vincoli affettivi e morali, porta i figli e le figlie a una precoce indipendenza ricca di pericoli e di danni, porta a mutamenti dell’istinto sessuale e favorisce pericolose tendenze psichiche degli intersessuali e di chi vi inclina e forse anche di chi non vi inclinerebbe».

È l’immagine della «donna-madre, patriottica, rurale, florida, forte, tranquilla e prolifica», cara al fascismo, che si oppone a quella offerta dalle pagine patinate dei rotocalchi femminili del tempo, quali «Cordelia», «Grazia» o «Lei-Annabella». Qui trova spazio la «donna-crisi», «cosmopolita, urbana, magra, isterica, decadente e sterile». Una donna che certo non offre risposte rassicuranti alla sfida con cui devono fare i conti i governi occidentali, compreso quello italiano: la crisi demografica.

Il «potere sulla vita» – secondo la nota definizione di Michel Foucault – è esercitato dal regime attraverso politiche volte innanzitutto a favorire le nascite. Dalla proibizione dell’aborto, dell’uso degli anticoncezionali e di qualsiasi forma di educazione sessuale, all’istituzione nel 1927 dell’OMNI, l’Opera nazionale per la maternità ed infanzia. Dalla «Giornata della madre e del fanciullo» decretata nel 1933, celebrazione che ricompensa con il pubblico riconoscimento i costi sostenuti dalle famiglie numerose che il regime è incapace di eliminare, alla «Giornata della madre di famiglia numerosa da premiare con speciale medaglia d’oro al merito», stabilita il 13 marzo 1942 per il 3 marzo di ogni anno, ma di fatto mai celebrata. Mussolini si prodiga in tutti i modi per dare seguito ai suoi enunciati in materia di potenziamento demografico e di creazione della «famiglia fascista». Famiglia che mette comunque sia all’interno delle mura domestiche, che sul posto di lavoro nonché sul proscenio pubblico, il ruolo dominante del maschio.

Per quanti sforzi finanziari e battage propagandistici profonda il regime, la popolazione comunque non aumenta. Anzi diminuisce. Nel 1934 si scende ad una natalità del 23,4 per mille, ben 4 punti al di sotto del dato statistico registrato nel 1927 (27,5 per mille). Viene intensificata pertanto la campagna demografica che si sposa ben presto con la propaganda imperialista: «L’Italia, per contare qualche cosa, deve affacciarsi sulla soglia della seconda metà di questo secolo, con una popolazione non inferiore ai sessanta milioni di abitanti. […] Se si diminuisce, signori, non si fa l’impero, si diventa una colonia», sentenzia Mussolini nel «discorso dell’Ascensione» del 1927.

La «battaglia demografica» va di pari passo con l’altra grande battaglia propagandistica del regime, la ruralizzazione. Si esaltano le «sane e robuste forze della campagna» di contro alla denigrazione della città, corrotta e corruttrice. Si celebra la «massaia rurale», preziosa custode di «sane» tradizioni, dei valori della famiglia, della prolificità, del lavoro duro e del sacrificio. Essa è «tre, cinque, dieci volte mamma, […] poco elegante, non troppo bella, di corporatura normale, non accurata». È la «donna anticrisi» per eccellenza, i cui canoni estetici sono definiti dall’Ente Autonomo per la Mostra Permanente Nazionale della Moda di Torino. «L’eleganza è nettamente sfavorevole alla fecondità – scrive lo statistico Carlo Alberto Grillenzoni in uno studio presentato al Congresso delle Scienze demografiche nel 1931 – e leggerissimamente sfavorevole alla precocità del matrimonio. […] Donne rimaste belle a quarant’anni hanno solo uno o due ragazzi in casa. Quindi egoiste e sterili. […] Perfino le donne giovani che coltivano la vanità di curare il proprio corpo, forse per uso di accorgimenti ginnici o creme, perdono il dono della fertilità».

Il tasso di natalità continua a diminuire. Quel che aumenta è, invece, la disoccupazione, in stretta connessione con la Grande Crisi del ’29 e con la profonda trasformazione dell’organizzazione del lavoro industriale contrassegnato dal passaggio dalla manifattura alla fabbrica moderna. Nel corso di questo processo di rafforzamento e di razionalizzazione della struttura industriale larghe masse operaie sono espulse dal mercato del lavoro, che ricorre sempre meno specialmente alla manodopera minorile e femminile. L’indice delle donne occupate dal 32,4% del 1900 scende al 29,4% nel 1911, al 21,9% nel 1921, al 19% nel 1931. I 5,1 milioni di occupate del 1911 (contro i 11,1 milioni di uomini) diminuiscono a 5 milioni (contro i 12,6) nel 1921 e a 3,9 (contro i 17,3) nel 1931. Viceversa le casalinghe passano da 9,3 milioni nel 1921 a 11,3 milioni nel 1931.

La flessione più severa si ha nell’agricoltura: dai 3 milioni di addette del 1921 si passa nel 1931 a un milione e mezzo, mentre verticale è la crescita nel settore impiegatizio pubblico e privato. Nel credito e nelle assicurazioni, ad esempio, le impiegate aumentano nel decennio preso in esame da 1.200 a 12 mila e 500. E ancora: nell’amministrazione pubblica e privata le occupate salgono da 11 mila a 50 mila.

A disincentivare l’occupazione femminile intervengono numerosi provvedimenti legislativi. Il 20 gennaio 1927 i salari femminili sono abbassati dal sindacato fascisti alla metà dei corrispondenti maschili. La loro caduta è forte nell’industria tessile che raggruppa la maggioranza della manodopera femminile. Se fino al 1926 una tessitrice guadagna 20 lire al giorno, nel 1929 il suo salario scende a 7 o 8 lire al giorno, decurtato del 65%.

Non passano dieci giorni e il regime adotta un’altra pesante misura discriminatoria. Le donne sono escluse dall’insegnamento delle materie letterarie nei licei. Nel 1928 i posti di dirigenti di istituti scolastici medi e tecnici non possono essere più ricoperti da donne. Si stabilisce inoltre che le studentesse devono pagare doppie tasse nelle scuole e nelle università. Con il decreto-legge del 28 novembre 1933 si autorizzano le amministrazioni pubbliche ad escludere le donne dai bandi di concorso per nomine e impieghi. E ancora: il 1° settembre 1938 è varata la legge che ammette negli uffici pubblici e privati l’impiego di un massimo del 10% di donne in proporzione ai posti e che stabilisce l’esclusione totale delle donne da quei pubblici impieghi per i quali siano ritenute inadatte in base al criterio dell’inidoneità fisica e in nome delle caratteristiche degli impieghi stessi. Le donne possono rivestire soltanto le mansioni di dattilografa, telefonista, cassiera, commessa, lavorante e direttrice nel campo della moda, annunciatrice radiofonica, archivista, bibliotecaria e segretaria negli istituti di istruzione. La legislazione discriminatoria ostacola soprattutto l’accesso delle donne alle libere professioni che richiedono lunghi anni di studio e doti intellettuali. «Inconcepibile con la psicologia femminile, il genio è maschio. […] Genialità è mascolinità all’ennesima potenza», sentenzia Aldo Niceforo in Ambiente e delinquenza nel 1943.

Emerge in tutta evidenza e in misura aconr più penalizzante nel caso delle donne la stessa lacerante contraddizione che contrassegna la condizione degli italiani maschi sotto il fascismo: valorizzati al massimo come lavoratori, patrioti, soldati, atleti, capifamiglia, discriminati come cittadini e come elettori. Alle donne, oltre al mancato riconoscimento di qualsiasi diritto politico, civile e persino elettorale (la concessione del voto amministrativo alle donne approvata nel ’25 viene prontamente vanificata un anno dopo in seguito all’istituzione di podestà che annulla ogni forma di democrazia nella vita degli enti locali) il regime non riconosce di fatto nemmeno una tutela sindacale, per quanto sia possibile in un regime totalitario.

Non basta che siano discriminate nelle assunzioni, nelle mansioni e nelle paghe, così come stabilito dai contratti di lavoro nazionali. Pesa su di loro non solo il pregiudizio che le vuole «naturalmente» votate alle occupazioni domestiche, alla cura del marito e dei figli. Sono penalizzate anche dal monopolio maschile del sindacato. Non a caso le maestranze femminile si affidano di preferenza ad organizzazioni para-sindacali sia per il reclutamento che per la parziale tutela dei loro interessi. La più importante di queste, oltre che la più numerosa, è quella delle «massaie rurali» che organizza le donne di campagna di ogni condizione: promossa, sì, dai sindacati agricoli, ma presto passata sotto la supervisione dei fasci femminili. Analogo il ruolo delle Sezioni operaie e lavoranti a domicilio (SOLD), pur esse costituite dal partito, ma che operano poi sotto la guida dei fasci femminili.

Favoriscono questa rete di organizzazioni parasindacali anche i bassi costi di ingresso prima e di tesseramento poi. La tessera di partito costa ben dieci lire rispetto alle sole 2 e mezza, ad esempio, della SOLD. Le Sezioni operaie conoscono per questo motivo un buon successo organizzativo. Passano, infatti, dai 309.945 membri nel 1938, al momento della costituzione, a 501.415 un anno dopo per toccare i 616.264 nel 1940, 761.927 nel 1941 e 864.922 nel 1942. La SOLD, comunque, non assolve mai davvero un ruolo sindacale. Più che di rafforzare il potere contrattuale delle maestranze, le Sezioni operaie si preoccupano di trattare le loro tesserate come clienti dello Stato sociale.

L’impalcatura retorica che consegna la donna al potere del maschio – padre o marito che sia – e a una funzione meramente procreativa salta puntualmente allorquando lo stato fascista ha la necessità di sopperire al vuoto creatosi nel mercato del lavoro a seguito dello scoppio della seconda guerra mondiale e del richiamo alle armi dei maschi. Come nel primo conflitto sono le donne, fino alla vigilia tenute a forza di decreti legge relegate tra le mura domestiche, a sobbarcarsi in misura crescente negli anni il peso della macchina produttiva bellica. Il primo passo in questa direzione è compiuto dal Consiglio dei ministri già cinque giorni prima dell’entrata in guerra con un disegno di legge che autorizza la sostituzione del personale maschile con quello femminile nella pubblica amministrazione. Segue una mobilitazione industriale e agricola che per durata e intensità supera la precedente della Grande Guerra.

La carenza già pronunciata di beni soprattutto d’importazione si fa col tempo drammatica esponendo le famiglie, e quindi innanzitutto le donne, a privazioni e sacrifici umilianti. Quanto più si prolunga lo sforzo bellico, tanto più si aggrava  la mancanza di ogni genere di consumo, anche di prima necessità. Tocca alla donna far quadrare i bilanci familiari, ricorrendo ad ogni escamotage pur di assicurare ai figli un pasto e il necessario per vivere. Con gli stracci si fabbricano le stoffe autarchiche, con la ciofeca di orzo o di cicoria si sopperisce alla mancanza di caffé, il pane bianco scompare dalle tavole degli italiani. Si diffonde l’abitudine di tenere conigliere sui terrazzi, oltre all’immancabile «orto di guerra», allestito nei posti più impensabili e improvvisati. Sempre più spesso per sfuggire ad una dieta di fame, qual è quella garantita dalla carta annonaria, si è costretti a ricorrere alla borsa nera.

Alle donne resta da ultimo il «lavoro» speso in condizioni drammatiche a fianco, a sostegno e in subordinazione dei loro uomini lungo le due linee di divisione in cui si consumano in Italia gli ultimi atti della seconda guerra mondiale. Nel grigio-verde della Repubblica di Salò si arruolano a centinaia le italiane di età tra i 18 e i 35 anni. Sono appunto le Ausiliarie. Esse assolvono ai compiti più vari, ma tutti e sempre solo e a sostegno dei maschi e soldati: «pulitrici, cuciniere, magazziniere, dattilografe, telefoniste, marconiste». Sul fronte opposto, a fianco dei partigiani, si inquadrano ancor più numerose, in formazioni armate, giovani donne. Una minoranza di esse si integra a pieno titolo nell’attività militare, la maggioranza assolve a compiti di supporto nelle retrovie, vuoi come staffette vuoi come informatrici.

Scompaiono i due prototipi femminili, opposti ma integrati, sponsorizzati dal fascismo: la «donna-crisi» e la «donna-madre». Emergono donne che forzano lo storico steccato che le ha tenute escluse dal proscenio politico (le ausiliarie su un fronte e le partigiane sull’altro), mentre la gran massa – sotto il peso di lutti, sacrifici e ristrettezze economiche – riscopre valori e comportamenti di un’umanità dolente che, liberatasi dall’ideologia bellicistica del regime, si ritrova a praticare atti di una solidarietà elementare, ma sincera.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento ( sabato 08 agosto 2009 )
 
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