Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
La guerra civile infinita PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
mercoledý 24 dicembre 2008

Alberto Arbasino, La guerra civile infinita, in «La Repubblica», 19 settembre 2008, p. 43.

 

 

Discorrere di Male Assoluto senza badare alla Perdonanza Cattolica o al «Nessuno tocchi Caino» (o Abele, o Romolo e Remo) potrebbe apparire una faciloneria teologica e metafisica piuttosto sbrigativa. Nelle vecchie scuole laiche si dibatteva piuttosto di «corsi e ricorsi storici» con la celebre formula di Giambattista Vico, o piuttosto di «connotati» o «caratteri» etnici e antropologici secondo illustri meridionalisti quali Giustino Fortunato e Gaetano Salvemini. Per Benedetto Croce, addirittura, il fascismo fu un inopinato bubbone in un corpo fondamentalmente sano, o un malaugurato incubo che si dissipa alle prime luci del mattino.

Ma la guerra civile su scala nazionale (Guelfi e Ghibellini) o municipale (Bianchi e Neri, Capuleti e Montecchi eccetera) sembra piuttosto una costante nel nostro paese, con sanguinosi ammazzamenti fino a tutti gli anni Settanta, e intellettuali in esilio da Dante in poi.

«Caratteri originali» (o «originari»), secondo le migliori Storie d’Italia, ove nel primo volume non può mancare un capitolo su «Lacerazioni e contrasti».

 

E infatti, secondo il nostro Inno Nazionale, «noi siamo da secoli calpesti e derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi». E non per niente, da secoli e anche adesso, normalmente si parla e scrive di giustizieri e giustiziati, o di assassini e vittime, a seconda delle ideologie e partigianerie, con i loro schieramenti e contesti, in ogni momento storico, tra le pistole ancora fumanti. E le esecuzioni di sentenze di morte frequentemente «personali» e «soggettive».

Nelle guerre civili e negli anni di piombo ci si sparava parecchio: soprattutto alle spalle, secondo la tradizione. Ma questo non ha mai escluso le opere pie per gli orfanelli in Africa, le campagne pacifiste contro la pena di morte, l’impegno per le foreste minacciate, le proteste per le iniezioni letali in carceri americani o asiatici, gli slogan e i titoli tipo «Morire per la Jacuzzia». D’altra parte, «Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte, Italia chiamò», come in quel nostro Inno che (se fossi un calciatore o un presidente) non mi sentirei di cantare a gran voce. Tanto più che se la Repubblica Italiana «dell’elmo di Scipio (l’Africano), si è cinta la testa», qualche sensibilità potrebbe adontarsi, oltremare.

Ultimo aggiornamento ( venerdý 23 gennaio 2009 )
 
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