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Anticipazione. Il nuovo libro di Pansa PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedý 02 giugno 2008

Anticipazione. Il nuovo libro di Pansa, in «La Repubblica», 16 maggio 2008, pp. 56-57.

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«Partigiani che uccido­no dei partigiani? Im­possibile!» aveva esclamato Nora. E invece nella guerra civile era già accaduto, tante volte.

Tra i motivi degli omicidi in­terni alla Resistenza, due soprat­tutto emergevano con chiarezza spietata. Il primo era legato a un conflitto di supremazia territo­riale.

Quando una banda partigiana voleva occupare il territorio di un'altra, se lo prendeva ammazzando chi ci stava prima. Poi s'impossessava delle armi, delle munizioni, del vestiario. E inglo­bava qualcuno del gruppo scon­fitto, ammesso che fosse rima­sto vivo.

Ma esisteva un'altra spinta a uccidere: la supremazia politi­ca.ù

 

Anche in questo caso, la que­stione veniva risolta nello stesso modo. Se una banda non intendeva aggregarsi alle Garibaldi e si mostrava decisa a rimanere indipendente, si provvedeva a convincerla con il più efficace dei sistemi: l'assassinio del co­mandante. E se i partigiani di quella banda continuavano a re­sistere alle pressioni dei rossi, fi­nivano accoppati pure loro.

Spesso i due motivi s'intrec­ciavano. La voglia di togliere di mezzo un concorrente e quella di imporre la propria egemonia politica diventavano una misce­la terribile, capace di scatenare una furia omicida altrimenti in­spiegabile. Perché diretta con­tro dei compagni di lotta e non verso i tedeschi e i fascisti. Nelson conosceva uno di questi de­litti. E dopo la visita di Paolo lo descrisse a Nora.

La vicenda risaliva all'inizio del 1944 e aveva avuto per teatro l'Appennino modenese. Una delle prime bande salite in mon­tagna nell'autunno precedente era capeggiata da Giovanni Ros­si: un contadino di Sassuolo che aveva combattuto in Jugoslavia come sottufficiale dell'esercito italiano ed era tornato a casa con qualche esperienza della guerri­glia.

Il suo gruppo aveva esordito in gennaio con l’occupazione della caserma della Gnr a Pavullo nel frignano, sull’Appennino. Quel colpo e gli altri successivi lo avevano fatto conoscere, aiutandolo a ingrandire la propria banda sino ad arrivare a settan­ta uomini. Fra loro c'erano an­che una quindicina di reggiani. Rossi era un comandante nato: sui trent'anni, alto, robusto, la barba nera, autoritario, un ti­po duro e del tutto refrattario a mettersi sotto la bandiera del Pci. Aveva respinto le proposte dei dirigenti comunisti di Modena e per questo veniva conside­rato un anarcoide pericoloso. Non voleva tra i piedi nessun commissario politico. E aveva rifiutato anche l'offerta di scen­dere in pianura, per assumere il comando di un gruppo di gappi­sti legati al partito.

Quest'ultima gli era venuta da Osvaldo Poppi, Davide, destina­to a diventare il commissario politico delle Garibaldi sull'Appennino modenese. Ma la colpa più grave di Rossi era una sola: quella di non voler consegnare al Pci la propria banda.

Dal momento che non si la­sciava convincere, i comunisti decisero di sopprimerlo. Il 28 febbraio 1944, due sicari lo raggiunsero nella sua base di Monterotondo, una frazione di Frassinoro. E lo assassinarono a ri­voltellate, mentre dormiva. Ma l'averlo ammazzato non fu ritenuto sufficiente. Dopo il delitto, si tentò di uccidere Rossi anche moralmente. Dipingendolo co­me un bandito e non come un partigiano quale era.

Le Garibaldi scrissero nelle lo­ro circolari che si trattava di «un elemento degenere, che nascondeva una mentalità di so­praffattore e di traditore sotto le mentite spoglie di combattente per la libertà». A eliminarlo, si sosteneva, erano stati i suoi stes­si partigiani, finalmente «ride­stati al loro senso di combatti­mento per la libertà e di uomini coscienti del loro valore».

Concluso il suo racconto, Nelson disse a Nora: «Ho la sensa­zione che l'omicidio di Rossi non sia un caso isolato. Penso che anche in altre zone dell'Ita­lia del nord ci siano stati molti omicidi politici uguali. E imma­gino che di questi crimini, decisi e commessi quasi sempre dai comunisti, non si saprà mai nul­la. Resteranno coperti anche quando la guerra civile sarà fini­ta. La forza politica del Pci e la sua supremazia sul campo anti­fascista riusciranno a imporre il silenzio più assoluto su queste nefandezze».

Lei gli obiettò: «Perché sei tan­to pessimista? Forse non andrà così. Forse a parlare saranno i partigiani che non sono comu­nisti».

«Non ci contare» replicò Nelson. «Nascerà il mito della guer­ra di liberazione e, per non incrinarlo, tutti se ne staranno zitti. E saranno proprio il silenzio e le bugie a macchiare quella storia. Anche i pochi che decideranno di raccontare come sono andate certe faccende, saranno obbli­gati a tacere. Oppure si ritrove­ranno da soli, senza protezioni politiche. E terranno tutto den­tro di sé». «Pensi che Paolo sia in pericolo?» chiese Nora, colta da un timore improvviso per l'ami­co d'infanzia. «Credo di no. È un partigiano esperto. E saprà ca­varsela. «Ma erano parole dette soltanto per rassicurare Nora. In realtà, Nelson si sentiva oppres­so da un pensiero: Paolo doveva stare molto attento soprattutto ai suoi vicini di banda, quelli con il fazzoletto rosso e non verde.Infatti, passarono pochi gior­ni e si venne a sapere della scom­parsa di un partigiano legato a Paolo. Si chiamava Anselmo Menozzi, era del 1920, aveva combattuto in Russia ed era tor­nato a casa con un principio di congelamento ai piedi. All'ini­zio del 1945, si era arruolato nel­le squadre garibaldine della pia­nura reggiana. Ma poi aveva de­ciso di salire in montagna per entrare nelle Fiamme Verdi.

Le tracce di Anselmo si perse­ro attorno alla fine di febbraio e di lui non si ebbero più notizie. Il suo corpo sarebbe stato ritrova­to soltanto negli ultimi giorni d'agosto del 1945.

L'avevano ucciso e sepolto in malo modo in un campo di San Pietro di Querciola, una località di Viano sulla collina reggiana, vicino al torrente Tresinaro.

Dopo averlo soppresso con un colpo di rivoltella alla nuca, i suoi assassini l'avevano spoglia­to di tutto: documenti, portafo­glio, orologio, persino degli abi­ti. E per rubare i due anelli d'ar­gento che portava all'anulare, il suo e quello della fidanzata, era­no arrivati a tagliargli il dito, con un colpo secco di coltello.

Il 21 marzo sparì Azor. Era il nome di battaglia di Mario Simonazzi, anche lui del 1920, comandante di una zona delle Sap.

Aveva combattuto in monta­gna, dove s'era scontrato con metodi delle bande comuniste che non gli piacevano per nien­te. Partigiano cattolico, si era sempre opposto ai sequestri di denaro indiscriminati e alle azioni capaci soltanto di provo­care rappresaglie.

Gli assassini ne scaraventaro­no il corpo nei dirupi boscosi fra Montericco e Vezzano sul Crostolo. Anche il cadavere di Simonazzi l'avrebbero scoperto per caso all'inizio dell'agosto 1945. Quando una donna che andava per legna si accorse che dal ter­riccio spuntava il piede di un morto.

La stessa fine toccò a Piero Cipriani, Aldo, un coetaneo di Me­nozzi e di Simonazzi. Pure lui aveva combattuto sull'Appennino, nelle Garibaldi. Disgusta­to dal modo di comportarsi delle bande comuniste, nel novem­bre del 1944 era sceso a Regna­no, una frazione di Viano. E in questa stessa zona aveva costi­tuito un reparto di patrioti che non dipendeva da nessun parti­to politico.

Come Azor, anche Cipriani sosteneva che era necessaria molta più misura nei sequestri di denaro e di viveri. E come Azor finì sul libro nero di qualche banda comunista. Sparì il 21 aprile 1945, qualche giorno pri­ma della liberazione. Il suo cor­po non sarebbe mai stato trova­to.

Tra il 21 marzo e il 21 aprile 1945, date della scomparsa di Azor e di Cipriani, svanì nel nul­la anche Paolo Morini.
Ultimo aggiornamento ( lunedý 02 giugno 2008 )
 
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