Nel decimo capitolo del catalogo, Gianmarco Mancuso (Università degli Studi di Macerata) esamina il ruolo cruciale del cinema nel plasmare il consenso attorno all’espansionismo coloniale fascista. Fin dalla fondazione dell’Istituto LUCE nel 1924 con la pellicola Aethiopia, il regime intuì le potenzialità dei filmati e dei cinegiornali per orientare l’opinione pubblica, costruendo una narrazione incentrata su ordine, progresso e missione civilizzatrice, e censurando le violenze repressive in Libia.
Il culmine dello sforzo propagandistico si raggiunse durante la campagna d’Etiopia, quando la proiezione obbligatoria delle pellicole prodotte dal Reparto “Africa Orientale” permise di raggiungere capillarmente milioni di spettatori. Frutto di un’attenta selezione da parte di comandi militari, ministeri e dello stesso Mussolini, le riprese occultarono sistematicamente stragi, rappresaglie e l’uso di gas chimici, ritraendo la guerra come un’avanzata disciplinata e tecnologicamente superiore in territori presentati come arretrati.
I cinegiornali naturalizzarono l’ordine razziale esaltando l’atto di sottomissione delle popolazioni locali e mostrando la marcata separazione tra la modernità dei quartieri europei e il primitivismo di quelli indigeni. Questa pervasiva macchina figurativa lasciò un’impronta duratura nell’immaginario collettivo, influenzando persino la memoria dell’esperienza coloniale nell’Italia repubblicana, fino alla decostruzione critica iniziata dagli storici negli anni Sessanta.








