Nel sedicesimo capitolo del catalogo, Elena Pala (Università degli Studi di Milano) analizza la gestione della manodopera bresciana inviata in Africa Orientale Italiana e in Libia tra il 1935 e il 1938 attraverso la documentazione dell’Archivio storico della Camera di Commercio di Brescia. Nel sistema corporativo, il reclutamento fu sottratto all’iniziativa privata per diventare un monopolio statale centralizzato gestito dagli Uffici di Collocamento, dal Commissariato per le Migrazioni e la Colonizzazione Interna e dalle autorità di pubblica sicurezza, incaricate di verificare la condotta politica dei lavoratori.
L’invio dei contingenti si rivelò un fondamentale dispositivo di contenimento sociale e una “valvola di scarico” per fronteggiare la drammatica disoccupazione strutturale della provincia, aggravata dal rientro dei reduci, dai licenziamenti nelle industrie metallurgiche locali (come Pasotti, Ilva, Tempini e Sant’Eustacchio) e dalle sanzioni internazionali. Tra il 1935 e il 1937 vennero organizzate numerose spedizioni di manovali, muratori, minatori e autisti inquadrati in centurie e sottoposti a severi controlli sanitari e burocratici.
Dietro la retorica dell’elevazione sociale, le testimonianze dirette — come la lettera del caposquadra Mario Bossini dal cantiere di Sassabanech — rivelano una cruda realtà fatta di stenti, isolamento e una sistematica dequalificazione professionale. Lavoratori partiti con qualifiche specializzate vennero declassati e pagati come manovali per le sole opere di scavo. Con il rallentamento dei cantieri coloniali, il circuito si inceppò, lasciando moltissimi reduci e i loro nuclei familiari in condizioni di profonda indigenza, dimostrando come l’esperienza imperiale fu, nei fatti, un cinico strumento per espellere la forza lavoro in eccesso.


(I documenti sono conservati presso l’Archivio storico della Camera di Commercio di Brescia)





