Il saggio di Valeria Deplano (Università di Cagliari) esamina la capillare strumentalizzazione del sistema scolastico italiano da parte del regime fascista per diffondere l’ideologia coloniale e razziale tra le giovani generazioni, processo culminato negli anni Trenta con la guerra d’Etiopia. La scuola fu individuata dal regime come dispositivo strategico fondamentale per formare i futuri cittadini, educandoli al militarismo, al valore del lavoro fisico e all’idea di una presunta superiorità razziale e culturale italiana.
L’opera di indottrinamento si concretizzò attraverso l’introduzione del Libro unico per le scuole elementari a partire dall’anno scolastico 1930-1931, strumento che garantì un controllo statale centralizzato sui contenuti educativi, progressivamente orientati alla narrazione imperiale e sottoposti alle direttive razziali dal 1937. Le tematiche coloniali penetrarono in modo pervasivo in ogni disciplina scolastica, dalla storia alla geografia, fino al latino, all’italiano e persino alla matematica e alla cultura militare.
A questo quadro si affiancarono sia la creazione di organizzazioni giovanili di irreggimentazione (confluite poi nella Gioventù Italiana del Littorio), sia la diffusione di materiale scolastico commerciale, come le note copertine di quaderno a tema coloniale. Durante la campagna d’Etiopia (1935-1936), le aule si trasformarono in veri e propri centri di propaganda attiva, dove gli alunni tracciavano l’avanzata delle truppe sulle carte geografiche e inviavano lettere ai soldati, dando attuazione all’obiettivo del ministro Giuseppe Bottai di proiettare l’intera vita scolastica e nazionale «sul piano dell’impero».









