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Binari nel deserto. Ambizioni geopolitiche, ingegneria estrema e limiti logistici delle ferrovie coloniali

Nel tredicesimo capitolo del catalogo, Stefano Maggi (Università degli Studi di Siena) analizza lo sviluppo delle ferrovie coloniali italiane, contrassegnato dal contrasto tra ambizioni imperiali e vincoli geografici, logistici ed economici. Nati per scopi di penetrazione militare e valorizzazione territoriale, i primi binari furono posati in Eritrea nel 1887 per collegare Massaua ad Asmara. La linea a scartamento ridotto (950 mm), completata nel 1911 e poi prolungata verso l’interno, divenne un’opera ingegneristica spettacolare per le eccezionali pendenze e l’elevata densità di gallerie e viadotti.

In Somalia e Libia le infrastrutture rimasero più modeste o limitate a linee locali e a progetti mai realizzati, come le tratte transahariane. Con la guerra d’Etiopia del 1935, le necessità di rifornimento costrinsero a un intenso potenziamento del materiale rotabile e alla costruzione della teleferica Massaua-Asmara (75 km), concepita per alleviare la pressione sulla ferrovia eritrea. Parallelamente, il controllo della preesistente linea a scartamento metrico Gibuti-Addis Abeba fu acquisito nel 1936 con l’ingresso a Addis Abeba, diventando l’arteria vitale dell’Africa Orientale Italiana ed essendo potenziata tramite accordi con la Francia e l’introduzione delle automotrici “Littorina”.

Nonostante i tentativi di ammodernamento, la disparità degli scartamenti e la preferenza del regime per la viabilità su gomma ridussero il peso strategico dei binari, provocando il definitivo tramonto delle ferrovie coloniali con la caduta dell’impero nel 1941. Tra demolizioni, smantellamenti e successive ammodernamenti moderni, la tratta Massaua-Asmara sopravvive oggi come ferrovia storica e patrimonio museale.

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