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L’operaio italiano, un pioniere instancabile. La mobilitazione totalitaria del lavoro d’oltremare

Nel quindicesimo capitolo del catalogo, Elena Pala (Università degli Studi di Milano) esamina come la propaganda fascista abbia trasformato la necessità dell’emigrazione economica in un mitico atto di riscatto e sovranità imperiale. I lavoratori diretti in Libia e in Africa Orientale Italiana vennero descritti come l’avanguardia di un “impero del lavoro”, teorizzando una presunta e naturale attitudine colonizzatrice della “razza italiana”. Questa narrazione fu diffusa attraverso una capillare campagna mediatica, cerimonie di partenza nei porti e la distribuzione di libretti d’istruzione e “decaloghi” fortemente impregnati di razzismo biologico e paternalismo.

Oltre la facciata propagandistica, la mobilitazione fu una complessa operazione di ingegneria burocratica gestita dal Commissariato per le Migrazioni e la Colonizzazione Interna, che selezionò centinaia di migliaia di operai incanalandoli in strutture di stampo militare. Nei soli cantieri stradali dell’AOI vennero impiegati decine di migliaia di lavoratori nazionali e indigeni in condizioni ambientali durissime. Per garantire la sopravvivenza della manodopera di fronte alle malattie endemiche e al clima, il regime impose una rigida disciplina quotidiana: norme igieniche stringenti, precisi regimi alimentari, separazione abitativa dai tucul locali e un ferreo sistema di trattenute salariali gestito dal Banco di Roma per l’invio automatico delle rimesse alle famiglie in patria.

La meticolosa regolamentazione della vita degli operai rivela la reale natura del progetto fascista: un esperimento di controllo totalitario e segregazionista che, dietro il miraggio del riscatto proletario, sacrificò centinaia di migliaia di uomini per l’edificazione dell’impero.

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