La legge del 13 gennaio 2025, n. 6, ha istituito la Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la seconda guerra mondiale fissandola nella data del 20 settembre poiché in questa giornata, nel 1943, Hitler modificò la condizione dei prigionieri di guerra italiani catturati dopo l’armistizio dell’8 settembre in quella di internati militari.
Il Centro Studi Rsi già una decina di anni fa iniziò ad occuparsi del tema, precisamente in occasione dell’inaugurazione il 28 novembre 2016 in Germania di una mostra permanente dedicata alla storia degli italiani internati militari (IMI). Sono 650.000 i militari italiani che all’indomani della firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943 accettano l’amara sorte di languire nei campi di internamento in Germania pur di non venir meno al giuramento fatto alla bandiera tricolore. Oltre 50.000 moriranno in prigionia a causa di condizioni di vita e di lavoro disumane.
La mostra permanente, dal titolo “Zwischen allen Stühlen. Die Geschichte der Italienischen Militärinternierten 1943-1945” (Tra più fuochi. La storia degli internati militari italiani 1943-1945), è promossa dal Centro di Documentazione sul lavoro forzato durante il Nazionalsocialismo di Berlino ed è coordinata dagli storici Lutz Kilnkhammer, Brunello Mantelli, Enzo Orlanducci e Peter Steinbach.







Allestita a Schöneweide nella baracca 4 dell’ex lager 75/76 dell'”Ispettorato generale per l’edilizia della capitale del Reich” di Berlino, l’esposizione segue uno sviluppo cronologico-tematico dall’alleanza militare del 1936 tra l’Italia fascista e la Germania nazista per passare alla rottura dell’8 settembre 1943 quando il capo di governo Badoglio firma l’armistizio con gli americani. Dei 650.000 militari italiani deportati nel Reich e nella Polonia occupata si raccontano le disastrose condizioni di prigionia attraverso documentazione di prima mano. Fotografie, video interviste, documenti sono i tasselli con cui è possibile ricostruire dapprima il drammatico e articolato mosaico del trasporto dei prigionieri italiani rinchiusi in un primo momento in caserme, campi sportivi e stadi di calcio vicini a stazioni ferroviarie. I carri merci sono sovraffollati, il rancio insufficiente e le condizioni igieniche precarie. Arrivati ai campi di prigionia i detenuti italiani percepiscono immediatamente l’atmosfera carica di tensione che regna nella popolazione tedesca. I sentimenti di vendetta nei confronti dei Verräter (traditori) italiani trovano espressione in rozzi insulti. Del passaggio dell’Italia al fronte degli alleati angloamericani la mostra ne analizza la strumentalizzazione propagandistica operata dai nazionalsocialisti. Ricorrendo a vecchi stereotipi degli italiani come “perfidi traditori” la stampa nazista scalda infatti gli animi contro il nuovo nemico. Il “tradimento italiano” costituisce per la Germania “un buon affare”: ha da quel momento a disposizione una manodopera gratuita di oltre mezzo milione di uomini da impiegare nella propria industria pesante e degli armamenti, nell’edilizia e nel settore minerario. Le condizioni di vita del prigioniero dipendono dal suo grado militare. Per gli ufficiali la situazione si presenta più tollerabile di quella in cui versano i militari di truppa. A differenza degli altri gruppi di prigionieri di guerra e dei lavoratori coatti civili, i militari italiani sono posti davanti alla scelta di entrare a far parte della Wehrmacht come volontari ausiliari o di continuare a combattere nell’esercito del nuovo Stato fascista risorto sulle sponde del Lago di Garda (la Rsi). La liberazione, l’attesa per il ritorno in patria nei campi per displaced persons e il rimpatrio sono gli ultimi capitoli di questa mostra resa possibile grazie anche alla disponibilità di istituzioni italiane – tra cui la Fondazione Micheletti di Brescia – e di famigliari di ex IMI pronti a mettere a disposizione le storie dei loro padri e dei loro nonni sotto forma di racconti, fotografie, documenti e oggetti. Un materiale archivistico prezioso da salvaguardare e valorizzare per restituire visibilità ad una storia a lungo ignorata.
Proprio in quel dicembre 2016 il Centro Studi Rsi dedicava una sezione specifica sugli IMI nella propria mostra “E poi spunto l’alba. Era il 25 aprile” curata da Roberto Chiarini ed Elena Pala ed allestita al MuSa di Salò.
In questi giorni il Centro sta realizzando un sondaggio archivistico sugli IMI di Salò. Sono emersi dei primi nomi:
- Mario Abeni, classe 1922
- Angelo Ferrari, classe 1923
- Giovanni Battista Lazzarini, classe 1903
- Paolo Perotti, classe 1908
- Giovanni Bellini, classe 1904
Si sta procedendo anche a reperirire documentazione d’epoca presso gli Arolsen Archives (https://arolsen-archives.org/en/) e altri archivi nazionali. Ecco due esempi proventienti da Arolsen Archives:


Si conta poi di predisporre una bibliografia ragionata da mettere a disposizione degli interessati al tema.
Vi teniamo aggiornati.





